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La dimensione della speranza in prospettiva pedagogica

di Andrea Porcarelli | 20 febbraio 2012

Il tema della speranza rappresenta una “pietra di inciampo” per educatori ed insegnanti in genere, ma riveste un interesse particolare per gli Idr: esso, infatti, si colloca nello spazio di incontro tra le dimensioni antropologica, teologica e pedagogica. Un forte richiamo alla centralità della speranza, per il cristiano è venuto dall’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI, il collegamento esplicito con l’agire educativo è stato richiamato con forza negli Orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010-20201, e – tra i tanti eventi di rilievo che si potrebbero citare – anche il Festival biblico, che annualmente si tiene a Vicenza, dedica l’edizione 2012 al tema della speranza2.

Affrontare con speranza l’emergenza educativa
Tanto gli interventi di Benedetto XVI, come gli Orientamenti della CEI hanno insistito sul tema della emergenza educativa, segnalandone le radici in modo particolarmente lucido3, a partire dai suoi elementi antropologici: l’eclissi del senso di Dio, l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Ciascuno può vedere come la debolezza del “tessuto antropologico” in cui si innesta l’azione educativa renda questa più difficile e incerta. Saper guardare tali difficoltà senza chiudere gli occhi è essenziale per affrontarle con coraggio, ma è essenziale altresì non cedere alla tentazione della “geremiade” e vedere in ciascuna di tali prerogative il limite, ma anche le opportunità. L’eclissi del senso di Dio rende difficile il prender forma di un’interiorità autenticamente aperta alla dimensione trascendente e quindi non prevalentemente ripiegata su se stessa, ma offre anche l’opportunità di rilanciare un “lieto annuncio” di cui gli uomini non cessano di sentire il bisogno. La dimensione religiosa della vita, tanto importante in un’educazione “integrale” della persona, può essere oggi “riscoperta” con un senso di novità che merita di essere valorizzato come tale.
Le difficoltà educative che derivano dalla frammentazione e “liquidità” del contesto culturale e sociale in cui siamo chiamati a vivere rendono più difficile offrire alle persone che crescono gli orizzonti di riferimento di cui hanno bisogno, ma riaprono gli spazi per un cammino di rifondazione antropologica dell’educazione che faccia leva sulle esigenze specifiche dell’educativo come tale. In altri termini il fatto di rendersi conto della crisi di quella che un tempo veniva chiamata paideia, rilancia il problema (ma anche l’opportunità) di identificare gli orizzonti di umanità desiderabile che non possono mancare nell’agire educativo: non si può educare “in nome del nulla”.
In ultima analisi possiamo dire che tutti gli “ingredienti” che costituiscono l’emergenza educativa con cui siamo chiamati a confrontarci, costituiscono un banco di prova, una pietra di inciampo in ordine alla nostra capacità di agire con speranza, tenendo presente che essa – come viene detto negli Orientamenti della CEI – è l’anima dell’educazione:

Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. La sua sorgente è Cristo risuscitato da morte. Dalla fede in lui nasce una grande speranza per l’uomo, per la sua vita, per la sua capacità di amare. In questo noi individuiamo il contributo specifico che dalla visione cristiana giunge all’educazione, perché dall’essere “di” Gesù deriva il profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di più di umanità alla storia e pronto a mettere con umiltà se stesso e i propri progetti sotto il giudizio di una verità e di una promessa che supera ogni attesa umana4.

La virtù teologale della speranza, attraverso alcune suggestioni della “Spe salvi
Non è questa la sede per affrontare in modo sistematico una riflessione sulla virtù teologale della speranza, che sappiamo fare parte del patrimonio culturale degli Idr e si innesta in una nobile e consolidata tradizione di cui ci limitiamo a ricordare, per il suo forte potere suggestivo, il canto XXV del Paradiso, in cui Dante viene interrogato dall’Apostolo Giacomo sulla virtù della speranza e risponde dandone la seguente definizione: “Spene – diss’io – è uno attender certo / della gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto” (vv. 67-69). Il Catechismo della Chiesa Cattolica riprende sostanzialmente la stessa definizione (“La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo”5) precisando il legame forte che la virtù della speranza ha con le attese più profonde della persona umana:

La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al Regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità (ivi, n. 1818).

L’Enciclica Spe salvi di Benedetto XVI si apre richiamando la certezza della redenzione come fondamento della speranza cristiana che, per questa ragione, è una “speranza affidabile”, come sottolinea S. Paolo, scrivendo agli Efesini che – prima dell’annuncio – erano “senza speranza” (Ef. 2,12). Rimandiamo alla lettura diretta del testo6 per gustare la suggestiva narrazione delle vicende della santa Giuseppina Bakhita, schiava maltrattata che ad un certo punto scoprì l’esistenza di un “Padrone buono” a cui poteva affidarsi senza timore. Ci preme qui sottolineare come da un lato si metta in discussione la capacità di trovare nell’orizzonte intramondano ragioni adeguate per una speranza affidabile:

Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di «redenzione» che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato (ivi, n. 26).

Dall’altro lato è interessante cogliere la continuità / contiguità tra le “piccole speranze” che caratterizzano il cammino quotidiano della vita e la “grande speranza” che in ultima analisi dà senso all’esistenza nel suo complesso:

Noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l’essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai, il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è «veramente» vita (ivi, n. 31).

Ci piace notare la concretezza con cui si coglie il collegamento tra i due livelli di un’unica speranza. Le piccole speranze della quotidianità sono importanti, perché rappresentano ciò che spontaneamente gli uomini percepiscono come desiderabile nella quotidianità, per cui anche si prega Dio, come – ad esempio – si fa nel Padre Nostro, chiedendogli il “pane quotidiano”, per le quali ci si affida alla misericordia di chi veste gli uccelli del cielo e i gigli del campo, confidando nella sua Provvidenza. La grande speranza che riguarda la “vita vera” non toglie gusto e valore alle piccole speranze della quotidianità, ma – ad un tempo – le fonda e le supera. Il collegamento tra dimensione naturale e dimensione soprannaturale della speranza sarà essenziale anche in prospettiva pedagogica.

Pensare la speranza in prospettiva pedagogica
Tenteremo ora di cogliere alcuni riflessi pedagogici delle suggestioni di cui sopra, anche per approfondire l’idea – ripresa nella parte iniziale di questo scritto – per cui la speranza è anima dell’educazione, collocando i frutti di tale speranza in un dinamismo unitario che abbraccia assieme la dimensione naturale e quella soprannaturale dell’intenzionalità di un educatore cristiano.
La prima disposizione necessaria per un educatore è una profonda speranza nei confronti dell’umanità: la persona umana è un essere educabile per natura ed è quindi per disposizione della divina Provvidenza che l’umana famiglia si “rigenera” nella propria umanità “umanizzando” i suoi membri, ovvero accompagnando i bambini ed i ragazzi fino alla conquista della loro maturità di persone umane. Nessuna “emergenza” o difficoltà educativa può mettere in discussione l’inderogabilità di questo compito: educare si deve e dunque si può.
Vi è poi una speranza che è intrinseca alla natura dell’agire educativo, in quanto tale: chi si assume la responsabilità di educare altre persone, se davvero intende aiutarle a conquistare la pienezza della loro umanità, pone il fine della sua azione (la pienezza di umanità, cioè una persona compiuta che agisce in modo intelligente e virtuoso) nel futuro contingente di persone libere che, in quanto tali, potrebbero anche decidere diversamente in ordine ai valori e ai punti di riferimento della propria esistenza. Anche quando accada questo l’educazione ha raggiunto il suo scopo (ed anche il suo termine), ponendo la persona di fronte alle proprie responsabilità.
La speranza nei confronti degli allievi non è solo una disposizione d’animo, di carattere generale, che si applica ai giovani o ai bambini come categoria astratta. Si tratta di una “virtù situata” nella concretezza dell’azione educativa, in cui siamo chiamati a “pensare bene” e sperare con forza in ordine alla educabilità concreta di ogni persona, comprese quelle che sembrano “resistere” all’azione educativa e restituiscono segnali di tipo contrario. Non è raro che proprio questa “tenacia amorosa” generata dalla speranza educativa produca, col tempo, quegli effetti che sembravano tanto improbabili.
Potremmo poi considerare la speranza nella Provvidenza divina, che dispone i tempi e i modi per cui ogni seme porti il suo frutto, il che vale anche per i semi dell’azione educativa, alcuni dei quali potrebbero germogliare in tempi e modi che sfuggono allo sguardo dell’educatore. Questo non significa che gli insegnanti animati da autentica speranza educativa siano chiamati a “spargere semi” senza curarsi di valutare i risultati della loro azione didattica… ma vuol dire che nessuna azione educativo/didattica può essere pensata come “chiusa” nei ristretti orizzonti degli obiettivi formativi che pur dobbiamo darci e che siamo chiamati a valutare. In ogni agire educativo c’è sempre – potenzialmente – molto di più di quanto noi possiamo immaginare, specialmente se in tale agire entra tutto il nostro “saper essere” con quella carica di umanità che ci è chiesto di coltivare giorno dopo giorno.
Concludiamo accennando all’ultima dimensione della speranza educativa che vogliamo qui prendere in esame, ovvero la speranza nella Grazia divina, che può agire in modo “soave” sulla libertà delle persone, la quale rappresenta a sua volta il limite e il rischio di ogni azione educativa che sia autenticamente tale: l’educatore aiuta le persone a crescere e maturare “nella libertà”, serenamente consapevole che di tale libertà potranno poi fare l’uso che riterranno più opportuno. Ma anche questa libertà, che l’educatore rispetta autenticamente come tale, può essere oggetto di una speranza specifica, nella misura in cui la si affida alla Grazia di Dio. In tal senso potremmo concludere applicando agli insegnanti di Religione una nota sentenza che si ritrova in diversi maestri di spiritualità: prima di parlare di Dio agli uomini, ricordati di parlare degli uomini a Dio.

Prof. Andrea Porcarelli – Pedagogia generale e sociale – Università di Padova
Coordinatore del Gruppo di Supporto per un Irc nella continuità – Servizio Nazionale Irc della CEI

 

1. CEI, Educare alla vita buona nel Vangelo. Di questo testo offriamo una “lettura guidata” per gli insegnanti di Religione in altro contributo, su questo stesso sito.
2. Il tema del festival è formulato in termini molto suggestivi: “Perché avete paura?” (Mc 4,40). La speranza nelle Scritture. Si tratta della VIII edizione del Festival Biblico, che si scandisce secondo tre dimensioni fondamentali: a) dimensione biblica e spirituale, b) dimensione antropologica ed educativa, c) dimensione sociale, politica ed economica.
3. Cfr., in particolare, CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 9.
4. CEI , Educare alla vita buona del Vangelo, n. 5.
5. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1817.
6. Cfr. Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3