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Media Education nella scuola

Educare attraverso i media
di Carlo Meneghetti | 17 ottobre 2013
Categoria: L'Irc "in atto"

Dal volume di C. Meneghetti, IRC e Media Education, SEI, di prossima uscita, anticipiamo un contributo sull’educazione attraverso i media. 

 

Educare attraverso i media

Il dizionario della comunicazione alla voce Media Education riporta:

«La Media Education indica un’attività educativa e didattica, finalizzata a sviluppare nei giovani un’informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici».1

Dopo la diffusione in massa dei media nella quotidianità si è sentito il bisogno sia di educare a questi mezzi, sia di educare con questi mezzi. La dimestichezza dei giovani con il PC, il web, il cellulare non significa diretta conoscenza di tutto ciò che riguarda il mezzo nella sua genesi, diffusione, decodifica e comprensione. Il compito della Media Education è dunque quanto mai attuale e sfida per il presente e il futuro delle nuove generazioni, e chiama la scuola a farsi carico, per quel che le compete, di questo delicato e urgente bisogno formativo. Si tratta di “accompagnarsi nei media”, come sostiene la pedagogista Laura Messina, che nella prospettiva di matrice socio-culturale e fenomenologica presenta «l’alfabetizzazione mediale come indirizzata essenzialmente allo sviluppo di azioni cognitive/comunicative: percepire, comprendere, interpretare, ideare, comporre, valutare e condividere testi mediali».2 Non solo trasmissioni di nozioni da parte del docente attraverso i media, ma elaborazioni e acquisizioni di contenuti fatte proprie dal singolo discente che a sua volta può ampliare in modo interdisciplinare arricchendo sempre di più il suo bagaglio di competenze e conoscenze. Secondo il sociologo Mario Morcellini «negli ultimi quindici anni ciascuno di noi, e soprattutto i più piccoli, ha imparato a muoversi tra più media, spaziando dall’uno all’altro come se avesse in mano un telecomando che gli consente di passare attraverso ciascuno di questi strumenti, in base ai desideri e agli interessi. In classe, ciò implica che l’insegnante sappia gestire tale tastiera di cui, comunque, resta l’unico e solo pianista sull’oceano».3 Anche per questo si deve sfatare il mito che la Media Education sia una cosa semplice o una perdita di tempo in quanto:

  • coinvolge a 360° la persona,
  • stimola abilità e porta all’acquisizione di nuove competenze,
  • opera sullo sviluppo mentale e sulla capacità critica del soggetto,
  • investe le emozioni e porta alla creazione di nuove relazioni.

Il documento della CEI, La sfida educativa, sottolinea:

«La convinzione diffusa è che educare non significhi più trasmettere un sapere, proporre contenuti, valori, visioni del mondo, esperienze significative, ma addestrare gli alunni a muoversi agilmente nella complessità, utilizzando tutto senza mai impegnarsi veramente con nulla. Di conseguenza l’insegnante non è più un “maestro” capace di far comprendere le tante sfaccettature di una problematica generale, ma soltanto un allenatore, un trainer, la cui funzione è di far acquisire ai giovani delle competenze ben localizzabili, intese come abilità ristrutturabili e plasmabili in vista dell’acquisizione di altre informazioni. Ma gli educatori non possono essere considerati semplici facilitatori; hanno un ruolo e un compito ben più ampio e importante: presentare, attraverso le diverse discipline, riferimenti simbolici e modelli di comportamento che possano essere significativi per la vita reale dei giovani. Serio è dunque il problema quando gli insegnanti non sanno più perché dovrebbero insegnare quello che insegnano e molti studenti non sanno più perché dovrebbero studiare quello che studiano, in modo particolare quelle materie che non sono considerate immediatamente utili. Come osserva Weber in La scienza come professione: “per l’uomo non ha nessun valore ciò che egli non è capace di fare con passione”. Esistono ancora tanti insegnanti che, nonostante le difficoltà, le delusioni e i mancati riconoscimenti, compiono ogni giorno il loro lavoro con abnegazione e con soddisfazione, generando beni relazionali di inestimabile valore nella scuola e nella società, per la scuola e per la società, proprio perché sanno rimanere ben saldi su ciò che conta davvero: il bene dei ragazzi e la loro crescita come persone».4

Insegnanti, dunque, come sostiene il pedagogista Damiano Felini, «in cabina di regia, non più solo dispensatori di nozioni ma in grado di coordinare l’ingresso dei media nell’attività di insegnamento e di commentarne il contenuto».5 Si potrebbe definire la conoscenza teorica della Media Education come conoscenza a “livello gusto” nel senso che possediamo la padronanza del mezzo conoscendone i vari aspetti teorici, il salto di qualità è quello relativo al “livello sapore” che ci permette di prendere il nostro messaggio, assimilarlo, studiarlo con il media in questione, analizzarlo, valutarlo e trasmetterlo.

«L’aumento esponenziale delle sollecitazioni, a cui il mondo esterno sottopone l’individuo, alla fine lo travolge. Ed egli rinunzia a discernere e selezionare i diversi stimoli, integrandoli in un quadro coerente. Finisce per affastellare alla rinfusa esperienze, pensieri, stati d’animo, senza essere in grado di darne una valutazione critica e di farne una gerarchia. Piuttosto che raccoglierli dentro di sé, ordinandoli, non riesce a far altro che abbandonarsi indiscriminatamente al loro flusso caotico. In questo modo, però, non soltanto la sua visione della realtà, ma anche la sua identità interiore si frantuma, ed egli diventa, pirandelliamente, “uno, nessuno, centomila”».6

Competenze mediali a scuola

La scuola è una delle agenzie educative che dovrebbe educare in modo costruttivo all’uso dei media; in particolare il sociologo Filippo Ceretti indica quattro livelli che sono indispensabili per acquisire una corretta competenza mediale intesa come l’insieme delle conoscenze e abilità sviluppate dalla Media Education.

  • Capacità di accedere: reperire i contenuti che interessano, sapendo dove si trovano e come vi si ha accesso, usando gli strumenti tecnologici opportuni (il videoregistratore per una cassetta, il proiettore per le diapositive, il computer e la rete per un sito web…).
  • Capacità di analizzare: comprendere il significato del messaggio, in generale e nelle sue parti, e in riferimento ai generi e alle forme linguistiche impiegate, alle modalità di produzione e di distribuzione cui è sottoposto e alle consuetudini di fruizione per cui è stato pensato.
  • Capacità di valutare: esprimere un giudizio critico sul messaggio, confrontandolo con alcuni parametri di riferimento personali (sono d’accordo o no, mi piace o no, e perché). Infatti, non è sufficiente capire un messaggio: bisogna anche che ciascuno si interroghi su quale posizione vuole assumere nei suoi confronti.
  • Capacità di produrre messaggi: raccontare le proprie esperienze ed esprimere il proprio pensiero con i diversi linguaggi possibili (non basta saper “leggere”: bisogna anche saper “scrivere”!).7

I quattro livelli devono interagire continuamente tra di loro, solo in questo modo si riesce a operare quel passaggio da recettore passivo del messaggio a recettore attivo. Nel giugno 2007 l’Unesco ha promosso a Parigi un incontro per la celebrazione del XXV anniversario della Dichiarazione di Grϋnwald (Germania)8 rimarcando il concetto centrale espresso in tale dichiarazione:

«Piuttosto che condannare o esaltare l’indubbio potere dei media, noi dobbiamo accettare il loro significativo impatto e la loro penetrazione nel mondo intero come un fatto indiscutibile ed anche apprezzare la loro importanza come un elemento della cultura del nostro tempo. I sistemi politici ed educativi dovranno essere consapevoli del loro obbligo di promuovere nei cittadini una comprensione critica del fenomeno della comunicazione moderna».9

L’incontro di Parigi ha portato alla stesura di dodici raccomandazioni riguardanti educazione e media:

  1. Adozione di una definizione inclusiva di educazione ai media.
  2. Rafforzare i legami tra Media Education, diversità culturali e diritti dell’uomo.
  3. Definire le competenze da acquisire e formulare i sistemi di valutazione.
  4. Integrare la Media Education nella formazione di base degli insegnanti.
  5. Sviluppare metodi pedagogici appropriati ed evolutivi.
  6. Mobilitare gli attori principali del sistema educativo.
  7. Mobilitare gli altri attori principali della società.
  8. Introdurre la Media Education nel quadro della formazione permanente.
  9. Sviluppare la Media Education e la ricerca nell’insegnamento superiore.
  10. Creare delle reti di scambio.
  11. Organizzare e dare visibilità agli scambi internazionali.
  12. Sensibilizzare e mobilitare gli attori politici.10

 

1. F. Lever, P.C. Rivoltella, A. Zanacchi, La comunicazione: il dizionario di scienze e tecniche, Elledici-RaiEri-Las, Roma 2002, p. 722.

2. L. Messina (a cura di), Accompagnarsi nei media, Pensa Multimedia, Lecce 2007, p. 22.

3. D. Felini, I maestri intorno alla cattedra, in «Scuola italiana moderna», La Scuola, Brescia 15/10/2005, p. 14.

4. CEI, La sfida educativa, Laterza, Bari 2009, p. 53.

5. Cfr. D. Felini, I maestri intorno alla cattedra, op. cit., p. 16.

6. CEI, La sfida educativa, op. cit., pp. 58-59.

7. F. Ceretti, D. Felini, R. Giannatelli, Primi passi nella media education, Erickson, Trento 2006, p. 17.

8. La Dichiarazione di Grünwald (di cui si fece promotrice l’UNESCO nel 1982) rappresenta il primo tentativo di chiarire la necessità per i sistemi educativi e politici di promuovere la comprensione e la consapevolezza critica dei cittadini verso i media. Venne stilata da educatori, ricercatori ed esperti sulla Media Education.

9. Cfr. R. Giannatelli, La “mia” media education – relazione al convegno “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”, Padova – San Donà di Piave, 21-22 ottobre 2011, pp. 9-10.

10. Ibidem, p. 10.