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Abitare la società della comunicazione: il canale visivo

di Sergio Pavan | 6 settembre 2011

Viviamo in una società della comunicazione1 dove la capacità comunicativa non è mai stata così importante a qualsiasi livello con tutti i vantaggi, ma anche le complessità che questo comporta. Diventare abili nell’imparare a riconoscere qual è il sistema di rappresentazione primario del nostro interlocutore è un elemento imprescindibile di chi fa un lavoro relazionale come quello dell’insegnante e dell’insegnante di religione in particolare. In questo modo si potranno anche aiutare i giovani a riconoscere con intelligenza e leggere criticamente i messaggi da cui sono quotidianamente bersagliati.
In questo senso una capacità essenziale nella strategia educativa è saper utilizzare in modo efficace il canale visivo. Già da molti anni diversi pedagogisti considerano questo canale di fondamentale importanza nella comunicazione efficace.
Gli studenti in classe presentano nel loro atteggiamento numerosi aspetti che sono propri di chi usufruisce abitualmente di questo canale in varie forme. Ad esempio essi si caratterizzano per la postura eretta, l’orientamento degli occhi rivolti in prevalenza verso l’alto e la voce tendenzialmente acuta. Inoltre prediligono frasi brevi, veloci e semplici; presentano una gestualità marcata e tendono a dare molta rilevanza all’aspetto estetico. Nel parlare sono soliti usare parole come: “vedo…, mi è chiaro…, ecc…”
L’attuale generazione di allievi nativi digitali è stata abituata fin da piccola ad essere sommersa da messaggi tramite il canale visivo. Basti pensare al tempo trascorso davanti a televisione, computer, cellulare, videofonino, Ipod, navigatore satellitare, videogames, tablet PC, LIM, lettori MP3, ecc…
I ragazzi sono abituati a mandare e ricevere comunicazioni visive anche se non sempre sono coscienti della complessità del messaggio che ricevono.
Le informazioni pubblicitarie e massmediatiche, infatti, hanno spesso contenuti che vanno ben oltre la nostra percezione visiva. Abituati ad essere coinvolti in questi canali assorbono messaggi che poi ne influenzano il comportamento, lo stile di vita e la stessa percezione della realtà. Sarebbe importante che chi si pone di fronte allo schermo digitale non abbandoni la propria capacità critica di fronte a quello che viene proposto.
In un contesto di questo tipo, l’insegnante di religione e la sua azione diventano centrali per aiutare i ragazzi a diventare coscienti di questi processi, per poter costruire la propria identità in maniera sana ed equilibrata.
Non è certo facile rimanere al riparo da un sistema che utilizza questi strumenti per fini che non sono certo quelli di aiutare una formazione umana e cristiana dell’individuo. Ma l’azione educativa può aiutare il giovane a prendere coscienza di questi processi per trovare, assieme, delle soluzioni. Diventa quindi centrale utilizzare anche il canale visivo, visto il suo impatto sugli alunni, per aumentare l’efficacia e l’efficienza dell’intervento. L’obiettivo dovrebbe essere anche quello di renderli più coscienti delle ragioni del loro disagio e di aiutarli nella costruzione di una propria identità. Paradossalmente se questo strumento è così efficace per destrutturare una persona, può essere altrettanto efficace se viene utilizzato, al contrario, per aiutare una persona a strutturarsi. Può aiutare l’uomo a spezzare le proprie catene2.

Sergio Pavan
(insegnante di religione e formatore)

1 Cfr. BENEDETTO XVI, Lettera in occasione della 45° Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali. Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale, Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Città del Vaticano. 24 gennaio 2011
2 Marialuigia CORONA e P. Luigi PRANDIN, Interventi al Meeting dei giovani della Comunità missionaria di Villaregia – 6 agosto 2009

 

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