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Credere: esperienza dell’umano

Intervista a Gabriella Caramore
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Autrice di radio-documentari e di testi radiofonici, Gabriella Caramore ha curato e condotto diversi programmi per Radio 3. Nel 1993 inizia a occuparsi del programma di cultura religiosa "Uomini e profeti".. All’interno dello stesso spazio ha iniziato recentemente una lettura e commento sistematico del testo biblico. Presso la casa editrice Morcelliana dirige una collana di testi di spiritualità. Ha curato l’edizione italiana di opere di G. Lukàcs (Diario 1910-11, Milano 1983), Endre Ady (Poesie, Reggio Emilia 1985), V. Segalen (Il doppio Rimbaud, Milano 1990), Y. Bonnefoy (L’impossibile e la libertà, Genova 1988; Entroterra, Roma 2004; Rimbaud, Donzelli 2010), Kirkegaard (Memorie di un seduttore, Rizzoli 2009), G. Zagrebelsky (Giuda. Il tradimento fedele, Einaudi 2010). Recentemente ha pubblicato La fatica della luce, confini del religioso, Brescia 2008; Il sogno potenza di realtà, Reggio Emilia 2010.


In chi o in che cosa crede?

Prima di tutto è necessario mettere in questa questione la parola: “credere”. Abitualmente la si connota in senso religioso. Ma “credere” in qualcosa è un’esperienza dell’umano. Biblicamente, questo verbo s’incontra soprattutto nel Nuovo Testamento, dove il greco traduce con “fede” e con “credenza” una parola ebraica che ha una dimensione originaria di “fiducia”, “conoscenza”, “obbedienza”. Certo, il testo biblico riferisce quel “credere” o quell’“aver fede” al Dio conosciuto nella rivelazione. Ma penso si possa affermare che anche le sacre Scritture hanno una prospettiva rivolta a dare un orientamento e un senso all’umanità dell’uomo, ben più che a definire dogmi o obbligare a credenze. “Credo”, dunque, nel tentativo di dare compimento alla nostra umanità, di raccogliere le scintille di bene che, talvolta, si sprigionano dall’esistenza, di opporre resistenza al male che nelle vite si manifesta, di soccorrere chi è nella difficoltà e nel dolore. “Credo” in tutti gli esseri umani che dedicano la loro vita alla libertà e alla felicità degli altri. Se tutto questo può essere compreso in un orizzonte che chiamiamo “Dio”, non lo so. Ma so che l’interrogazione su Dio può aiutarci in questa direzione.

Che cosa significa per lei avere fede?
Mi sembra di avere già risposto con la prima domanda. Vi è una fedeltà all’umano che si può declinare sia in senso religioso sia in senso, per così dire, “civile”. Non sono, evidentemente, la stessa cosa. Ma penso che in entrambe le dimensioni la fedeltà all’umano vada perseguita nella verità e nella libertà. Oggi mi sembra che questa parola, soprattutto nel nostro paese, sia stata molto svilita, anche perché assunta in modo astratto, quasi come se “avere fede” significasse o avere a che fare con la trascendenza, o, in maniera più restrittiva, appartenere a una comunità religiosa. Penso che l’aver fede si dovrebbe poter mostrare in una coerenza di vita, in una radicalità delle proprie scelte, nel rispetto delle scelte dell’altro.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)