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E’ legittimo l’invito a credere?

Intervista a Vito Mancuso
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Vito Mancuso, teologo, è stato docente di Teologia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano dal 2004 al 2011. Dal 2012 insegna presso l’Università di Padova. Autore di molti volumi dedicati alla riflessione religiosa, dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”. Presso Fazi Editore dirige la collana di ricerca teologica e spirituale “Campo dei Fiori”. I suoi ultimi libri sono Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana (2012) e, con Eugenio Scalfari, Conversazioni con Carlo Maria Martini (2012).

Si può formulare, ed è opportuno, una sorta di invito a credere?
Che debba darsi, credo di sì. Fa parte del gioco della filosofia o anche della teologia, il fatto che qualcuno viva di un credo e lo esponga e sia felice se altri lo abbracciano. Penso sia legittimo, senza nessuna costrizione, senza il compelle intrare. Per fortuna abbiamo superato questa posizione di forzatura perché la Chiesa cattolica ha riconosciuto la libertà di coscienza in ordine alla libertà religiosa al termine del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre 1965. Nessuna costrizione, ma un invito sì.
Quale potrebbe essere questo invito? Non posso che ripetere il discorso del bene: guardare la vita come si muove e vedere emergere ciò che uno dei miei maestri (Kant) chiamava antinomia. La ragione guarda il mondo e non può che vedere lo scontro di due nomoi entrambi legittimi: uno è la legge della giustizia e dell’armonia relazionale, l’altra è la legge che parla della forza, del potere, della prepotenza e della violenza, e afferma che la realtà è sopraffazione, Wille zur Macht.
Se Kant parla dell’antinomia e invita a scegliere il bene formulando l’imperativo categorico, il mio avversario sarà chi sostiene l’antitesi di questa prospettiva. È importante determinare chi è il nostro avversario, perché spesso non sappiamo definire il nostro pensiero ex positivo ma solo ex negativo. Qual è il pensatore che costituisce la mia antitesi? È Nietzsche. Perlomeno il Nietzsche che si riassume nella volontà di potenza, nella “bionda bestia divagante”, nell’idea che la filantropia e l’uguaglianza tra gli uomini siano invenzioni della malriuscita e risentita coscienza del gregge. Ci sarebbero da fare delle distinzioni tra questo Nietzsche e il Nietzsche dell’eterno ritorno e quello dell’Übermensch, dell’uomo che supera l’uomo. Ma il Nietzsche che si è imposto è quello della volontà di potenza, è lui che infiammava la mente di Benito Mussolini e Adolf Hitler, ed è lui il mio avversario.
L’invito a credere consiste nell’affermare che le idee sostenute da Nietzsche sono reali, ma è reale anche la filosofia del bene e della giustizia; da qui l’antinomia. Antinomia significa scontro di due leggi entrambe legittime. La volontà di potenza è vera: è un dato di fatto che il mondo vada spesso avanti anche così. Al contempo, è altrettanto vero l’imperativo categorico kantiano nella duplice formulazione della Metafisica dei Costumi («Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua che nell’altrui persona, sempre come un fine mai come mezzo») e, tre anni dopo, della Critica della Ragion pratica («Agisci in modo da elevare la tua azione a massima dell’agire universale»). È altrettanta vera la regola d’oro («Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te» e nella versione al positivo: «Fa’ agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te»), insegnata da tutte le grandi religioni dell’umanità. Ciò attesta la dimensione dell’armonia relazionale che emerge dal mondo.
Dal mondo emerge la logica della volontà di potenza e la logica della volontà di armonia. Di fronte a queste due leggi entrambe vere, l’invito a credere è un invito a prendere posizione. Non ci sono dimostrazioni apodittiche, non si può dimostrare che la via del bene sia superiore alla via della forza, del potere, dell’imposizione della volontà. Non è detto. Occorre una fede, un investimento di energia emotiva, intellettuale ed esistenziale, il lavoro di ogni giorno in una delle due vie. Questo è l’invito a credere.
Le religioni con i loro libri sacri, i loro miti e le loro dottrine, sono funzionali (o per lo meno dovrebbero esserlo) a far sì che il soggetto determini se stesso rispetto a questa partita decisiva della vita rispondendo “no” alla volontà di potenza e “sì” alla volontà di armonia.

Se domani finisse il mondo, che cosa farebbe?
Niente panico. Mi piacerebbe andare sulla cima di qualche monte e guardare lo spettacolo meraviglioso che è il mondo. Guarderei negli occhi mia moglie e i miei figli, le persone che amo. Guardiamoci per l’ultima volta e poi la logica del mondo prenda possesso di noi.

 

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)