URL » http://idr.seieditrice.com/interviste/intervista/fede-e-ragione/

Fede e ragione

Intervista a Giuliano Amato
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Giuliano Amato, politico e giurista, è stato Presidente del Consiglio dei ministri dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001. Giurista costituzionalista, docente universitario, un tempo esponente del partito Socialista Italiano, ha poi aderito all’Ulivo e infine al Partito Democratico. Attualmente ricopre importanti e internazionali ruoli culturali, tra cui quello di presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.


Lei si definisce “non credente”, ma presumo che abbia ricevuto un’educazione di stampo cristiano-cattolico, come d’altronde avviene solitamente in Italia. Immagino quindi che si sia verificato un momento di “rottura” e di scissione: ricorda un avvenimento particolare o una serie di avvenimenti che l’hanno spinta a ripensare il suo percorso di ricerca e a virare verso posizioni e riflessioni che le rendono possibile esprimere con libertà questa sua posizione?

Ho avuto, come quasi tutti coloro che vivono in Italia, un’educazione cattolica. Ho sempre conservato gli insegnamenti di questa educazione, ma me ne sono allontanato intorno ai vent’anni, quando ho maturato convinzioni diverse, e comunque mai ostili alla religione. Infatti, in Italia è molto facile che chi si definisce non credente e vicino alla matrice del pensiero illuminista sia tendenzialmente orientato a ritenere la religione una superstizione da cui la ragione ci debba liberare (faccio riferimento alla posizione di Comte). Anche le vicende iniziali della nostra storia nazionale hanno separato i non credenti dai credenti in termini di ostilità. Io mi sono rapidamente convinto che aveva ragione Pascal, cioè che l’essere o meno religiosi sia frutto di un qualcosa che viene dalla grazia, è un qualcosa che ad alcuni tocca e ad altri no. Di questo discuto sempre con i miei amici che hanno fede. Se non sei toccato dalla grazia, arrivi a conclusioni come la mia: di sicuro c’è un mistero che la ragione non spiega, è assai più probabile che l’universo e il funzionamento di tutti i frammenti di cui è composto, noi uomini compresi, sia frutto di un ente che lo ha inventato, creato e messo in moto, piuttosto che il frutto di una casualità statistica. Però, anche se penso che questo ente soprannaturale esista, non è detto che entri nella mia vita. Per incidere sulla vita deve entrare in funzione quel meccanismo chiamato grazia e che determina anche un fatto emotivo, passionale, di “amore per”. A volte parlando con gli amici dico che capisco il loro amore per Dio che di riflesso li porta ad amare più esseri umani di quanti ne ami io. Quando ho sostenuto e continuo a sostenere, irritando i non credenti, che la fede dà una marcia in più mi riferisco a questo potenziale di amore che sta alla base delle relazioni umane. Bobbio e io possiamo amare non più di trenta persone, mentre Madre Teresa arrivò ad amarne molti di più. Io per amare gli altri non riesco a comporre quel triangolo uomo-Dio-uomo, quasi come se l’amore fosse frutto della proprietà transitiva. Ne rimango tuttavia colpito e lo apprezzo molto. Ho sempre ammirato Madre Teresa, proprio perché dava solo amore e con esso dava tantissimo.

Possono convivere, secondo lei, fede e ragione? Se sì, in che rapporto? La religione ha un ruolo politico? Lei pensa che debba averlo?
Se per ruolo politico si intende il dibattito che ha luogo sugli affari collettivi, trovo ovvio, con Habermas, che la religione debba essere ammessa alla sfera pubblica. Sempre che per ruolo politico non si intenda che la forza coercitiva dello Stato sia messa a disposizione dei dettami di una religione. Le giurisdizioni della Chiesa e dello Stato devono essere separate e questo comporta che le decisioni dello Stato le adotta lo Stato, dopo un dialogo però nella sfera pubblica dove deve esserci anche l’opinione religiosa. Da noi ancora si discute di queste cose in nome di una storia pregressa in cui c’era una potestas directa della Chiesa sugli affari civili. Oggi si vorrebbe però anche negare la potestas indirecta. Questo è un non-sense, perché in tale ottica i credenti dovrebbero essere esclusi dalla sfera politica in quanto tali. Non vedo perché il non credente possa portare nella sfera pubblica i suoi valori e il credente sia invece privato di questa possibilità solo perché i suoi valori sono di derivazione religiosa. Il carattere discriminatorio e privo di senso di una cosa simile è fuori di dubbio. Perché la cosa funzioni occorre avere chiaro che non c’è conflitto tra fede e ragione. Ratzinger l’ha argomentato al meglio assumendo la razionalità della discussione nella sfera pubblica e la capacità degli argomenti di derivazione religiosa di essere portatori di una propria razionalità. C’è un punto chiave su cui, secondo me, ha scritto in modo molto nitido Charles Taylor: la persona di fede deve essere convinta che la sua fede è frutto di una opzione di vita che non è l’unica e che ce ne possono essere altre. Questo non è facile da accettare per chi si ritiene portatore di un messaggio universale, e qui torno a Pascal: c’è chi ha avuto la Grazia e chi non l’ha avuta, dunque cosa faccio? Non parlo con questo? Non è figlio del mio stesso dio? Ed ecco che si arriva a ciò che ha bene messo in evidenza Robert Putnam nell’ultimo libro sul ruolo delle religioni negli Stati Uniti . Lui ha concentrato la sua ricerca su una domanda: «Gli altri vanno in Paradiso?». La domanda è molto importante perché presuppone tutto ciò che abbiamo detto. Bene: quasi il 90% degli intervistati pensa di si. Ciò vuol dire che essi prendono atto che chiunque viva la sua vita di credente in buona fede abbia davanti a sé il medesimo orizzonte. Penso che questo risultato sia molto importante per il dialogo interreligioso, anche se il libro si focalizza su un ventaglio di diverse credenze comunque cristiane, e ha pochi dati sul rapporto con la religione musulmana. Il nemico non è mai la fede diversa dalla tua, ma è l’intolleranza.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)