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Filosofia e fede

Intervista a Oscar Brenifier
di Mariachiara Giorda
 

Oscar Brenifier ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia e dirige l’Institut de Pratiques Philosophiques di cui è anche il fondatore. È specializzato in filosofia per l’infanzia, in didattica della filosofia per cui tiene seminari e laboratori in tutto il mondo e pratica il counseling filosofico. Tra i suoi libri più apprezzati, illustrati dall’autore Jacques Despres, si ricordano Il libro dei grandi contrari filosofici, Il senso della vita, Il libro dell’amore e dell’amicizia, Il bene e il male e Il concetto di Dio. Ha redatto inoltre per l’Unesco il rapporto La philosophie non accademique dans le monde.

Che cos’è la filosofia?
Per me filosofare non è fare un grande discorso sulla metafisica, ma prima di tutto è la capacità di costruire il pensiero, è prendere coscienza, saper porre una domanda globale. L’idea primaria della filosofia è quella di stupire e stupirsi.

Qual è la difficoltà maggiore che riscontra un adulto nell’adottare questo metodo?
Il filosofare con i bambini può essere una sfida per gli adulti. Una mancanza, che però non appartiene solo agli adulti ma anche ai bambini, è relativa alla pazienza. Tra i compiti di un adulto reputo che sia fondamentale l’impegno nel far emergere e coltivare l’attitudine dei singoli bambini e per far ciò, quando entro in un’aula, il primo lavoro che svolgo concerne la pazienza, altrimenti non si riesce a pensare e si fa solo rumore. Per pensare c’è bisogno di un silenzio interno. Al contrario degli insegnanti, io chiedo ai bambini di alzare la mano più lentamente e silenziosamente possibile, di modo che anche coloro che necessitano di più tempo per riflettere possano partecipare all’attività. Oggi nelle scuole, gli insegnanti si stancano più facilmente, ma questo non dipende dai bambini, bensì da loro stessi: si deve sempre correre per terminare il programma, non vi è spazio per sviluppare le attitudini di ognuno e la tranquillità di tutti, per cui il maestro utilizza solitamente una rigida disciplina ed è abituato a urlare. Questo però, porta a far sì che solo gli alunni più reattivi, che alzano velocemente la mano, partecipino in prima persona, lasciando molti bambini in silenzio, senza che abbiano la possibilità di esprimersi. Normalmente, quando chiedo il perché di un tale comportamento, mi viene detto che lo si adotta per forza di abitudine: ma cosa vuol dire? Questa non è una replica valida, non significa nulla, indica solo impotenza nel non saper trovare una risposta e nell’impazienza del “tutto e subito” con cui molti adulti vivono.
Ricevo numerose critiche dagli insegnanti, mi giudicano duro con gli alunni perché non li lascio parlare e sono troppo esigente, ma loro poi cosa fanno? Si rivolgono ai bambini urlando! Mi fa male all’anima ascoltare un maestro gridare. Dalle loro parole sembra quasi che i bambini non possano sopravvivere all’esperienza del filosofare, ma la differenza sostanziale tra me e gli insegnanti è che loro vedono l’aula come una famiglia, io come una società.
Ad alcune ragazze che vogliono farsi suore, una volta entrate in convento, viene dato un ramo secco che devono piantare a terra e innaffiare. Viene detto loro che se hanno sufficiente fede, l’albero crescerà. La pazienza è dunque fondamentale e le persone tendono a evitare proprio ciò che di più sostanziale c’è nella vita.
Alla mancanza di pazienza poi, sono correlati altri comportamenti con i quali è difficile mettere in pratica questo metodo; parlo ad esempio dell’impulsività, il bisogno – a mio avviso prerogativa italiana – di aggiungere continuamente parole ad altre parole per chiarire meglio il concetto che si vuole esprimere; ma questo lo si fa per se stessi o per gli altri che ascoltano? Platone disse, parlando dei bambini, che per loro è difficile scegliere, ma crescendo devono imparare a farlo, ed è un insegnamento che va applicato anche al linguaggio: si deve acquisire una padronanza nel selezionare le parole. È straordinario, se si fa la domanda giusta, quanto sia facile conoscere come rapidamente appare l’essere.

È possibile attraverso le “continue domande” arrivare a una conclusione?
La domanda contiene in sé una presupposizione, cioè l’idea del punto. Ma cosa significa? A mio avviso è più interessante il presupposto della domanda. Il punto indica una chiusura del pensiero; nel dialogo di Platone la fine non esiste, nella dialettica il punto finale non ha senso. Con questa domanda mi obblighi a entrare in uno schema che per me è il contrario del pensare, mi dai un prerequisito. Se dico che si arriva a una conclusione ti rendo felice, se dico di no accetto comunque la tua idea; preferisco problematizzare, mettere in discussione questo punto, un concetto appartenente alla matematica, inesistente. Perché c’è la necessità di arrivare a un fine? Questo per me è controllo, potere. Dirò di più: probabilmente l’utilità di ciò che faccio è nel suo non avere utilità. Quando guardi un quadro non ti chiedi qual è la sua finalità. L’atto del pensare dovrebbe essere un atto umano fondamentale come il mangiare. Si mangia per vivere o si vive per mangiare?

Come si arriva all’incontro con Dio?
Ho notato che ogni paese ha un’ossessione particolare e l’Italia è ossessionata dalla perfezione; se non si è perfetti, sicuri, allora non va bene, non si sta bene. Questo mito della perfezione non porta a nulla; c’è un vantaggio nella stupidità: quello di poter sbagliare, e ciò dà tranquillità all’anima. C’è bisogno, prima di ogni altra cosa, di riconciliarsi con la finitudine, con l’imperfezione e l’impurità. Per quanto riguarda l’incontro con Dio, a mio parere bisogna prima rispondere ad alcune domande tra cui la più importante è capire se si ha una qualche difficoltà a riconciliarsi con se stessi. Bisogna cercare il luogo in cui è possibile incontrare il proprio io. Prima di rispondere su Dio, ci si deve domandare dov’è il proprio luogo, perché se non scoviamo lo spazio che appartiene a noi, come si può incontrare il luogo di Dio? Socrate dice “conosci te stesso”, dunque prima di cercare delle risposte su Dio, le si deve trovare su di sé. Come può una mamma preoccuparsi dell’identità del bambino se lei non ha una sua propria identità?

In che cosa e come crede?
Credo in te, perché è te che cerco di incontrare.

Che cosa intende per fede?
Quello che non conosco.