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I profeti nell’islam

Intervista ad Antonio Cuciniello
di Mariachiara Giorda
 

Antonio Cuciniello si è laureato nel 2000 presso l’Università degli Studi di Napoli – l’Orientale con una tesi dal titolo “Gesù e la sua seconda venuta nelle scritture islamiche”. Nel 2001 ha ottenuto il Diploma in Studi arabi al Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica (PISAI) di Roma e nel 2002 ha discusso presso lo stesso Istituto la tesi “I segni dell’Ora nell’escatologia islamica”, conseguendo la Licenza di Studi Arabi e Islamici.
Ha insegnato per tre anni all’Istituto Salesiano “Don Bosco” del Cairo, dove si è dedicato anche allo studio di diverse copie di un’opera manoscritta di Jalal al-Din al-Suyuti (1445-1505) sulla seconda venuta di Gesù nell’islam.
Collabora con la Fondazione ISMU all’interno del Settore Educazione e come referente dello Sportello Arab-informa.
Ha pubblicato con il prof. Paolo Branca dell’Università Cattolica (Milano) Radici comuni. Europa e Islam, Fondazione Achille e Giulia Boroli, 2007 Milano.

 

Chi sono i profeti per i musulmani?
In islam il ministero dei profeti è vissuto come un profondo atto di misericordia del Creatore verso le sue creature, al fine di distoglierle dal male e riportarle sulla Retta Via, al-sirat al-mustaqim, di cui si parla fin dai primi versetti del Corano.
Allo stesso tempo Dio, tramite i suoi messaggeri, si impone come Uno e Unico, elemento che è alla base del concetto del tawhid, il monoteismo più puro, cardine e dogma imprescindibile della fede islamica.
I profeti, oltre a figurare come guide e ammonitori, sono presentati nel Testo sacro anzitutto come «musulmani», nel senso che sono sottomessi al volere divino, perciò il loro sembra essere sempre un agire vincolato. La loro condotta è a illustrazione del vero islam: pur rimanendo dei semplici uomini, non avendo potere su nessuno, rappresentano per tutti i fedeli modelli da seguire e costruttori di un unico edificio per il quale ciascun loro predecessore ha gettato le fondamenta, confermando e rinforzando quanto annunciato a loro da Dio in precedenza, in una catena che arriva fino ad Adamo, considerato lui stesso profeta.
La profetologia in islam è di fatto un importante articolo di fede che ha principalmente valore di segno divino, inserendosi direttamente nel discorso che concerne la Creazione del mondo e la Resurrezione finale. Dio, fin dall’inizio della storia umana, ha inviato dunque un’ininterrotta serie di messaggeri che la tradizione fissa nel numero complessivo di ventiquattromila.
I nomi dei profeti riscontrabili sono per la maggior parte quelli della tradizione biblica, pur risultando assenti alcuni dei messaggeri biblici maggiori come Isaia, Geremia e Osea.
Inoltre, in islam sono considerati profeti anche altri tre personaggi, Hud, Salih, Shu‘ayb, assenti però nella tradizione biblica, ragione per cui figurano come puramente arabi.
Lo spazio dedicato ai profeti nel Corano, il cui ricordo serve di edificazione, avvertimento e minaccia per l’incredulo, esempio e incoraggiamento per il credente, rappresenta la parte più narrativa e consistente. Questo elemento risulta significativo sotto molti aspetti, a testimonianza della popolarità che ebbero i racconti dei profeti fin dalle prime generazioni di musulmani.
La concisione di alcuni racconti, la storia di Giobbe, ad esempio, che nel Testo biblico occupa diversi capitoli, nel Corano si conclude in pochi versetti, fa sì che le descrizioni si riducano la maggior parte delle volte all’essenziale o che solo certi episodi siano più rimarcati rispetto ad altri, spesso caratterizzati anche da una noncuranza degli elementi cronologici.

Esistono delle altre figure mediatrici, oltre ai profeti?
Una caratteristica peculiare dei messaggeri divini in islam è la distinzione fra la categoria dell’inviato, in arabo rasul, da quella del profeta, nabi.
Gli inviati sono coloro che sono apparsi tra popoli non seguaci di religioni rivelate, confermando la tradizione precedente, apportando un Libro sacro o istituendo una nuova religione. È il caso di Gesù, a cui fu dato, come a Mosè, un Libro, a conferma del patrimonio religioso antecedente.
Tra il rasul e il popolo o la comunità cui egli viene inviato vi è una connessione diretta, così a ogni popolo Dio ha mandato il suo Apostolo la cui missione ha avuto però anche carattere universale, nel senso che questa non si è esaurita sulla terra, ma avrà risonanza anche nel Giorno del Giudizio, durante il quale gli uomini risponderanno della loro obbedienza a lui.
Alla categoria del nabi appartengono invece coloro che sono stati inviati alla «Gente del Libro», ossia le comunità religiose che posseggono un Libro rivelato, tra le quali il Corano include espressamente gli ebrei e i cristiani, ribadendo il messaggio portato dagli inviati, senza modificarne integralmente i precetti o senza recare una nuova rivelazione scritta.
Ne risulta che ogni rasul è anche un nabi, mentre non è vero il contrario.

E il Profeta?
Tra i messaggeri, Muhammad, che appare profeta, ma anche, come Mosè e Gesù, inviato destinato alla sua gente, occupa nella tradizione islamica un posto di rilievo assoluto, è il «sigillo dei messaggeri divini». Egli, infatti, annunciato da Gesù, chiude, come nel caso di S. Giovanni evangelista per i cristiani, una volta per tutte il ciclo della profezia.
La superiorità di alcuni messaggeri sembra essere confermata anche da un passo coranico che pare esprimere una vera e propria gerarchia: Di tali Messaggeri Divini alcuni li abbiamo resi superiori ad altri; fra essi c’è chi parlò con Dio, ed Egli ne ha elevati alcuni di vari gradi. Così demmo a Gesù figlio di Maria prove chiare e lo confermammo con lo Spirito di Santità (Cor. 2:253).
Nonostante ciò, il Corano in svariati altri passaggi raccomanda anche di non fare distinzione, né scelte di preferenza tra gli stessi profeti.

Qual è il ruolo e quale il profilo di Gesù nel Corano?
La tradizione musulmana dichiara all’unanimità un privilegio che accomuna sia Gesù sia Maria, l’unica donna nel Corano a essere chiamata col suo stesso nome (generalmente ci si riferisce a una donna attraverso un uomo) e a cui è dedicato il titolo di un intero capitolo, il 19.
La tradizione inoltre tramanda che entrambi, dichiarati «segno divino per le creature», sono gli unici esseri umani che al momento della nascita furono preservati dal contatto satanico, privilegio direttamente riconducibile al voto di Anna e alla sua preghiera di rifugio contro Satana.
Il Corano, inoltre, stabilisce una comparazione tra la nascita sovrannaturale di Gesù e la creazione di Adamo, chiamato all’esistenza grazie alla «Parola creatrice» di Dio, che è la stessa Parola attraverso la quale viene al mondo anche Gesù, egli stesso definito «una Parola che viene da Dio».
Nella successione dei profeti, dunque, il Corano affida un posto anche a Gesù, che fu mandato come messaggero ai «figli d’Israele», in qualità di segno del Signore, «Messia, figlio di Maria», concepito da una madre vergine e preannunciato prima della sua nascita, come lo fu Giovanni, il quale fu il primo a riconoscere la missione del Cristo, in quanto Verbo venuto da Dio e deposto in Maria per opera dello Spirito di Santità (da non confondere con lo Spirito Santo; per molti commentatori coranici si tratterebbe di Gabriele).
‘Isa, questo il nome con cui i musulmani si riferiscono a Gesù, è in islam un profeta tra i profeti. Certamente i musulmani non attribuiscono a Gesù il posto d’onore che a lui è affidato nella rivelazione evangelica, ed è lui stesso a dirlo nel Corano quando si dichiara profeta e servo di Dio, dal quale ha ricevuto il Libro, ossia il Vangelo (nel Corano si parla di un testo unico).
Parlare di Gesù nel Corano e nella tradizione islamica significa parlare, in ogni caso, di uno dei più grandi profeti inviati da Dio agli uomini, alla pari di Mosè o dello stesso Muhammad.
In un’ottica interreligiosa, il posto privilegiato accordato a Gesù nella religione islamica ci invita a leggere con attenzione i versetti coranici che contengono tutto quanto un musulmano dovrebbe sapere sulla figura di Gesù, fermo restando che il Cristo dell’islam non è il Cristo dei cristiani.
In termini di parallelismo, nella configurazione generale degli eventi relativi alla storia di Gesù, è possibile notare che tutti i profeti furono oggetto delle ostilità del popolo o di una parte del popolo al quale furono inviati. Ma proprio in virtù della loro missione Dio non li abbandonò mai. Esemplare compare in questo senso l’episodio di Abramo il quale, minacciato di essere bruciato, fu tempestivamente liberato dal fuoco.
Allo stesso modo Gesù sarà liberato dall’ignominia della morte in croce. Il Corano infatti non contempla l’uccisione del Cristo, anzi la nega e condanna coloro che credono che un apostolo come lui sia stato sottoposto a una morte così crudele; un’altra persona dunque, si legge nel Corano, prese il suo posto sul legno, in quanto fu reso agli occhi dei carnefici simile a lui, mentre il Signore lo faceva ascendere al cielo, riservandogli il posto dei «vicini a Dio».
Nell’ottica coranica, Gesù, come tutti i servi di Dio, portatore di un messaggio divino al mondo, non poteva essere annientato dai nemici di Dio. L’ipotetica realizzazione della crocifissione del Cristo avrebbe delineato un’evidente sconfitta anche del suo Signore: i testimoni di Dio sono sempre vittoriosi e non possono in alcun modo soccombere alle forze del male.
Non essendo di fatto ancora morto, ma asceso al cielo per scampare alla morte di croce, Gesù non ha ancora portato a termine la sua missione, anzi, nel quadro escatologico islamico coprirà un importante ruolo, principalmente nell’uccisione dell’Anticristo, che avrà importanti ripercussioni sul destino dell’umanità. Tale funzione ha fatto guadagnare a Gesù anche il titolo di «ben Guidato», ossia colui che ristabilirà la pace e la giustizia dopo tempi difficili.