Ermis Segatti
Don Ermis Segatti è docente presso la Facoltà Teologica di Torino, dove ricopre la cattedra di Storia del cristianesimo contemporaneo.
Si è occupato della realtà politica e sociale dell’est europeo e in particolare dell’ex Unione Sovietica. In questi ultimi anni, i suoi studi si sono rivolti a un altro scenario particolarmente importante nel mondo contemporaneo, quello della Cina e dell’Oriente.
È responsabile diocesano per la pastorale della cultura. Ha pubblicato diversi libri, tra cui
I cristiani e la pace, Edizioni Gruppo Abele, 1987
Dopo mille anni di Cristianesimo in Russia, Piemme, 1989
Islam e Cristianesimo, collana Per saperne di pù, Edizioni Abbazia della Novalesa, 1998
L’insegnamento di Buddha e Gesù a confronto, collana Per saperne di più, Edizioni Abbazia della Novalesa, 1999 ed è anche autore di numerosi articoli, tra cui
«Il Cristianesimo come ascesi nella società del welfare e del debole pensiero», in L’ascesi nel Buddhismo e nel Cristianesimo, atti del convegno, Edizioni Agami, 2005
«Alla ricerca di un volto asiatico in Gesù», in Credere oggi, XXVII, 2007
«Neo-Platonism and Early Christian Theologies», Archivio Teologico Torinese, 2007
Come si distribuiscono le confessioni cristiane in Europa e nel mondo? Quali sono i punti di maggiore unione e quelli di maggiore dissenso tra loro?
In ogni parte dell’Europa ci sono cattolici, protestanti, anglicani, ortodossi ecc.; però, a spaccati di maggioranza, al nord sono tendenzialmente prevalenti i protestanti, a nord-ovest gli anglicani, a est gli ortodossi e a sud i cattolici. Il primo spaccato geografico è questo. Ma poi bisogna subito precisare che tutti – cattolici, protestanti, ortodossi e anglicani –, recitano il Credo: e questa mi pare che sia una consistente «piattaforma di unione», al di là di tutte le differenze che sicuramente ci sono.
I cristiani d’altra parte restarono uniti per mille anni… allora ci si chiede: all’interno di questa base comune, da dove nascono le differenze?
Bisogna analizzare caso per caso.
Con gli anglicani la differenza fondamentale sta nel rapporto che la Chiesa locale ha con la Chiesa romana e le altre Chiese. La Chiesa d’Inghilterra insiste e rivendica la propria autonomia, e in un certo senso anche la propria autosufficienza. E per capire la portata di questa posizione, sarà necessaria una precisazione: non si deve infatti pensare che la Chiesa anglicana sia una comunità piccola e circoscritta, perché a seguito dell’espansione coloniale inglese essa si è diffusa in ogni parte del mondo: si può ormai affermare che la maggioranza degli anglicani risieda fuori dall’Inghilterra.
Differenze rispetto alla Chiesa protestante. I protestanti hanno ancora più fortemente accentuato l’autonomia rispetto alla Chiesa di Roma, in quanto ritengono che il «vero e unico papa» sia la Bibbia, che l’unica e vera gerarchia sia data dalla Parola di Dio e la vera e unica Chiesa sia quella che si raduna attorno alla Parola di Dio. Le altre differenze sono secondarie, addirittura in alcuni casi del tutto insignificanti.
Gli ortodossi hanno invece come tratto specifico l’importanza attribuita alla mediazione della Chiesa sia come tradizione nella sua struttura, sia attraverso i vescovi, sia in ciascuna chiesa locale attraverso il suo patriarca. A differenza della Chiesa romana e dei protestanti, accolgono una struttura di tipo comunitario fra i patriarchi: usando una terminologia tecnica, possiamo dire che hanno una struttura «a sinodo». Ogni chiesa ha al suo interno un patriarca– le chiese sono per lo più identificate con i territori nazionali– e il patriarca ha un sinodo con cui regge la Chiesa. La differenza rispetto a Roma sta nel fatto che essi considerano il papa un patriarca, che agisce sinodalmente con loro. Pensano che l’unione della Chiesa cattolica con quella ortodossa dovrebbe comportare questo, cioè che il primato del papa sia solo di onore.
I cattolici, invece, ritengono che nel Vangelo e nella tradizione primitiva della Chiesa Pietro abbia avuto un ministero speciale tra gli altri apostoli; Gesù ha voluto incaricarlo di essere capo della Chiesa perché l’unità della Chiesa fosse particolarmente marcata; è segno della presenza Sua nella Chiesa. Il papa quindi ha un ministero particolare per mantenere l’unità della Chiesa, possiede un’«autorità autorevole», non un’autorità fine a se stessa.
È difficile pensare che queste ragioni possano essere tanto forti da rendere così divise le Chiese fra di loro. In effetti direi che qui bisognerebbe fare un’operazione di questo tipo: essere uniti per quanto si ha di comune, ed essere divisi per quanto si ha di diverso. Invece capita che ciò per cui siamo divisi, che è percentualmente inferiore ai motivi di unione, prevalga sullo spirito di comunità. È una proporzione inversa: non abbiamo un segno di unità pari a ciò che ci unisce, abbiamo un segno di divisione superiore a quanto ci unisce.
E oltre ai confini europei? La Russia, la Cina, l’America, l’Africa come vivono la presenza del cristianesimo?
La Russia, a causa dell’espansione prima dell’Impero zarista e poi dell’Unione Sovietica, ha portato la dottrina della Chiesa ortodossa all’interno del territorio vastissimo dell’Asia centro-settentrionale, quindi dagli Urali fino alla Cina. Naturalmente in questi territori vi è una forte presenza della religione musulmana, soprattutto verso il centro-sud della Siberia, ma la maggioranza della popolazione centro-asiatica è ortodossa, o perlomeno ha ricevuto la tradizione religiosa ortodossa; quanto oggi vi sia ancora di cultura ortodossa, bisognerebbe verificarlo.
L’esempio russo-ortodosso mi serve per spiegare come il cristianesimo si sia diffuso in modi diversi anche a seconda di chi lo ha diffuso.
E dobbiamo poi tenere conto di quanta influenza abbiano le caratteristiche continentali. Basti pensare, con un esempio molto più vicino alla nostra esperienza, alle differenze esistenti all’interno del cattolicesimo a seconda dei continenti: essere un cattolico cinese o un cattolico italiano fa la differenza su molte cose; essere un cattolico indiano fa la differenza, essere un cattolico della Nigeria oppure del Congo o del Kenya fa la differenza. Non parliamo poi di un cattolico del centro America o del sud America o degli Stati Uniti. Le caratteristiche continentali ci sono. Si è cercato di integrare queste differenze attraverso momenti di «convergenza» dei rappresentanti delle Chiese dei vari continenti in grandi congressi (le conferenze episcopali), per esprimere nel modo più unitario possibile la posizione di tutti su varie questioni. Le conferenze episcopali dei vari Stati e poi le conferenze episcopali dei vari sub-continenti o dei continenti hanno portato all’interno del cattolicesimo e della comunità della Chiesa le caratteristiche locali, tipiche dei vari continenti.
Ma lo stesso vale per i protestanti. Un conto è essere un protestante, poniamo, un luterano o un presbiteriano in Italia o in Germania; un conto è essere un battista del nord o del sud degli Stati Uniti. Ci sono delle differenze dettate proprio dal confronto che tutte le confessioni cristiane hanno e hanno avuto con le culture presenti nel mondo; un po’ come è capitato per la cultura ebraica antica, quando ben diverso era il confronto tra ebrei in Palestina, o il confronto tra ebrei all’estero (nella diaspora), o ancora il confronto tra ebrei e romani, greci, germani, slavi e via discorrendo.
Questo fenomeno oggi porta con sé un dato nuovo, imprevedibile: confrontarsi con l’uomo del pianeta terra, che non è né del nord, né del sud, né dell’est o dell’ovest, è semplicemente cittadino del mondo. Questa carta di identità comune sta crescendo come esigenza, e comporta per tutte le fedi la necessità, la capacità di dialogare con l’aspetto globale o «globalizzato» della persona di oggi, una persona cioè che deve fare i conti con tutto il mondo. Questo passa in primo piano rispetto al fatto di essere italiano, europeo…
Quali sono le resistenze intorno alle possibilità crescenti di dialogo?
Le resistenze più forti si possono incontrare anche nella nostra diretta e personale esperienza.
Quando una persona esce dal suo paese – per esempio dall’est del Congo o dallo Zambia, oppure da uno degli stati dell’India o dalla Birmania o dalla Cina o dall’Asia ex sovietica o dal Perù – e viene qui, la prima cosa che cerca di fare è di «non perdere se stesso». Oggi nel mondo c’è una «resistenza» che potremmo raffigurare così: siamo dei cittadini segnati dalla nostra storia, che improvvisamente si trovano nella piazza comune. Ciascuno tende a farsi il proprio stand… è difficile pensare alla logica della piazza comune senza cercare di marcare la propria appartenenza.
Oggi il mondo è un grande laboratorio, in cui si devono accettare identità diverse. Si stanno formando generazioni nuove che sentono di avere come origini e radici non più e non solo la propria terra, la propria cultura d’origine in senso unitario: sentono e vivono nella propria vita la coscienza di un’appartenenza multipla; potranno fare qualcosa di nuovo perché capiscono da dove arrivano e capiscono anche che questo non può bastare più, e questa coscienza potrà assottigliare le distanze.
Non penso però che la presenza di resistenze sia un aspetto solo negativo; alcuni uomini, che secondo me sono i saggi dell’umanità, dicono che quanto più forte sarà l’identità sopranazionale tanto più si dovrà essere capaci di salvaguardare le differenze. Questa è un’idea recente, perché prima si pensava soprattutto a uscire dai limiti ristretti della propria cultura, adesso invece c’è molta attenzione a non perdersi, a non perdere ciò che sta alla propria origine.
Immaginiamo le classi di una scuola. Fino a venti anni fa si chiedeva: «da dove arrivi tu?» e la risposta era: «arrivo dalla Puglia, dalla Basilicata, dalla Sicilia, dal Veneto, dal Friuli, dalle Marche ecc.». Tutt’al più si aveva una pronuncia un po’ diversa. Ora esiste una fusione tale tra le provenienze delle persone, da tutto il mondo appunto, che gli orizzonti si sono per forza allargati. L’aspetto nuovo e positivo è che si è capaci di capire lo specifico del mondo da cui una persona viene, ci si trova più disinvolti rispetto allo sconosciuto, al diverso.
Forse il fatto doloroso, rispetto a questi fenomeni, è che alcune cose, molte cose andranno perdute… Del resto, come quando si spegne una persona finisce un universo, così quando finirà il tempo del pianeta Terra composto da tante storie nazionali diverse, nascerà un pianeta Terra nuovo in cui qualcosa si perderà (e andrà a finire, si spera, almeno nei musei) ma nel contempo si costituirà un’identità nuova del nostro mondo. Bisogna riconoscere che nel passato le civiltà si sono fondate a partire da una grande forza di autosufficienza, che derivava loro proprio dalla necessità della sopravvivenza, perché ciascuna doveva vivere nel proprio «buco». Ora non si potranno più mantenere queste identità: si è persa l’identità del mondo «tutto chiuso dentro se stesso», perché oggi il mondo culturale e religioso si è aperto a una comunicazione più grande, più intensa. Cosa che fa a noi oggi una grande paura; ma il futuro sarà capace di dire parole diverse.
Link
Nel sito della Santa sede è possibile consultare:
il programma della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 Gennaio 2009)
e del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani
Si segnalano inoltre:
il sito del CEC (Consiglio Ecumenico delle Chiese)
del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche)
e di Interdependence, associazione laica per l’interdipendenza religiosa che pubblica l’omonima rivista consultabile sul sito stesso.

