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Il sacro in teatro

Intervista a Lucilla Giagnoni
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Lucilla Giagnoni, attrice, ha frequentato la Bottega di Gassman a Firenze dove ha lavorato con Vittorio Gassman, Paolo Giuranna, e con la grande attrice francese Jeanne Moreau.

Dal 1985 al 2002 ha lavorato con il TEATRO SETTIMO, partecipando alla creazione di quasi tutti gli spettacoli prodotti e alle loro rappresentazioni in Italia e all’estero. Del 2007 è la realizzazione per RAI 2 del monologo Vergine Madre. Dopo Vergine Madre, Big Bang, sulle origini dell’universo. L’ultimo spettacolo è Apocalisse. I tre spettacoli compongono una Trilogia che ha preso il nome di Trilogia della spiritualità.

Perché si è messa a leggere i testi sacri e quali testi sacri si è messa a leggere?
Sono partita dal leggere la Divina Commedia: è stato lui, Dante… La mia storia con Dante è molto semplice. Sono nata a Firenze e cresciuta a Firenze, ho frequentato poi la Bottega di Vittorio Gassman. La sua era una scuola per attori molto particolare; non era la classica scuola di formazione per attori, era un super master, avevamo insegnanti prestigiosi: potevano essere, per esempio, un mese Gasmann, un mese Jeanne Moreau, grandissimi interpreti teatrali. Vivevamo una dimensione finalizzata non all’apprendimento di tecniche ma piuttosto a una formazione interiore. Abbiamo avuto come maestro, tra gli altri, Paolo Giuranna, un grande attore, che ci ha introdotti alla Divina Commedia, ci ha fatto lavorare un anno intero esclusivamente su quest’opera. Aveva conosciuto le metodologie steineriane e ce le faceva applicare nella interpretazione della Divina Commedia.
Uscita dalla scuola, ho incontrato il Teatro Settimo, un gruppo di artisti che sono diventati i maggiori rappresentanti della narrazione in Italia. Per mantenere la mia identità dentro il gruppo, continuavo a studiare la Divina Commedia come esercizio interiore e come allenamento d’attore. Finché giunse l’11 settembre, giorno del disastro infernale che tutti conosciamo e che ha segnato una svolta nella storia dell’Occidente. Ricordo il momento: mia figlia Bianca seduta davanti al televisore, l’amico che telefona, “accendi la tv”, di fronte a quell’immagine tutti abbiamo detto “non ci posso credere”… L’abbiamo vissuto tutti… ma è assurdo… ricordo di essermi accasciata sulla scala di casa, e di aver detto: “stiamo entrando nell’Inferno!” e guardavo mia figlia: tutte le profezie, tutto quello che si diceva, che ormai siamo alla fine di una civiltà, è questo! Scoppierà la guerra mondiale, e perché c’è chi ancora si arroga di essere dalla parte di Dio.
Nell’aprile del 2001 avevo fatto uno spettacolo, tratto da La Chimera di Vassalli e ambientato nel periodo dell’Inquisizione in Italia, che racconta del processo per stregoneria a una ragazza che viene infine bruciata sul rogo; è una storia che parla della mia terra, Novara, dove abito adesso. Così avevo messo in scena questa storia che è bellissima, epica, un affresco del Seicento; ma intanto mi chiedevo: a chi interessano ancora queste violenze? Chi oggi uccide, stupra ma anche semplicemente agisce invocando Dio? Pensavo che avessimo ormai superato tutto questo… Poi, la storia mondiale mi sopravanza, questo evento catastrofico, in nome di Dio.
Adesso, a distanza di dieci anni, so perfettamente che lo scontro di religioni o di civiltà non è mai esistito, che è un’invenzione… ma allora… In ogni caso l’11 settembre ho pensato: siamo entrati nell’Inferno. La mia natura mi porta sempre a cercare soluzione a ogni problema, così mi sono detta: “bisogna uscire dall’Inferno, bisogna parlare di bellezza, bisogna parlare di poesia”. Mio marito mi suggerì di ideare uno spettacolo proprio sulla Divina Commedia. Ma io non lo credevo possibile: chi sono io per poter fare uno spettacolo sulla Divina Commedia? E’ il “testo sacro” della poesia, non è possibile per nessuno, figurarsi per una piccola donna come me. Eppure ho cominciato a lavorarci, e in maniera molto rapida. In una settimana ho messo insieme i brani che per me erano più popolari, che conoscevo meglio, e ho cominciato a scriverci intorno un ragionamento, un ragionamento che lentamente è diventato un vero e proprio viaggio parallelo a quello di Dante.
In questo lavoro mi ha aiutato Marta Pastorino, una mia allieva, mentre mio marito scriveva le musiche; questo lavoro, in pochissimo tempo, è diventato uno spettacolo di successo, un successo incredibile, l’ho portato in giro ovunque. L’altra intuizione di mio marito è stata di portare questo lavoro anche nelle chiese e non solo nei teatri: quando eravamo in chiesa tutto quello che dicevo acquistava una dimensione altissima, diventava un’esperienza spirituale per me e per il pubblico. Ho cominciato allora a respirare a pieni polmoni quell’aria di spiritualità, a cercare meglio in quella direzione, a studiare i testi, in particolare il libro della Genesi e l’Apocalisse. Nello spettacolo dovevo, volevo rispondere a questa domanda: «Perché Dante ha concluso le cantiche di questa sua opera, grandiosa, forse la più grande dell’umanità, con un’unica parola, sempre la stessa…. stelle? Perché Dante ci chiede di guardare le stelle, e non la stella? Che significato hanno quelle stelle?». Per studiare le stelle ho dovuto studiare la Genesi, perché volevo conoscere l’inizio, la creazione, come veniva raccontato tutto questo nel testo sacro; e poi volevo vedere la fine, volevo seguire tutta la parabola, inizio-fine, capire la dimensione apocalittica della Divina Commedia.
Il mio percorso spirituale è stata una ricerca poetica che poi è diventata esperienza spirituale. Voglio dire: non sono partita con l’esigenza di un percorso spirituale, mi sembrava di stare benissimo nel mio ateismo che poggiava sull’indifferenza: pensavo di aver già trovato le mie risposte. Ora mi sento investita di un ruolo più grande, oggi non posso non accettare l’idea che qualcosa mi abbia "parlato", e, chissà, forse sono anche uno dei tanti "strumenti"; non credo al caso. Il momento in cui questo è avvenuto è stato forse quando sono stata finalmente ricettiva, quando ho potuto ascoltare ed entrare in questa dimensione; non so ancora, ma vedo comunque che il mio lavoro serve a molti, non solo a me. È riuscito a smuovere anche l’ateo più radicale che io conosca: mio marito; è musicista e ha un ruolo fondamentale nei miei spettacoli: i miei testi sono fittamente intrecciati con la sua musica alla quale consegnano parte importante del senso. Capita che lui mi passi una sua composizione dicendomi: “Questo è il finale, scrivi qualcosa su questo”.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)