URL » http://idr.seieditrice.com/interviste/intervista/la-chiesa-della-marginalita/

La chiesa della marginalità

Intervista a Fabio Geda
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Fabio Geda è nato nel 1972 a Torino, dove vive. Per diversi anni si è occupato di disagio minorile. Collabora con diverse riviste, quotidiani ed enti culturali. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009),  L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008), Nel mare ci sono i coccodrilli (Dalai Editore 2010, tradotto in 32 paesi), L’estate alla fine del secolo (Dalai Editore 2011) e il monologo La bellezza nonostante (Transeuropa 2011).

Hai una storia, dei momenti particolari che hanno segnato il tuo rapporto con la fede?
Si. Ho avuto dei momenti di grande fede fin dall’età adolescenziale grazie alla frequentazione dei salesiani che hanno confermato e reso concreto il mio innamoramento per il messaggio e l’operato di don Bosco. D’altronde, essendomi sempre occupato di disagio minorile, è persino banale stabilire la connessione. Poi ero innamorato della “chiesa della marginalità”: dalla storia del Gruppo Abele di Ciotti alla Teologia della Liberazione. Sicuramente ho sempre vissuto con intensità la chiesa che andava incontro al prossimo, quella chiesa che si faceva piccola ed era umile (San Francesco, la “rinuncia”, i missionari, Zanotelli…).
È quella la chiesa che ho sempre amato. C’è stato poi, come sempre accade quando sei giovane, il grande momento di “crisi anticlericale”: amavo una certa chiesa ma poi, guardandomi attorno, la chiesa che vedevo era un’altra. Era una chiesa sessuofobica, omofobica, ricca. Tutto ciò mi ha fatto soffrire violentemente e mi ci ha fatto “entrare” e “uscire” diverse volte: mi ha fatto mettere in crisi la fede e la mia ricerca di Dio. Questa è stata la cosa che più mi ha fatto soffrire: quella chiesa gaudente e ricca ha fatto sì che la mia crisi ostacolasse la mia ricerca di Dio, impedendomi di mettere a fuoco il problema e di prendere coscienza che questi sono aspetti diversi di una realtà complessa. Una volta raggiunta questa consapevolezza, mi dico certo che se davvero Dio esistesse tutte le religioni porterebbero a lui.

Eri un cattolico praticante?
Ero cattolico molto praticante. Questa scissione tra accettare di non credere in Dio ma di essere intensamente portato a cercarlo sempre è una mia scoperta/accettazione recente. Ho sempre vissuto nel mondo dell’attivismo giovanile cattolico dove la fede non veniva mai messa in discussione. Per molti anni ho cercato di autoconvincermi e di trovare le risposte più intelligenti e più raffinate possibili che mi portassero a dire “sì, io credo in Dio”. In realtà, come ho detto prima, io Dio non lo vedo. Quella fede “di pancia”, puramente emotiva, che mi ha scaldato per tanto tempo, non c’è più. È rimasta la grande speranza che Dio esista e che, in tal caso, col suo immenso amore mi accetti comunque.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)