Marco Aime
Insegna Antropologia Culturale presso l’Università di Genova. Ha condotto ricerche in Africa occidentale e sulle Alpi.
Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato vari testi antropologici sui paesi visitati. È inoltre autore di alcune opere di narrativa. Tra i suoi titoli principali: Taxi brousse. Sulle strade d’Africa, Nuovi Equilibri, 1997; Le radici nella sabbia. Viaggio in Mali e Burkina Faso, EDT, 1999; Fiabe nei barattoli. Nuovi stili di vita raccontati ai bambini, EMI, 1999; Diario Dogon, Bollati Boringhieri, 2000; La casa di nessuno. I mercati in Africa occidentale, Bollati Boringhieri, 2002; Eccessi di culture, Einaudi, 2004; Sensi di viaggio. Il piacere di girare il mondo, Ponte alle grazie, 2005; L’incontro mancato. Turisti, nativi, immagini, Bollati Boringhieri, 2005; Gli specchi di Gulliver. In difesa del relativismo, Bollati Boringhieri, 2006; Gli stranieri portano fortuna (con Tokou Lawa), Epoché, 2007; Il primo libro di antropologia, Einaudi, 2008; Timbuctu, Bollati Boringhieri, 2008.
In Eccessi di culture affronta i nuovi scenari e le nuove tensioni disegnati dalle migrazioni internazionali.
Leggendo i giornali o guardando la televisione, si ha la sensazione che nella nostra epoca si abbia paura di tutto: del futuro, della povertà, degli stranieri, dei cambiamenti… Credi che la paura sia una malattia dell’Occidente?
In qualche modo sì. Credo che la nostra sia diventata quella che Bauman ha chiamato la “società dell’incertezza”. Abbiamo accumulato una serie di beni, non soltanto materiali ma di ogni genere; adesso abbiamo paura di perderli. Da un lato l’arrivo degli stranieri sembra minacciare questa nostra costruzione. Dall’altro lato c’è il problema della cosiddetta globalizzazione, reale o finta che sia. La sensazione comune è che si siano persi i punti di riferimento. Gli stati-nazione ci sono, ma non hanno più il ruolo che avevano in passato, l’industria e la finanza sono ormai transnazionali, la politica ha perso potere nei confronti dell’economia: i nostri riferimenti classici stanno saltando. Quest’incertezza comporta un senso di paura, la percezione di un’incognita a cui non si sa bene che cosa rispondere. Lo stesso terrorismo internazionale, al di là degli effettivi fatti di sangue, ha creato una paura più o meno diffusa, che va ben oltre le vittime reali, ma che ha contagiato il nostro modo di essere.
Perché gli altri ci fanno così paura?
Per quanto riguarda l’Italia in particolare, credo che la paura dell’altro sia creata ad arte, o comunque amplificata ed esasperata da retoriche politiche. Non è una novità che ci siano gli stranieri. È vero che l’Italia è un paese di immigrazione recente rispetto ad altre nazioni, ma la storia – non solo dell’Italia, ma del mondo – è fatta di immigrazioni, si è da sempre abituati ad avere a che fare con stranieri.
Oggi la situazione è complicata dal fatto che gli stranieri arrivano in un momento economico non particolarmente felice: se l’immigrazione avvenisse – come è successo per esempio negli Stati Uniti – in una situazione di boom economico sarebbe meno traumatica. Invece in questo modo è facile alimentare il luogo comune: “ci rubano il lavoro”, quando poi i dati smentiscono questo timore, perché gli immigrati vanno a ricoprire tutti quei lavori che gli italiani non fanno.
Anche l’ultima campagna politica è stata costruita sul tema della sicurezza, accrescendo una paura peraltro in controtendenza rispetto ai dati ufficiali delle questure, che ci dicono che i reati, la violenza, i crimini in Italia sono diminuiti.
I media amplificano questa sensazione. C’è quasi un’etnicizzazione del crimine: se a investire qualcuno è uno straniero, viene subito esasperato il fatto che è un rumeno, che è un albanese o un marocchino. Se l’investimento è causato da un giovane italiano ubriaco o sotto l’effetto di droghe, invece, la sua appartenenza non viene sottolineata. Ecco così che tutti i rumeni guidano ubriachi. D’altronde succedeva già anni fa con gli immigrati del sud Italia; allora era facile leggere sui giornali affermazioni come: “siciliano sorpreso a rubare”. Da qui, poi, alla convinzione che tutti i siciliani rubano il passaggio era semplice. C’è dunque una mediatizzazione della differenza che porta ad avere paura dell’altro. Il semplice fatto che si sia proposto il reato di clandestinità vuol dire che essere straniero e non avere un documento è considerato già di per sé un crimine. Questo crea la differenza con l’altro.
Come pensi si possa superare la paura?
Non è facile, perché tutto sembra andare nella direzione opposta. Quello che manca nella politica italiana in genere è una cultura della convivenza. Si oscilla tra due eccessi: dal “cacciamo fuori tutti” all’“accogliamo tutti”, dal buonismo alla xenofobia estrema. Sia l’uno che l’altro non sono delle politiche vere, sono degli slogan, peraltro irrealizzabili.
Una cultura della convivenza non vuol dire accettare tutto. Bisogna fare delle scelte: si può accettare il velo e non le mutilazioni genitali femminili. Personalmente sarei d’accordo sul velo, escludendo il burka per motivi di riconoscibilità. Si può tranquillamente convivere con una persona che porta il velo: le nostre nonne lo portavano. Allo stesso tempo, però, occorre anche tutelare chiaramente le diversità all’interno di regole date.
Un altro passo sarebbe l’essere più onesti nell’informazione. Invece di parlare di stranieri, parliamo di delinquenti: un ladro è un ladro, non importa se è straniero; non per questo si può estendere la definizione a tutta l’etnia o la nazionalità, perché sarebbe come dire che tutti i tortonesi sono propensi a gettare sassi dai cavalcavia, o che tutti gli abitanti di Erba tendono a uccidere i vicini di casa… Superare la paura significa anche lavorare su un’informazione corretta.

