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La responsabilità della parola

Intervista a Luciano Manicardi
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Luciano Manicardi è nato nel 1957 a Campagnola Emilia (RE). Ha studiato Lettere Classiche a Bologna dove si è laureato con una tesi sul Salmo 68. È entrato nella comunità monastica di Bose nel 1981 e qui ha continuato gli studi biblici. Attualmente è il vicepriore e il maestro dei novizi all’interno della comunità. Collabora con numerose riviste, tra cui Parola, Spirito e Vita.

Se pensa alla nostra società e alla contemporaneità in cui viviamo, che cosa la spaventa?
Due cose mi spaventano.
La prima è l’uso improprio che viene fatto della parola, soprattutto a livello politico. Quando la parola viene svilita, distorta, usata come arma, oppure quando appare come un elemento sempre ritrattabile, quando si esce dalla responsabilità della parola stessa (che esige che la parola pronunciate appartenga in toto a chi l’ha ascoltata), vuol dire che bisogna fermarsi a riflettere e a valutare dove questa deriva della parola può condurre una democrazia, una società. Inoltre l’uso irrispettoso della parola dimentica che la parola è elemento antropologico basilare: l’uomo è l’animale parlante. Oggi viviamo nel mito dell’esaltazione della comunicazione, ma anche gli animali comunicano, mentre costitutivo dell’uomo è la parola. Un compito del cittadino oggi, un compito politico, ma poi anche un compito del monaco, il quale cerca di fare della sua vita spirituale un’arte della parola e dunque dell’ascolto e del silenzio, è quello di custodire e salvaguardare lo statuto della parola. Questa è un’azione con valenza politica: se svuoto la parola inevitabilmente destabilizzo la democrazia. Non possiamo dimenticare che viviamo grazie a parole che accettiamo comunitariamente come leggi e regole. Viviamo di parola scambiate, di concertazione, di dibattito, di dialogo e così cerchiamo un bene e un senso comune; ma se la parola viene pervertita e svilita allora si destabilizza la convivenza civile e, di conseguenza, si corre il rischio di non affidarsi più al potere della parola ma alla parola del potere, del capo, a cui non si può controbattere. Questo a mio avviso è un grave problema della nostra società.
Nella Bibbia leggiamo «la parola si fece carne» e da qui non deriva solo il culto della Bibbia, ma anche un’etica e una responsabilità del parlare. È mediante l’uso che noi facciamo delle parole che creiamo delle relazioni. Il monaco che passa ore a meditare su di una parola dovrebbe diventare un artista della parola.
Un altro compito del monaco è custodire la sacralità del volto. L’unica immagine di Dio che abbiamo è il volto dell’altro, nella sua unicità, nella sua preziosità e precarietà. Il volto è icona di Dio. Dunque, la seconda cosa che desta la mia preoccupazione è la demonizzazione o l’umiliazione dell’altro; dove l’altro è lo straniero, l’immigrato, il povero, il mendicante, è uno che ha idee diverse dalle mie, visioni del mondo diverse, una religione diversa… Ora, se si arriva a squalificare la parola e a demonizzare l’altro, ci dobbiamo chiedere che ne è o che ne sarà della convivenza civile e qual è il livello culturale in cui stiamo vivendo. Stiamo finendo nella barbarie?
Queste due realtà sacre, la parola e il volto, sono sì al cuore della vita monastica, ma sono anche alla base della vita politica.

Come pensa che si possa contribuire a migliorare la prospettiva futura di fronte allo scenario che ha appena dipinto?
Oggi bisogna recuperare il senso della responsabilità verso l’altro, dove l’altro è anche colui che verrà, è anche il futuro. Bisogna restituire senso alla parola e al futuro. Ho la netta impressione che viviamo nell’assolutizzazione del presente, non pensiamo a chi verrà dopo. Per esempio, se pensiamo alla situazione tragica dei giovani in Italia per quel che riguarda le prospettive lavorative credo che sia il caso di assumersi la responsabilità di ciò che sarà il futuro. Il perno, la “parola” in questo caso, è “responsabilità”: devo rispondere in prima persona anche per gli altri, anche del loro avvenire. Questa è maturità umana che mi porta ad aprire orizzonti di senso e di speranza per il futuro. E per questo occorre razionalità e progettazione, ma anche creatività e immaginazione. Ci vorrebbe un’alleanza tra generazioni, un riconoscimento reciproco, che dovrà aver luogo attraverso vie politiche concrete che possano dare una speranza concreta a chi è più giovane. Il futuro lo si crea dall’oggi, dalle nostre scelte: è responsabilità degli adulti e potenzialità dei giovani.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)