Dario Neira
Medico e artista torinese, Dario Neira nei suoi lavori esplora il corpo come universo di segni, l’esperienza della malattia, della sofferenza e della morte, il rapporto tra uomo e tecnica, il valore identitario e salvifico della parola.
Tra le opere principali: Skinscapes, Portraits,The Flesh Become Word, Bloodstained, Crossing Signs, Disease, Words, G.C. Lichtenberg, Life, Oh Life, Hollow Punch, Flip off (MANCOZEB), Red.
Nel 2005 ha vinto il premio della fondazione Oscar Signorini, dedicato alla bioarte.
Diverse tue opere fanno riferimento a passi o figure bibliche: qual è il rapporto della tua arte, o più in generale dell’arte, con il sacro?
Arte e sacralità sono strettamente congiunte da sempre; da sempre i veicoli del divino, più ancora della natura come teorizzato da Kant, sono stati i dipinti di Giotto o l’architettura dei templi e delle cattedrali, la cappella Sistina o la pietà di Michelangelo… Poesia e sacro attingono allo stesso patrimonio dell’esperienza interiore, della religiosità dell’uomo. La figura dell’artista è stata spesso sovrapposta a quella di un mistico, di un uomo sacro; l’appellativo con cui ci si rivolgeva all’artista era: “maestro”. Spesso nell’arte contemporanea la ricerca del sublime passa dalla sottolineatura degli errori, delle paure, dalla mancanza di “vie di fuga”; i miei lavori sono l’esito di un percorso di riflessione, dei tentativi di approccio al sacro, per approfondire o comprendere…
Nella tua professione medica e nel tuo lavoro d’artista affronti spesso il tema della sofferenza. Secondo te, la sofferenza può insegnare qualcosa all’uomo di oggi?
La sofferenza come l’amore, la passione, la senilità, è gravida di spunti di riflessione, di motivi di approfondimento; lo è anche per chi la vive in seconda persona, dall’esterno, accanto a chi soffre. Nessun individuo e nessuna religione può spiegare il perché di tanta sofferenza; ecco credo che la sofferenza insegni soprattutto che siamo soli.
Nonostante questo, anche nelle condizioni di sofferenza estrema continua spesso a pulsare dentro di noi il desiderio di vita; questo ho voluto dire nel mio lavoro LIFE, oh life, dove la scritta goes on, alla base di un grosso parallelepipedo in acciaio che rappresenta la vita “sofferta”, continua a pulsare illuminandosi ritmicamente…
Pensi che l’arte debba avere un ruolo educativo per i giovani e per la società?
Penso che l’arte possa offrire parecchie opportunità di riflessione a un giovane. L’approccio deve però essere corretto; bisogna tornare a guardare alle opere chiedendo loro di emozionarci, di insegnarci qualcosa, di sedurci. Troppo spesso il “sistema arte” con la sua corte di regole e dogmi ci impedisce di fruire delle opere come dovremmo, spingendoci ad avvicinarci ad esse con un approccio “rigido”, predefinito e cinico. È importante in questo caso saper distinguere ciò che è “l’aria fritta” o “di moda” da quello che veramente ha un linguaggio e un messaggio; purtroppo quest’operazione è complessa e richiede molta sensibilità e preparazione.

