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Perché credo

Intervista a don Luigi Ciotti
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Con l’obiettivo di “saldare la terra al cielo”, don Luigi Ciotti ha fondato nel 1965 a Torino il Gruppo Abele, espressione di un impegno sociale fatto di accoglienza e servizi alle persone, ma insieme di proposta culturale, educativa e in senso lato “politica”. Oggi il “Gruppo” lavora accanto a giovani e adulti con problemi di dipendenza, donne costrette alla prostituzione, migranti, malati di Aids, famiglie in difficoltà. Convinto che solo il “noi” possa costruire cambiamento e giustizia sociale, nel 1995 don Ciotti ha dato origine a Libera, che oggi coordina l’impegno di oltre 1600 realtà in Italia e in Europa, attive nel contrasto alla criminalità organizzata, alle mafie e nella promozione di una cultura della legalità e della responsabilità.

In chi crede?
Credo, prima di tutto, in chi ha creduto in me e – proprio per aiutarmi a credere – mi ha spinto a credere anche in chi era senza troppi santi in paradiso. Non è un gioco di parole. Ho incontrato molte persone, nella mia vita, che hanno creduto in me e, di conseguenza, mi hanno insegnato a credere in chi è più debole. Penso soprattutto ai miei genitori. A mia mamma e a mio papà. Erano una costante riserva di fiducia per chi era più fragile. Con una visione seria e severa della vita, senza tanti giri di parole. È grazie a loro che ho imparato a credere in me stesso. Mi hanno dato fiducia: senza nessuna richiesta di caparra, mi hanno lanciato in avanti. E anche quando si presentavano delle contingenze in cui la mia vivacità infantile doveva esser corretta o arginata (penso – un esempio per tutti – all’episodio del calamaio lanciato alla mia maestra in prima elementare perché mi aveva definito “montanaro”) venivo rimproverato e corretto, ma mai fui privato della fiducia necessaria per crescere.
Dopo di loro ho incontrato educatori, amici, insegnanti, sacerdoti, vescovi, alcuni dei quali – ciascuno per il tempo o per le competenze del momento – hanno creduto in me.
Non posso omettere questa premessa nel rispondere alla domanda. Se oggi posso – con tutte le riserve del caso e con tutta la carica di dubbi e di mie povertà – professare il mio credere nel Dio di Gesù Cristo, è perché chi mi ha guidato ha creduto in me. Al punto tale che oggi posso estendere questa logica anche a Dio. Devo ammettere che con gli schemi logici della comprensione del mondo posso e devo definirmi un “credente”; con la ragione del cuore, però, sento di dover dire che la mia più grande benedizione è stata quella di incontrare il Dio di Gesù Cristo che ha creduto in me. Ha così tanto creduto in me da coinvolgermi nel servizio forse più delicato che possa esistere: aiutare i fratelli a cercare un pezzo di Cielo sulla e nella Terra. Ho imparato, grazie alla Sua fiducia in me, a credere che Dio è presenza che illumina e che rischiara tutto ciò che è contro la vita. Ogni volta che vedo vincere il male, l’ingiustizia e l’egoismo, ogni volta che mi trovo a domandare a Dio «perché non siamo riusciti a strapparTi un pezzo di Cielo per tutti i fratelli (con o senza nome) che sono rimasti “piegati” e schiacciati dalla vita?», ogni volta che non riesco a prendere sonno per le troppe vite umane rubate alla speranza, faccio esperienza del dubbio. Ma anche nel dubbio e nella protesta sento che il mio lamento possiede in sé una forte dimensione di preghiera. È un modo concreto – il mio protestare con Dio – per stare con Lui; per prendere forza; per cercare ragioni anche dove, di fatto, le ragioni non esistono!
Credo nel Dio che davanti a una persona che è morta, a un lebbroso, a un paralitico o a un condannato senza possibilità di difesa, ci mostra il volto del Figlio – Gesù di Nazareth – che sa coinvolgersi, provare compassione e andare contro tutto e tutti per riportare vita, guarigione, libertà, giustizia e speranza.

E in che cosa crede?
Nelle beatitudini. Credo che rovesciare il punto di vista dominante e impegnarsi a pensare il mondo a partire da chi è l’ultimo della fila non significhi solo proporre un’opzione. Penso che ciò coincida – in realtà – con il vivere la sola scelta possibile per realizzare l’autenticamente umano. È innegabile che la più grande (e unica) richiesta dell’umanità è data dalla ricerca dell’essere pienamente uomini. Essere veri. Essere autentici. Capire dove, come e con quali strumenti sia possibile afferrare ciò che ci rende pienamente uomini e donne. Questa è la sfida per eccellenza di ogni generazione. Credo che quanto proposto da Gesù di Nazareth nel discorso delle beatitudini rappresenti l’unica modalità (completa e piena) per realizzare compiutamente noi stessi. Purtroppo, o per fortuna, non è un cammino che si compie una volta per tutte. Giorno dopo giorno ci è chiesto di ri-avvicinarci alla mèta. Ma giorno dopo giorno ci è anche chiesto di assumere uno schema mentale che ci liberi dai paradigmi dell’avere, dal salire e dal comandare affinché si giunga a toccare con mano che solo nel condividere, nello scendere e nel servire si può divenire liberi e pienamente realizzati.
“Avere”, “salire” e “comandare” sono spinte violente. Sono il veleno che ferisce la nostra umanità. “Condividere” (il verbo per eccellenza della fame e della sete di giustizia); “scendere” (dalle logiche del potere, dell’usare l’altro per diventare ricchi, dalle logiche del farsi servire) e “servire” (inteso come sforzo costante per uscire dalla tentazione del potere, del prestigio, delle prevaricazioni) sono i sentieri che possono renderci liberi. Questi, secondo me, sono i percorsi che ci permettono di essere veri, che ci avvicinano alla libertà, che ci rendono “Operatori di Pace”, intendendo con questo termine non solo l’assenza di guerra, ma tutta la ricchezza antropologica che il discorso delle beatitudine propone. Credo che tutto questo ci renda “Beati”. E l’esperienza mi dice che non è poco!

Perché crede?
Non riesco a dare una risposta unica e definitiva a questo interrogativo. Durante la mia esistenza, ho maturato sensibilità diverse e, di conseguenza, ho dato risposte differenti allo stesso quesito.
In alcune fasi della mia vita ho addirittura sperimentato un’impossibilità a non credere grazie a un coinvolgimento forte ed esplicito basato su una natura dialogica con Dio. Fede e preghiera, in questo periodo, sono stati delle costanti più lineari. In altri momenti, invece, ho avvertito meno luce e più assenza di certezze. Mi sono confrontato di più con la mancanza di giustizia, con il dramma della morte e dell’ingiustizia. Ho “gridato” più volte a Dio “Perché?” e – forse – in questi periodi ho pregato di più. Non ho mai cercato risposte facili e non ho mai inseguito formule, bacchette magiche o percorsi consolatori a basso prezzo. Ho fatto molte volte l’esperienza del dubbio, non solo verso Dio, ma anche verso il genere umano, nei confronti della giustizia. Davanti alla morte molte volte mi sono ribellato. Alcune volte sono stato in grado di guidare, calmare, sostenere e consolare. Altre volte ho taciuto. Ho cercato parole che rimanevano silenti e ho provato ad ascoltare l’unica Parola che non inganna. Non sempre mi sono adeguato. Ho provato anche la ribellione, la “rabbia”, la fatica.
L’intuizione del credere nel Dio di Gesù Cristo si è – poco a poco –consolidata. L’esperienza concreta del vivere e del con-vivere mi ha confermato la validità di quanto proposto dal Vangelo e dalla comunità che annuncia la presenza viva del Risorto in mezzo a noi. Anche i dubbi, le fragilità e le infinite povertà conosciute in tutti gli ambienti che ho frequentato non hanno mai intaccato il mio “credere”. Forse perché la mia adesione non è mai stata granitica, dogmatica o all’insegna di certezze evidenti. Spesso mi sono “visto” come in compagnia di una piccola candela, con una luce non eccessiva e certamente non sufficiente a illuminare a giorno tutto ciò che incontravo. Ma ho come l’impressione che quelle luce fioca non sia mai venuta meno. Nemmeno nei momenti di maggior fatica.
Credo e continuo a credere perché la mia fede è stata “piccola luce” costante; perché è stata punto di riferimento anche nei momenti più difficili. Continuo a credere perché spesso quella “piccola luce” ha saputo guidare e correggere il mio procedere. E ogni volta che mi sono allontanato dalla beatitudine proposta da Gesù di Nazareth mi sono trovato lontano anche da me stesso. Credo perché affidarmi a Gesù di Nazareth mi ha reso migliore; mi ha reso persona più umana; mi ha aiutato a stare al mondo senza scappare, ha fatto sì che non impiegassi i miei giorni ad un esclusivo lamento pronunciato per chiedere a Dio di cambiare gli altri. È questo l’aspetto più convincente del mio credere: avvertire che in Gesù di Nazareth l’umanità “tocca” il divino e che il divino è tale solo perché è umano. Credo perché non sono più capace di separare Terra e Cielo. Per me sono l’uno e l’altro. Mai l’uno senza l’altro. Credo perché la Terra è tale solo se aperta al Cielo e perché nessun Cielo è vero se ci porta lontano dalla Terra.

(L‘intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)