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“Perdersi nell’altro”

Intervista a Fabrizio Fracchia
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Specialista in Pediatria e in Radioterapia Oncologica, Fabrizio Fracchia incontra da molto giovane il movimento dei Focolari di cui abbraccia la proposta spirituale nel 1965. Dal 1973 vive in Focolare a Torino, dove lavora presso l’ospedale San Giovanni Antica Sede. Presidente regionale per il Piemonte dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, è impegnato nella riflessione sui temi della sua professione e della bioetica. Partecipa al gruppo cattolico di bioetica “Bioetica & Persona” e fa parte del corpo docente del Master in Bioetica della Facoltà Teologica di Torino.

Lei lega la sua vita professionale alla sua fede e alle sue scelte di vita?
Forse decidere di studiare Medicina non è stato dettato dalla mia fede. Avrei voluto studiare Chimica. Poi decisi di iscrivermi a Medicina: volevo diventare medico come se fosse una missione, anche se mi vergognavo, allora, di questa idea. Poi ho letto un documento della Società Reale Inglese Medica in cui la professione del medico è definita proprio una missione, e ho capito come questi termini che ci sembrano clericali in realtà vengano ripresi dal mondo laico e dal mondo scientifico. Quando iniziai gli studi sentivo forte l’entusiasmo e l’idealità che mi portava a immaginare la figura del medico come quella di colui che avrebbe procurato sollievo agli altri. Nella mia professione la ginnastica del “perdersi nell’altro” è una costante. Gadamer dice che «ascoltare è un’arte»: pochi lo fanno e pochi lo sanno fare. Quando si ascolta non bisogna pensare alla risposta che viene in mente, bisogna fare il vuoto dentro di te. Questo è un termine nostro (del Movimento dei Focolari, ndr): ascolti in silenzio, poi rispondi senza fretta. Altrimenti la tua risposta sarebbe un pregiudizio, un preconcetto.
Il tentativo di voler far spazio agli altri e, in particolare, a chi soffre e a chi è malato, viene definito un incontro tra la fiducia e la coscienza, un farsi carico della sua fragilità e della sua sofferenza. Senz’altro l’esperienza di vita cristiana si riflette sul mio lavoro e mi è d’aiuto.

Credo nella claudicanza. Credo che il fatto stesso di essere delle “creature”, fa di noi dei claudicanti e questo ci consente di avviare un dialogo. Noi abbiamo il diritto e siamo legittimati nel pretendere, perché siamo vittime come di un’ingiustizia. Il creatore crea per forza creature più piccole di sé. E questa è un’ingiustizia. E io mi poggio su questa ingiustizia per dialogare.
(Haim Baharier)

Se dovesse descrivermi con un’immagine o un simbolo il suo credere e la sua fede?
Forse, proprio perché l’accento nella mia esperienza cristiana è sempre stato messo sulla Carità come regina delle virtù teologali, l’immagine che preferisco è sempre quella dell’amore e la dimensione del farsi prossimo l’uno con l’altro.

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)