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Religione e arte

Intervista con Roberta Lena
di Mariachiara Giorda
 

Roberta Lena si è formata alla “Civica Scuola d’Arte Drammatica Piccolo Teatro di Milano” e al “Centro Sperimentale di Cinematografia” di Roma. All’inizio degli anni ’80 ha cominciato a lavorare nel teatro, soprattutto sperimentale, con compagnie come i Kripton, Alessandra Vanzi, Arturo Annecchino, Manfrè. Debutta al cinema nell’87 dove sarà protagonista e non di oltre trenta film tra cui un premio Oscar; ha continuato con il teatro classico e portato in giro per l’Europa due spettacoli per tre anni con musicisti dall’ensemble di Jordy Savall, uno dei quali finanziato dal ministero della cultura norvegese, oltre a un’opera antica con il ministero della cultura tedesca. Negli ultimi anni ha recitato da protagonista in commedie teatrali di Maddalena De Panfilis e altre autodirette. Annovera dal 1992 a oggi vari spettacoli teatrali come regista di cui uno ha avuto una tourné internazionale.
Alla fine degli anni ’90 decide di affrontare argomenti per lei importanti e necessari. Usando il suo bagaglio artistico decide di costruire grossi eventi spettacolo atti a focalizzare diverse problematiche: dal 1996 al 2000 si è dedicata a sviluppare il dialogo tra diverse etnie e religioni presenti a Roma. In questa prospettiva ha ideato, organizzato e diretto con Giulia Merenda “Le vie sacre” per il Comune di Roma, l’Assessorato alle politiche culturali di Roma e le Biblioteche di Roma: 20 eventi realizzati da 93 artisti in una manifestazione che si è svolta il 24 ottobre del 2000 nel teatro/museo Acquario romano.

 

Qual è il rapporto tra religione e arte?
Amore e necessità. L’incanto e la riflessione interiore che scaturiscono dal trovarsi di fronte a un’opera d’arte, di qualunque genere espressivo essa sia, diventano il codice Braille della nostra cecità materialista. Penso che qualunque forma artistica sia la chiave per rendere visibile e reale il tumulto interiore nella ricerca del divino. Con divino intendo una forma di energia interna all’essere umano come singolo o, e soprattutto, come comunità dotata di poteri di compassione, empatia e umiltà. L’artista è canale di trasformazione, la traduzione della sua estasi o del suo dolore non sono che miracoli di fronte ai quali si può ampliare il proprio intimo sentire e commuoversi in una catarsi addirittura collettiva. Atti d’amore talmente profondi che permettono la riproduzione di nidiate che non sono altro che celebrazione divina della bellezza, delle potenzialità dell’essere umano e del mistero della creazione. Cattedrali gotiche, sorrisi di statue di Budda, Caravaggio, Monteverdi, la danza roteante dei Dervisci: tutte espressioni d’amore e di necessità della religione umana.

In particolare, quale rapporto tra religione e musica/danza?
La musica, più di altre arti, ha la capacità di parlare un linguaggio universale comprensibile a tutti, senza differenze sociali o intellettuali. La musica tocca qualcosa di primordiale legato senz’altro al linguaggio mistico. Se ascoltiamo Bach in una cattedrale barocca con la luce del crepuscolo che entra dalle finestre di finissimo alabastro, come possiamo non credere in qualcosa di divino che ci permea? E l’esperienza celestiale mette in moto la parte più limpida di noi restituendola alla società che permeiamo a nostra volta quotidianamente.
È la danza per noi occidentali più difficile da comprendere dal punto di vista mistico – più che dionisiaco. Millenni di negazione del corpo non ci hanno fatto affinare come cultura la sua sacralità. La danza classica la cui disciplina è mortificante, non credo sia strumento di elevazione. Forse la ricerca della danza contemporanea è più affine al concetto di corpo come mezzo per ampliare il respiro nel processo di avvicinamento al mistico di cui la pratica yogi è l’esperienza sacra per eccellenza. Il rapporto più interessante che conosco tra danza e religione è il Sufismo. Qui il corpo è strumento per il Darwīsh, che significa letteralmente “cercatore di porte” e cioè in campo mistico è colui che cerca il passaggio tra questo mondo materiale e un paradisiaco mondo celestiale.

Che cosa è e come si esprime (anche per la tua esperienza) il dialogo interreligioso?
Molti dei miei spettacoli o eventi sono intrisi di questo “desiderio” interreligioso. “La buona Novella” di De Andrè che ho messo da poco in scena per il ministero dei beni culturali e ROMAEUROPA Festival forse è il punto d’arrivo più maturo del mio lavoro a questo riguardo. Diversi modi di vedere la figura di Maria, attraverso l’incontro di personalità artistiche completamente diverse (da Mario Brunello a Vinicio Capossela) sia per tipo di professionalità ma soprattutto per cultura religiosa, mi hanno permesso di dare vita a un’esperienza teatrale multiforme nella ricchezza delle arti che la compongono (dal teatro classico al cinema d’animazione, dalla musica contemporanea a quella barocca passando per tradizioni mediorientali) ma organismo unico nella sintesi finale. Per quanto mi riguarda un sogno che si è realizzato. Sono arrivata a sentire l’esigenza del dialogo interreligioso attraverso dei canali mistici. Da un desiderio profondo di dare il mio minuscolo contributo per la pace nel mondo, esercitando la mia pratica spirituale buddista, ho chiaramente percepito che le religioni dovevano dialogare. Non è stato un processo mentale a spingermi ma una necessità urgente che si è manifestata anche e soprattutto come artista. La mia esperienza personale di interscambio con credenti di altre religioni non dava mai adito a conflitti bensì a grande arricchimento e approfondimento nella fede. Eppure nella storia troppe volte si è dato un motivo religioso per giustificare guerre, giocando sull’ignoranza dei popoli, sulla mancanza di conoscenza dell’altro. Ho sempre creduto nella ricchezza della diversità, inoltre più mi confrontavo più capivo che ogni religione aveva tantissimi punti di contatto con le altre. Da queste riflessioni nacque il mio primo lavoro sull’argomento “Le Vie Sacre” con il Comune, l’Assessorato alle politiche culturali le Biblioteche di Roma. Era rimasto impresso nella mia memoria il concetto di confine che esprimeva Chatwin nel suo capolavoro Le vie dei canti. Siamo abituati a pensare a confine come una linea che circoscrive uno spazio chiuso. Esistono invece per tutti i popoli camminanti confini che sono fatti di linee/confine, che attraversando territori determinano il loro cammino o viceversa: linee aperte che intersecano altre linee/confine di altri popoli. Per gli aborigeni ogni punto di intersezione è un “luogo sacro”, e a ognuno di essi appartiene un pezzo di un canto. Ogni “luogo sacro” appartiene a più popoli quindi per capire la tua reale appartenenza devi cantare tutta la tua canzone. Era esattamente quello che mi succedeva quando dialogavo con praticanti di fedi diverse dalla mia: molti concetti erano gli stessi, e per capire la nostra religione, dovevamo cantare la canzone intera. Fu così che cominciai a lavorare con tutte le comunità presenti a Roma facendomi indicare sulla mappa quali fossero i punti della città dove fosse accaduto storicamente qualcosa di significativo per loro: i loro punti sacri. Formai delle vie principali: la cristiana, l’ebraica, la buddista, la musulmana… Ognuna di esse aveva numerose diramazioni, molti dei punti sacri si sovrapponevano, creando reali intersezioni. In ogni punto di intersezione, “luogo sacro”, decisi che sarebbe dovuto accadere qualcosa che avesse a che fare con la forma creativa. Chiesi a ogni comunità di coinvolgere artisti sia classici che contemporanei (qualunque forma d’arte) che si sentissero ispirati dalla loro fede. Era il ’96 e ancora l’argomento non era particolarmente dibattuto a livelli popolari; fu una strada lunga e faticosa, molti mi chiedevano perché le religioni avrebbero dovuto dialogare: non erano ancora cadute le Twin Towers. Incontrai però alcuni illuminati sul mio percorso, in primis Paolo Portoghesi che fece da padrino al progetto e poi grandi personalità come il cardinale Silvestrini, il rabbino Toaff, l’Imam della moschea di Roma, e le persone che hanno costruito con me il progetto, la storica Gabriella Fanello Marcucci, la sceneggiatrice Giulia Merenda: tutti con la medesima urgenza.
Il progetto di occupare la città intera fu ridimensionato per problemi di fondi, ma nel 2000 “le vie sacre” divenne una grande arena nel teatro/museo Acquario romano, dove 20 spettacoli che si intersecavano in un unico grande evento realizzato da 93 artisti venuti da tutto il mondo e sostenuti da tutte le comunità di praticanti, “vide la luce”. Musulmani indonesiani che misero in scena la danza delle candele, Evelina Megnaghi con il suo ensemble per la comunità ebraica, una suonatrice giapponese con uno strumento a corde tipico dei templi buddisti che performava con un danzatore, leccornie all’entrata cucinate dalla comunità Sikh, un gruppo Bangra dall’India per gli Indù: insomma un dialogo attraverso la lingua più universale, l’arte. Lo “spettacolo” si chiuse con 3 minuti di preghiera, ognuno la sua, contemporaneamente, e lì sentii un canto nuovo, impossibile da descrivere, che generò movimenti portentosi dell’anima che ancora oggi mi guidano.