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Si perde qualcosa non credendo?

Intervista a Stefano Zamagni
di Federica Candido e Mariachiara Giorda
 

Stefano Zamagni (Rimini, 1943), economista italiano. Dal 1985 al 2007 ha insegnato Storia dell’analisi economica presso l’Università Bocconi di Milano. Dal 1981 è professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e Adjunct Professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University, Bologna Center. Tra le numerose mansioni accademico-amministrative da lui svolte, ha coperto la presidenza del Comitato Scientifico della scuola Superiore di Politiche per la Salute (Università di Bologna); fondatore del primo master di Economia della Cooperazione; Preside della Facoltà di Economia e Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche. Dal 2007 al 2012 è stato Presidente dell’Agenzia per il Terzo Settore. Tra le numerose pubblicazioni, sia scientifiche sia culturali, ricordiamo Famiglia e lavoro. Opposizione o armonia? edito da Edizioni San Paolo nel 2012.

Crede? Perché crede?
Io sono credente. Credo dalla prima infanzia. Ricordo che all’età di otto anni e mezzo, nell’estate del 1951, vinsi il concorso Veritas (un concorso di catechismo che ora non esiste più), grazie al quale viaggiai a Roma per una visita al papa Pio XII. Nel 1951 l’Italia era ancora nella fase della ricostruzione post-bellica e il treno impiegò più di otto ore per raggiungere Roma da Rimini, mia città natale. Quando arrivai dal papa, ero frastornato, come potrebbe esserlo qualsiasi bambino che si trova in un ambiente austero e atipico come il Vaticano. Il Papa, che non era avvezzo a sorridere, mi si avvicinò e mi chiese: “Tu vuoi bene a Gesù?”. Risposi: “Ma che domanda è mai questa?”. Del tutto inaspettatamente – come poi mi dissero – il Papa si mise a sorridere.
Ricordo questo episodio per significare che per me era scontato credere in Gesù e volergli bene: la mia esperienza di fede non è arrivata, dunque, per via di ragione né in seguito ad un qualche fatto traumatico, come accade a tanti, ma ha preso avvio in modo, per così dire, naturale. Devo ammettere che crescendo ho dovuto approfondire le ragioni del mio credere, facendo tesoro dell’insegnamento di Pietro, che nella sua prima lettera ai discepoli scrive: “sarete pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (I Pt 3,15). Questo monito ha rappresentato per me, in tutti gli anni successivi, una sorta di chiodo fisso: dovevo dare ragione della mia fede in primo luogo a me stesso, poi agli altri. In campo etico, infatti, il Cristianesimo si appella alla ragione, non alla Rivelazione. La ricerca costante e, a volte, travagliata di queste ragioni ha segnato la mia esistenza, caratterizzando il mio modo di essere credente. Ho imparato, infatti, che è la conoscenza a fondare l’amore: l’amore che nasce dal bisogno è gracile; l’amore che nasce dalla conoscenza è sovrabbondante.

“Credere” conviene?
Se usiamo la parola “convenire” nel senso etimologico di “con-venire” ossia di “venire assieme”, io direi di sì. Credere è un “venire assieme”, un ritrovarsi in mezzo a una strada, in mezzo al guado. Due “con-vengono” quando si danno un appuntamento. Se usiamo la parola “convenienza” in questo senso, la mia risposta è certamente positiva. Se, invece, diamo a essa il senso che gli economisti le hanno conferito, ossia il senso utilitaristico, inteso come tutto ciò che genera benessere materiale o immateriale, allora credere non conviene, perché può capitare spesso che la fede porti a perdere occasioni appetibili e soprattutto a rifiutare compromessi economicamente vantaggiosi. In buona sostanza, si tratta di scegliere tra utilità e felicità. La fede “conviene” a quest’ultima; non certo alla prima.

Secondo lei si perde qualcosa non credendo?
Sì. L’ateo vede la vita come una risorsa destinata all’esaurimento. Ogni giorno che passa è un giorno in meno che gli rimane da vivere. Per il credente, invece, ogni giorno che passa è un giorno in meno di attesa per la gioia eterna. La vicenda umana dei santi è, a tale riguardo, davvero esemplare. Per il non credente, l’orizzonte temporale di vita via via si restringe con il trascorrere del tempo. E questo non può certo soddisfare quel bisogno insopprimibile di felicità che ogni persona si porta dentro. Di qui anche quella tristezza tipica della vecchiaia, così come è descritta da Seneca nel suo De brevitate vitae. C’è tuttavia un pericolo che il credente corre e che il non credente può aiutarlo a scongiurare. Esso è bene reso dal brano di Albert Camus in Nozze: “Se c’è un peccato contro la vita, è forse non tanto disperarne, quanto sperare in un’altra vita e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa”. Il non credente Camus ci insegna una profonda verità: non bisogna umiliare la vita presente squalificandola, rendendola irrilevante. Mai spostare il baricentro della fede sull’aldilà tanto da rendere insignificante il presente: si peccherebbe contro l’Incarnazione. Amare l’esistenza è allora anche un atto di fede, il che apre alla speranza. Ancora una volta è la reciprocità tra credente e non credente a essere chiamata in causa.

 

(L’intervista è tratta dal volume Perché credo – Interviste su Dio, a cura di Federica Candido e Mariachiara Giorda, Frontiere, SEI)