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Classe prima – Novembre

Siamo tutti brutti anatroccoli
di Tiziana Chiamberlando
 
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Indice

Siamo tutti brutti anatroccoli
Una favola d’autore per riflettere sul valore dell’accettazione reciproca Unità di lavoro di educazione all’affettività (in collaborazione con l’insegnante di lettere) OSA di riferimento  IRC Conoscenze: ricerca umana e rivelazione di Dio nella storia, con riferimento all’iniziale conoscenza di sé da cui si origina la ricerca stessa. Abilità: riconoscere e descrivere le caratteristiche della salvezza attuata da Gesù, partendo dall’analisi dei bisogni e delle attese stessi. Educazione all’affettività  Approccio con testi letterari e non, che affrontino il problema della conoscenza di sé.  Essere consapevoli delle modalità relazionali da attivare con coetanei e adulti, sforzandosi di correggere le eventuali inadeguatezze.  Produrre testi o condurre discussioni argomentate su esperienze di relazioni interpersonali significative. Obiettivi Formativi (IRC) Conoscenze e abilità  Conoscere e saper descrivere le esigenze di base di ogni persona nel rapporto con se stessa, con gli altri, con Dio.  Comprendere e spiegare i messaggi della favola superando una visione infantile (IRC, lettere).  Comprendere e spiegare il concetto di “accettazione dell’altro” e in quali modi si ritiene giusto essere accettati, anche sulla base della fede cristiana. Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale: Sul piano della crescita umano-relazionale, dopo aver attuato percorsi introspettivi l’allievo ha sviluppato capacità di dialogo, ascolto, conoscenza e rispetto dell’altro, condivisione e accoglienza.

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Fasi dell’attività – AA - Premessa per gli insegnanti Sarebbe positiva una compresenza tra i due insegnanti forse maggiormente implicati nei percorsi espliciti di educazione all’affettività: quello di religione e quello di lettere. Ciascun docente potrebbe offrire contributi specifici; in alternativa, l’insegnante di lettere potrebbe utilizzare altri racconti nell’ambito delle sue ore, sviluppando la riflessione sull’argomento specifico. Si potrà ipotizzare una valutazione comune concordata del questionario conclusivo, in base agli Obiettivi Formativi. Si motiva l’attività con gli allievi: crescere significa innanzitutto conoscere se stessi e migliorarsi per essere capaci di costruire rapporti profondi, duraturi, che riempiano la solitudine e producano gioia… Significa prepararsi ad “abitare il mondo” da protagonisti attivi e non da spettatori, identificando le ingiustizie e cercando di eliminarle anche con piccoli contributi. Talvolta ci sentiamo “brutti anatroccoli”, vittime di ingiustizia; talvolta contribuiamo a crearne, e ciò è altrettanto ingiusto. L’accettazione reciproca è alla base di qualsiasi rapporto positivo; è alla base della pace. Viene proposta in classe la lettura della nota favola “Il brutto anatroccolo” di Hans Christian Andersen, di cui forniamo qui una delle tante versioni che è possibile reperire su pubblicazioni o su internet.

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Il brutto anatroccoloL’estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna. In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini a un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova. Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l’altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli. – Pip! Pip! Pip! – esclamarono i nuovi nati, – il mondo è grande ed è bello vivere! – Il mondo non finisce qui, – li ammonì mamma anatra, – si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? – domandò. Mentre si avvicinava, notò che l’uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò. Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata. – Buongiorno! Come va? – le domandò una vecchia anatra un po’ curiosa che era venuta in quel momento a farle visita. – Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi, guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano meravigliosi? – Mostrami un po’ quest’uovo – disse la vecchia anatra per tutta risposta. – Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa, questa sorpresa: quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare in acqua. Quest’uovo è certamente un uovo di tacchino. Abbandonalo e insegna piuttosto a nuotare agli altri anatroccoli! – Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso ancora covare per un po’ – rispose l’anatra ben decisa. – Tu sei la più testarda che io conosca! – borbottò allora la vecchia anatra allontanandosi. Finalmente il grosso uovo si aprì e lasciò uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio. – Sarà un tacchino! – si preoccupò l’anatra. – Bah! Lo saprò domani! Il giorno seguente, infatti, l’anatra portò la sua piccola famiglia a un vicino ruscello e saltò nell’acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio. – Mi sento già più sollevata, – sospirò l’anatra, – almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini. La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre. – Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! – disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo. – Non fategli male! – gridò la mamma anatra furiosa. – È così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! – aggiunse la grossa anatra con tono beffardo. – È un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, – rincarò la vecchia anatra che era andata a vedere la covata. – Non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo, cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei suoi fratelli, – assicurò mamma anatra, – la bellezza, per un maschio, non ha importanza, – concluse, e lo accarezzò con il becco – andate, piccoli miei, divertitevi e nuotate bene! Tuttavia, l’anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva. Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo. Il piccolo anatroccolo era molto infelice. Un giorno, stanco della situazione, scappò da sotto la siepe. Gli uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli. “Sono così brutto che faccio paura!” pensò l’anatroccolo. Continuò il suo cammino e si rifugiò, esausto, in una palude abitata da anatre selvatiche che accettarono di lasciargli un posticino fra le canne. Verso sera, arrivarono due oche selvatiche che maltrattarono il povero anatroccolo già così sfortunato. Improvvisamente, risuonarono alcuni spari… le due oche caddero morte nell’acqua! I cacciatori, posti intorno alla palude, continuarono a sparare. Poi i lori cani solcarono i giunchi e le canne. Al calar della notte, il rumore cessò. Il brutto anatroccolo ne approfittò per scappare il più velocemente possibile. Attraversò campi e prati, mentre infuriava una violenta tempesta. Dopo qualche ora di marcia, arrivò a una catapecchia la cui porta era socchiusa. L’anatroccolo si infilò dentro: era la dimora di una vecchia donna che viveva con un gatto e una gallina. Alla vista dell’anatroccolo, il micio cominciò a miagolare e la gallina cominciò a chiocciare, tanto che la vecchietta, che aveva la vista scarsa, esclamò: – Oh, una magnifica anatra! Che bellezza, avrò anche le uova… purché non sia un’anatra maschio! Beh, lo vedremo, aspettiamo un po’! La vecchia attese tre lunghe settimane… ma le uova non arrivarono e cominciò a domandarsi se fosse davvero un’anatra! Un giorno, il micio e la gallina, che dettavano legge nella stamberga, interrogarono l’anatroccolo: – Sai deporre le uova? – domandò la gallina. – No… – rispose l’anatroccolo un po’ stupito. – Sai fare la ruota? – domandò il gatto. – No, non ho mai imparato a farla! – rispose l’anatroccolo sempre più meravigliato. – Allora vai a sederti in un angolo e non muoverti più! – gli intimarono i due animali con cattiveria. Improvvisamente, un raggio di sole e un alito di brezza entrarono dalla porta. L’anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e scappò lontano da quegli animali stupidi e cattivi. L’autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse poi caddero. Una sera, l’anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli bianchi dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi. Li guardò a lungo girando come una trottola nell’acqua del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li invidiava! L’inverno arrivò freddo e pungente; l’anatroccolo faceva ogni giorno un po’ di esercizi nel ruscello per riscaldarsi. Una sera dovette agitare molto forte le sue piccole zampe perché l’acqua intorno a lui non gelasse: ma il ghiaccio lo accerchiava di minuto in minuto… finché, esausto e ghiacciato, svenne. Il giorno seguente, un contadino lo trovò quasi senza vita; ruppe il ghiaccio che lo circondava e lo portò ai suoi ragazzi che lo circondarono per giocare con lui. Ahimè, il poveretto ebbe una gran paura e si gettò prima dentro un bidone di latte e poi una cassa della farina. Finalmente riuscì a uscire e prese il volo inseguito dalla moglie del contadino. Ancora una volta il brutto anatroccolo scappò ben lontano per rifugiarsi, esausto, in un buco nella neve. L’inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata! L’anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con molto più vigore e che erano anche molto robuste per trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un salice maestoso bagnava i suoi rami nell’acqua di uno stagno dove tre cigni facevano evoluzioni graziose. Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L’anatroccolo si lanciò disperato verso di loro gridando: – Ammazzatemi, non sono degno di voi! Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull’acqua: che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come loro!! I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza. Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.

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Fasi dell’attività – BB - Si propone un questionario agli allievi: tenteranno di rispondere oralmente alle domande n. 1, 2, 3, 4, 5; ciascuno risponderà per iscritto alle altre domande.  1. Perché il brutto anatroccolo non viene apprezzato da chi lo crede appartenente alla propria famiglia?  2. Quali comportamenti lo feriscono profondamente, quali osservazioni sarcastiche che lo riguardano? 3. Come considera se stesso? 4. Quali buone qualità e quali sogni porta in sé? 5. È giusto che egli venga accolto e capito soltanto da chi è simile a lui? 6. In quali situazioni scolastiche e non, un ragazzo può sentirsi come il brutto anatroccolo? 7. Può capitare a chiunque? Potrebbe capitare anche a te? In quali ipotetiche situazioni? 8. Tutti siamo diversi dagli altri… siamo “pezzi unici”. Ciò è positivo? Perché?  9. Che cosa significa accettarsi reciprocamente? 10. In quali modi si possono interrompere le situazioni “da brutti anatroccoli”, sia come “vittime”, sia come “spettatori”? Fai degli esempi.

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Fasi dell’attività – CC - Dopo aver preparato le risposte, gli allievi leggeranno il seguente testo-guida, spiegato dagli insegnanti; seguirà il dibattito. Dietro all’anatroccolo L’anatroccolo di Andersen è uno splendido personaggio: profondamente sensibile, idealista, sogna di dare e ricevere, fiducioso negli altri. In una covata di anatroccoli, tuttavia, egli è bizzarro esteticamente, più grosso, grigio, meno agile… più goffo; ma è solo un punto di vista. Egli è semplicemente diverso e per questo non riesce neppure a comportarsi con disinvoltura: non può avere capacità da autentico anatroccolo, perché non lo è. Nel pollaio tutti, convinti che esista un solo modo di essere belli e in gamba, si arrogano il diritto di disprezzare, deridere, emarginare chi non rientra nella massa. Neppure la madre anatra ha il coraggio di difenderlo ed egli fugge, affronta pericoli, rischia di morire congelato nel rigido inverno… Riesce a sopravvivere pur perdendo il gusto della vita ed è infine accolto da splendidi cigni… Egli è uno di loro, nato da un uovo finito per sbaglio nel nido della mamma anatra; entra a far parte di un “ceto superiore” ammirato per la sua bellezza: il lettore è certo che lo meriti soprattutto per le sofferenze patite e le qualità morali che possiede. La vicenda rispecchia le possibili difficoltà di un ragazzo in crescita, con il suo bisogno di credere al proprio valore di persona, di scoprire le proprie qualità e di accettare limiti e difetti… con il suo bisogno di adulti che lo incoraggino e lo proteggano, di un contesto sociale che lo accetti, lo stimi, gli riservi il suo spazio. In un’ottica di fede cristiana, ogni creatura umana è chiamata alla vita perché voluta da un Padre amoroso, è unica nella storia con le sue caratteristiche che la rendono originale, capace di contribuire alla diffusione dell’amore e della pace nel “suo” modo… meraviglioso perché irripetibile. Quanto è complesso un essere umano! È un affascinante mistero, è un diamante dalle infinite sfaccettature. Il rispetto di fronte al piccolo grande mondo che ciascuno rappresenta è un diritto-dovere assoluto. Ciascuno di noi ha un bisogno vitale di relazioni umane durature e profonde, che si originano dall’accoglienza: siamo felici di conoscere a fondo pensieri e carattere dei nostri veri amici, siamo felici e sollevati se a loro volta essi ci conoscono a fondo e ci apprezzano per come siamo, con limiti e difetti. Ci sentiamo colpiti da una violenza di cui non comprendiamo il senso quando qualcuno ci ignora, non tiene conto di noi, ci fraintende per superficialità, ferisce i nostri sentimenti comportandosi come se non esistessero… come se noi non avessimo alcuna importanza. La violenza della svalutazione è inaccettabile, lo capiamo bene quando la subiamo: lo è per noi e per tutti. Gravi danni La persona umiliata per le sue caratteristiche può finire per credere che i “carnefici” abbiano ragione… specialmente negli anni delicati della crescita, in cui si è alla ricerca delle proprie caratteristiche positive. Quanta infelicità, quali problemi di relazione possono essere la conseguenza della non accettazione! Chi può avere il diritto di compromettere l’equilibrio di un’altra persona? L’anatroccolo della fiaba “non sa chi è”; nessuno lo aiuta a volersi bene, non si attribuisce alcun valore. Non ha speranza, non vuole più vivere: si sente come se già, comunque, non esistesse. Tutti possiamo essere percepiti come diversi da qualcuno che, per questo, si sente in diritto di bollarci come “inferiori”: chi agisce così di certo è fondamentalmente incapace di entrare serenamente in rapporto con gli altri; soffrendo per primo di complessi d’inferiorità, ha bisogno di dominare e giudicare per sentirsi qualcuno… e c’è anche chi va a rimorchio dei prepotenti per “non avere grane”: è la “maggioranza silenziosa” – e dannosa – degli opportunisti, deboli o così egoisti da impegnarsi soltanto quando ricavano qualcosa per sé dal loro impegno. Chi può trovarsi, tra i giovani, in una situazione di non accettazione che può produrre esclusione dal gruppo, derisione? Spesso… proprio chi ha “una marcia in più”, o comunque una sua originalità più spiccata! Può essere, per esempio, – il ragazzo più maturo, sensibile e riflessivo, che vuole pensare con la sua testa e non accetta le scelte uguali per tutti: in fondo, dà fastidio perché ha il coraggio di essere se stesso e qualcuno, segretamente, non può che invidiarlo; – il ragazzo originale nella sua fisicità, bello a modo suo (tutti siamo belli se con gesti, sorrisi, simpatia la nostra corporeità esprime un’interessante vita interiore…) e non secondo ciò che la moda detta. L’anatroccolo era un meraviglioso cigno… paradossalmente respinto per la sua presunta bruttezza! – il ragazzo con qualche particolare limite più evidente in certi ambiti, fisici o mentali (tutti, comunque, abbiamo dei limiti), obbligato a lottare per far emergere abilità diverse in compensazione: sono abilità spesso sorprendenti, talvolta legate a risultati (come quelli di un non vedente che sviluppi eccezionali doti musicali), talvolta a una più accentuata capacità di trasmettere affetto e sentimenti, di apprezzare la vita… più di chi in apparenza è maggiormente fortunato. La diversità di tutti è ricchezza: può sempre insegnare qualcosa agli altri. Accettarsi Che cosa può significare “accettazione reciproca”? Ecco qualche spunto:  considerare sempre la diversità dell’altro nel confronto con noi come sua originalità da rispettare e da cui imparare; chiedere lo stesso rispetto per sé, cercando il dialogo;  mettersi nei panni altrui, sempre;  non giudicare in fretta l’altro, non fermarsi alle apparenze;  esprimere i propri sentimenti e le proprie idee perché gli altri li comprendano;  esprimere critiche costruttive, mai distruttive. E POI? Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida