URL » http://idr.seieditrice.com/materiali-didattici/secondaria-i-grado/classe-prima-ottobre-felicita/

Classe prima – Ottobre

Alla ricerca della felicità
di Tiziana Chiamberlando
 
Periodo: Ottobre
temp-thumb

Indice

Alla ricerca della felicità
Unità di lavoro: un racconto d’autore per riflettere (collegamento con UdA B, prima tematica) OSA di riferimento Conoscenze: ricerca umana e rivelazione di Dio nella storia, con riferimento agli aspetti della persona umana che inducono alla ricerca. Abilità: riconoscere le caratteristiche della salvezza attuata da Gesù in rapporto ai bisogni e alle attese dell’uomo, con riferimento a una riflessione iniziale sulle esigenze di base in relazione al proprio vissuto. Obiettivi Formativi Conoscenze e abilità  Identificare e descrivere le esigenze della persona nel rapporto con se stessa, gli altri, eventualmente con Dio.  Conoscere e descrivere le caratteristiche generali del linguaggio simbolico del racconto fantastico.  Conoscere e descrivere alcune conseguenze fondamentali del rapporto con Dio nell’ambito dell’esistenza umana, con riferimento soprattutto all’esperienza cristiana. Competenza di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale: Saper identificare le proprie esigenze individuali, sociali e spirituali elaborando riflessioni personali sulla felicità.

Torna su

Fasi dell’attività – AA - L’insegnante propone la lettura in classe del racconto “Il colombre” di Dino Buzzati. Quando Stefano Roi compì i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo. «Quando sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora più belle e grandi della tua». «Che Dio ti benedica, figliolo» rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé. Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. Il padre, non vedendo Stefano più in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, andò a cercarlo. «Stefano, che cosa fai lì impalato?» gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde. «Papà, vieni qui a vedere». Lo squalo tremendo e misterioso Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscì a vedere niente. «C’è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia» disse «e che ci viene dietro». «Nonostante i miei quarant’anni» disse il padre «credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente». Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire. «Cos’è? Perché fai quella faccia?» «Oh, non ti avessi ascoltato» esclamò il capitano. «Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. È il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. È uno squalo tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l’ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue». «Non è una favola?». «No. Io non l’avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l’ho subito riconosciuto, Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e si chiude, quei denti terribili. Stefano, non c’è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e fin che tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai più dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna». Ciò detto, fece immediatamente invertire la rotta, rientrò in porto e, col pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartì senza di lui. Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l’ultimo picco dell’alberatura sprofondò dietro l’orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscì a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il «suo» colombre, che incrociava lentamente su e giù, ostinato ad aspettarlo. L’allontanamento dal mare Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell’interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò più al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa, appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l’estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all’assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due o trecento metri dal molo, nell’aperto mare, il sinistro pesce andava su e giù, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall’acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Così, l’idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sì, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel più remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare più vicino, con l’inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato. Stefano, ch’era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e remunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi più insistente. L’attrazione degli abissi Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall’impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L’avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia. E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui. «Non vedete niente da quella parte?» chiedeva di quando in quando ai compagni indicando la scia. «No, noi non vediamo proprio niente. Perché». «Non so. Mi pareva …». «Non avrai mica visto per caso un colombre» facevano quelli, ridendo e toccando ferro. «Perché ridete? Perché toccate ferro?». «Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto». Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentì padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre più ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall’animo quel continuo assillo: né mai, d’altra parte, egli tu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Un unico desiderio: navigare Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l’impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all’altro. Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell’abisso. E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo del porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L’altro, sull’onore, promise. Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant’anni, inutilmente». «Mi ha scortato da un capo all’altro del mondo» disse «con una fedeltà che neppure il più nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo». Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi salì, dopo essersi fatto dare un arpione. «Ora gli vado incontro» annunciò. «È giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze». L’incontro con il colombre A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo video scomparire laggiù, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte. C’era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All’improvviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca. «Eccomi a te, finalmente» disse Stefano. «Adesso, a noi due!». E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l’arpione per colpire. «Uh» mugolò con voce supplichevole il colombre «che lunga strada per trovarti. Anch’io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente». «Perché» fece Stefano, punto sul vivo. «Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re al mare avevo avuto soltanto l’incarico di consegnarti questo». E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente. Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi. «Ahimè!» disse scuotendo tristemente il capo. «Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua». «Addio, pover’uomo» rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre. Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvisato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo. Il colombre è un pesce di grandi dimensioni spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.                                              D. BUZZATI, Il colombre e altri cinquanta racconti, Mondadori

Torna su

Fasi dell’attività – BBL’insegnante propone alla classe un questionario a cui rispondere suddivisi in gruppi eterogenei, che nomineranno un portavoce. Le risposte, elaborate per iscritto in ciascun gruppo, verranno presentate ai compagni; seguirà un confronto di idee. L’insegnante valuterà il raggiungimento degli Obiettivi Formativi da parte di ogni gruppo e, per quanto possibile, l’apporto dei singoli allievi, tenendo conto della loro volontà di collaborazione. Se le avventure di Stefano rappresentano l’esistenza umana, il bilancio di una vita come la sua è positivo o negativo? Perché?  Quali sono i suoi errori? Perché li commette?  Perché Stefano prova paura e contemporaneamente attrazione nei confronti del colombre?  Che cosa o chi si nasconde dietro il colombre?  Affrontare il problema dell’esistenza di Dio ed eventualmente avviare un rapporto con Lui può talvolta “fare paura”? Perché?  Secondo i credenti, come è possibile incontrare Dio, per esempio nell’ambito del Cristianesimo?  Quali conseguenze possono derivare dal rapporto con Dio?  Che cos’è la felicità? L’esperienza della fede può contribuire al suo raggiungimento?

Torna su

Fasi dell’attività – CC - Testo-sintesi sui messaggi del racconto per completare riflessione e confronto, in seguito al dibattito sul questionario. Stefano intuisce come il colombre rappresenti il suo destino; per questo se ne sente profondamente attratto. La vita di mare è la strada giusta per lui, quella che potrebbe condurlo all’incontro risolutivo per la sua realizzazione, per la scoperta della felicità; tuttavia egli si ferma alle apparenze, si lascia bloccare dalle paure: non ha il coraggio di cercare la verità, anche se qualcosa in lui desidera disperatamente trovarla. Molte persone agiscono come Stefano. Il colombre insegue tenacemente, per una intera vita, il prescelto a cui vuole offrire il segreto della felicità; egli può rappresentare Dio, alla ricerca dell’uomo per entrare in relazione con lui. Ci sono persone attratte dal mistero di Dio; sentono che un rapporto profondo con lui potrebbe dare un senso a tutto ciò che accade, a tutte le loro esperienze; forse, essere garanzia della massima felicità possibile. Tuttavia, rimandano all’infinito la decisione definitiva: instaurare un rapporto con Dio significa lavorare con Lui per migliorare il mondo… significa sicuramente fare fatica, e c’è chi si spaventa di fronte all’impegno. Avere una fede significa poter rispondere alle grandi “domande esistenziali” sulle origini e il destino di tutto ciò che esiste, sulla vita dopo la morte, su che cosa sia l’amore… Il rapporto con un Dio produce poi scelte e comportamenti (pensiamo all’impostazione di vita di Madre Teresa di Calcutta, di Gandhi…). Nell’ambito specifico del Cristianesimo Dio si può incontrare nella Parola biblica, nei Sacramenti, nell’altro in cui si ritrova il volto di Cristo, nella preghiera che Gli apre le porte del cuore… La fede può condurre alla felicità che consiste nello scoprire come ogni istante della vita sia un’occasione infinitamente preziosa per lavorare insieme a Dio e costruire un mondo nuovo, basato su nuovi rapporti, sull’amore autentico che produce gioia vera, “inossidabile” nonostante le difficoltà dell’esistenza. La persona umana ha bisogno di stare bene con se stessa, di scoprire il proprio valore e il proprio compito; ha bisogno di costruire con gli altri, di partecipare a progetti comuni, di dare e ricevere… soprattutto, ha bisogno di scoprire in sé e donare gratuitamente le sue capacità e le sue buone qualità, di provare per l’altro la stessa premurosa tenerezza che prova per se stesso. La persona umana ha bisogno di svelare i misteri dell’esistenza, di trovare la pienezza della Verità.