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I volti del Cristo

di Enrica Varaldi, da F. Pajer, La religione, 1, SEI
 
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Così come i racconti evangelici parlano di un Cristo che insegna, accompagna come un pastore, regna come un re, allo stesso modo l’arte lo rappresenta come pastore, re, maestro e così via… Sono le immagini dell’agire di Cristo, che l’arte ha raccontato con alcuni elementi fissi, che cercheremo di mettere in rilievo perché possiamo riconoscerli, ogni volta che li incontriamo nei luoghi sacri cristiani.
L’arte ha un linguaggio particolare per comunicare i suoi messaggi, ma ogni particolare delle immagini sacre non ha solo un aspetto «decorativo», ne ha anzi uno profondo, che si può riconoscere con un poco di attenzione.

Indice

Cristo che crea ogni cosa

Maestri bizantini-veneziani: Cristo pantocratore benedicente, mosaico, 1182-prima metà 1200; Monreale (Pa), Duomo.L’immagine raffigura il Cristo nell’atto di creare ciò che esiste: si chiama Cristo pantokràtor, parola greca che significa appunto creatore (Kràtor) di tutto (panta). Questa immagine dimostra la grandezza dell’atto del creare, la totale differenza tra il Cristo e le cose create, che sono tutte infinitamente più piccole…
Il Cristo pantocratore è raffigurato normalmente nell’abside della chiesa, con proporzioni molto grandi. Nel caso del duomo di Monreale (Palermo) raffigurato qui a lato occupa tutta la cupola centrale; non è affiancato da altre figure ed è raffigurato solo, a mezzo busto.
Lo sfondo è dorato, perché l’oro è il colore che in queste immagini rappresenta la dimensione divina, mentre il cielo, la terra, gli altri elementi appartengono alla realtà umana.
Il Cristo regge in mano un rotolo scritto, talvolta un libro: è la raffigurazione del fatto che il Cristo ha rivelato con le sue parole, raccolte poi nei Libri sacri, il messaggio della salvezza cristiana. Cristo è la Parola.
L’altra mano del Cristo ha un gesto benedicente, con alcune dita sollevate e le altre abbassate. È il gesto con cui si richiama la potenza divina sulle cose.
L’immagine nel suo insieme vuole evocare la potenza di Cristo, la sua divinità, la sua grandezza a fronte della piccolezza umana. Proprio per via di questa sua grandezza ha potuto creare ogni cosa che esiste.

 

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Cristo re
 

Gesù benedicente seduto in trono con il Vangelo, dettaglio del mosaico bizantino (XII secolo) che sovrasta il portale d'ingresso dell'Abbazia di San Nilo intitolata alla Santissima Madre di Dio, di rito ortodosso, fondata nel 1004, Grottaferrata (Roma).Questo mosaico, che sovrasta il portale d’ingresso dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata (Roma), raffigura Cristo nella sua regalità, come Signore di tutto l’universo. L’immagine prende spunto dalla realtà politica: Cristo è raffigurato con le stesse caratteristiche di un imperatore romano, anche se chi osservava l’immagine doveva cogliere immediatamente la differenza tra la potenza umana di un re e la potenza divina del Cristo.
Il trono è l’elemento caratteristico della figura regale del Cristo. In questo caso, è adornato con intarsi, stoffe preziose, cuscini ricamati. Talvolta Cristo siede su un trono appoggiato sull’universo o tiene in mano un piccolo globo che rappresenta l’universo di cui è signore.
La posizione seduta del Cristo è quella che potevano tenere i re nelle assemblee pubbliche, a differenza di tutti gli altri dignitari di corte che dovevano restare in piedi: questo è il motivo per cui spesso il Cristo re è raffigurato tra apostoli o santi, tutti in piedi al suo fianco.
Il volto del Cristo ha i tratti di un uomo maturo, con i capelli e la barba lunghi. Non è sempre stato rappresentato così: nella prima arte cristiana Cristo ha spesso l’aspetto di un uomo più giovane, senza barba, con il volto meno maturo. La scelta di rappresentarlo con questo aspetto, che poi conserverà nel corso della storia artistica, deriva forse dal fatto di volerlo accostare alle figure umane e divine che nel mondo classico avevano più autorità: Giove o l’imperatore.
I colori dell’abito di Cristo diventeranno tipici di buona parte delle sue rappresentazioni sia nell’arte antica, sia nelle icone russe, sia nell’arte europea. Non sono colori scelti a caso: il rosso rappresenta la regalità, l’azzurro la divinità.

 

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Il Mediatore
 

Gesù in trono, miniatura, XI secolo.Spesso l’immagine di Gesù è posta all’interno di una figura geometrica che assomiglia a una mandorla: è raffigurato così non solo nella pittura ma anche nei bassorilievi, sopra ai portali delle chiese, sui capitelli, nei manoscritti, ecc.
La «mandorla» ha una funzione particolare: il Cristo occupa la parte centrale, mentre i vertici sono rivolti uno in alto e uno in basso, uno cioè tocca il cielo e l’altro la terra. Questa è la funzione del Cristo: unire con la sua vita e con la sua Parola ciò che sta sulla terra con ciò che sta nel cielo.
Cristo è seduto come in trono, ma il suo trono non è quello della regalità, come nell’immagine precedente: è il mondo, l’universo, rappresentato qui con sfere colorate sovrapposte. Questa immagine è l’espressione della potenza di Cristo.
Le persone ai piedi di Gesù sono due apostoli, Giacomo e Giovanni. La scena si rifà all’episodio evangelico della trasfigurazione (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8; Luca 9,28-36), in cui Gesù aveva chiesto a quegli apostoli e a Pietro di seguirlo sulla montagna, dove si era mostrato in tutta la sua forza divina. Gli apostoli avevano allora detto che per loro era «bello stare lì», e che avrebbero preparato delle tende per restare anche la notte, al riparo. A partire da quell’episodio, si sono rappresentate immagini simili della potenza divina del Cristo.
Nei quattro tondi a fianco dell’immagine del Cristo sono raffigurati i quattro evangelisti.
I colori dello sfondo distinguono gli ambiti diversi della scena: la terra con il colore verde per gli apostoli, il cielo azzurro per la zona che si pone tra l’umano e il divino, e infine i colori luminosi del rosa e dell’oro, quelli propri dell’aurora, per il cielo più alto, dove si immaginava si trovasse la sede degli angeli, dei santi, di Dio stesso.

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Il Maestro
 

Beato Angelico, Il discorso della montagna; Firenze, Convento di San Marco.Una delle immagini più frequenti di Gesù è quella del rabbi, del maestro: Cristo, circondato dai suoi ascoltatori, spiega il contenuto della rivelazione.
In questa rappresentazione del Beato Angelico, conservata nel convento di San Marco (Firenze), la figura del Cristo-maestro è tutta «terrena», con il richiamo al cielo solo nella mano che indica verso l’alto e che, contemporaneamente, richiede l’attenzione degli ascoltatori.
I discepoli lo circondano come i discepoli di un filosofo dell’antichità. Sono di spalle come chi guarda la scena, per poter rendere «discepoli» anche coloro che osservano il quadro.
L’ambientazione è un paesaggio roccioso, perché l’affresco riproduce la scena del discorso della montagna, in cui Gesù aveva insegnato quali dovevano essere i più importanti punti di riferimento per l’uomo, le «beatitudini» (Luca 6,20-23, Matteo 5,1-12). Non è un caso, però, che Cristo sia maestro in un luogo esterno: è sempre così per lui, tranne quando da bambino si trovò a insegnare ai dottori del Tempio di Gerusalemme. In seguito i Vangeli riferiscono che il suo è stato un insegnamento tra la gente, per le strade, come accadeva per gran parte dei maestri e dei filosofi antichi.

 

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Cristo giudice
 
 

Michelangelo Buonarroti, Giudizio universale, particolare, 1534-1541, affresco; Città del Vaticano, Cappella Sistina.Una delle immagini più rappresentate sui muri delle chiese è quella di Cristo giudice, che separa nel giorno finale i buoni dai malvagi e li destina in due luoghi diversi: il cieli per gli uni e l’inferno per gli altri. È un’immagine molto potente e drammatica, che i pittori hanno rappresentato con grande ampiezza, come nel caso del Giudizio universale di Michelangelo, riprodotto qui accanto. Oggi la riflessione cristiana tende a mitigare questa immagine di Cristo giudice, privilegiando quella di un Cristo del perdono, che accoglie chi ha commesso anche atti gravi, purché capisca di avere sbagliato e cerchi di cambiare.
Cristo giudice è raffigurato in cielo, con la mano alzata nell’atto di emettere il giudizio. Spesso la sua immagine richiama quella di un giudice terreno, che emette il giudizio tra contendenti in un tribunale.
La sua sentenza separa i dannati dai giusti; normalmente i dannati sono raffigurati mentre precipitano nella profondità degli inferi, dove subiranno il castigo eterno, torturati da creature maligne, i diavoli. I giusti, invece, sono rappresentati mentre salgono verso il cielo, dove andranno a raggiungere i santi, gli angeli, i profeti, coloro che hanno già dimostrato la loro fede e possono per questo stare alla presenza di Dio, in una condizione di gioia eterna e perfetta.

 

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Cristo pastore
 
 
 

Cristo Pastore, mosaico, IV secolo; Aquileia, Museo Archeologico.Un’altra rappresentazione frequente del Cristo è quella del pastore del gregge. Come testimoniano i Vangeli, Gesù usò più volte nei suoi discorsi questa immagine per avvicinarsi alla mentalità di chi lo ascoltava, legata al lavoro dei campi o sul mare.
Essere un pastore significava badare al gregge, curarlo, proteggerlo dai pericoli e dalle malattie, far sì che potesse crescere. L’immagine di Cristo pastore vuole significare l’attenzione di Dio per l’uomo, la sua cura intensa e paziente.
All’opposto del Cristo giudice, il Cristo pastore è raffigurato in panni umani, quelli dei pastori dell’epoca. Unico oggetto distintivo è il bastone, che serviva per salire sulla montagna, e al quale spesso era attaccato un campanello per richiamare le pecore. Quel bastone è usato ancora oggi dai vescovi e dal papa come segno della loro funzione di «pastori» del popolo cristiano.
In questo mosaico non compaiono pecore ma capre. Sono raffigurate come animali tranquilli e fiduciosi, intenti a brucare, mentre il pastore vigila su di loro; l’immagine vuole comunicare la sicurezza di chi si affida al pascolo preparato da Cristo.