URL » http://idr.seieditrice.com/materiali-didattici/secondaria-ii-grado/dicembre/

Dicembre

Il divino, insondabile e rivelato
di Alberto Pisci
 
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb
temp-thumb

IL DIVINO, INSONDABILE E RIVELATO

Indice

Il divino, insondabile e rivelato
Le tre religioni monoteiste presentano la divinità e i suoi attributi in conseguenza di una sua autonoma rivelazione. A differenza di queste, vi sono altre correnti spirituali che affermano l’impossibilità di definire Dio e di parlarne in alcun modo. “La Via che si può definire, non è già più la Via”, affermava Laotzi nel Daodejing. Così il pure il Buddha si rifiutava di rispondere alle domande del suo discepolo sui “dieci problemi non spiegati”, dal momento che gli apparivano superiori alle possibilità umane, e “inutili” per avanzare nel cammino spirituale e raggiungere la liberazione. Tuttavia, anche i monoteismi che si appoggiano su una rivelazione sono essi stessi attraversati da atteggiamenti “apofatici”, cioè da correnti teologiche negative che affermano il mistero e l’insondabilità del divino. Il testo medioevale dello Zohar dei cabalisti ebrei afferma esplicitamente “Di te nessuno sa nulla”; i mistici sufi dell’Islam ricordano che Dio è ben al di sopra di tutto ciò che si può dire di lui. La mistica cristiana ha sviluppato una forte corrente di teologia negativa a partire dalla Teologia mistica dello Pseudo-Dionigi  per il quale si può solo dire ciò che “Dio non è”. Questa intuizione è stata poi raccolta dai Sermoni di Maestro Eckart per esprimere l’impossibilità a parlare di Dio e dai Poemi di Giovanni della Croce.
L’idea della “rivelazione”, presente nelle religioni monoteiste, è legata alla concezione di un Dio “personale”, cioè non solamente unico ma che si rivolge all’uomo, l’ascolta e risponde alle sue preghiere. Questa è la concezione del Dio biblico che si manifesta ad Abramo e poi, ancor più esplicitamente a Mosè nella teofania del roveto ardente: “Io sono”. Nella riflessione ebraica la Toràh, la Legge, la manifestazione ultima di Dio, è “discesa in questo mondo”. Il cristianesimo, pur accogliendo la rivelazione mosaica, considera non la Toràh ma l’uomo Gesù come l’incarnazione piena della Parola divina. È ciò che l’evangelista Giovanni esprime nel Prologo del suo Vangelo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio… e il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi”. La spiritualità cristiana ha da sempre sottolineato il paradosso della rivelazione cristiana, che non è quella di un Dio forte, glorioso o trionfante, ma quella di un Dio “nascosto nella sofferenza”, per riprendere l’espressione di Lutero.
Nella rivelazione islamica, Maometto, presentato come “il sigillo dei profeti”, mette fortemente l’accento nel Corano sull’unicità di Dio: “Non c’è Dio all’infuori di Lui”, anche se alcune correnti Shiite non esitano a invocare Alì come “l’Imam cosmico”, Uomo-Dio rivelato.
Anche l’induismo eredita dalle antiche scritture vediche l’idea che l’uomo può accedere alla visione e alla conoscenza del mondo divino. Nella Bhagavad-Gita, Vishnù-Krishna offre ad Arjuna il suo “occhio divino” perché possa raccogliere la rivelazione della sua Potenza soprannaturale.

Torna su

EBRAISMO
 
“Io sono” mi ha mandato a voi (Esodo 3)
Questo è il testo dell’Esodo che racconta la rivelazione di Dio a Mosè, composto agli inizi del VI secolo a.C. Appare evidente che l’iniziativa non parte dal profeta, che anzi preferirebbe respingere una missione che va ben al di là delle sue forze. Mosè è certamente il personaggio più importante della Torah, eppure non è mai dipinto come un eroe senza macchia: se ne sottolineano piuttosto le sue debolezze e i suoi dubbi. È all’interno della sua realtà quotidiana che viene a manifestarsi il divino che sceglie in Mosè un personaggio del tutto comune. Dopo essersi allontanato dalla sua regione e dalla sua tribù in cerca di pascoli, Mosè giunge, oltre il deserto, alla montagna di Dio. È su questa montagna, denominata Sinai o Horeb, che Yahwè si rivela. Ma chi è il Dio di Israele? Il capitolo terzo dell’Esodo è il solo testo della Bibbia che dà una spiegazione del nome “Yahwè”. Su richiesta di Mosè Dio risponde non attraverso la rivelazione del Nome, ma attraverso una sorta di trascrizione: “Io sono colui che sono”. Questa risposta gioca evidentemente sulla conoscenza che il lettore aveva già del Nome “Yahwè”, un termine ebraico che porta in sé la radice del verbo “Essere”. Si tratta quindi di un Dio che cerca una relazione con l’uomo, ma nello stesso tempo che sfugge al suo controllo.
1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». 5 Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». 6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. 7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè : «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». 15 Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. 16 Va’! Riunisci gli anziani d’Israele e di’ loro: Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo: Sono venuto a vedere voi e ciò che vien fatto a voi in Egitto. 17 E ho detto: Vi farò uscire dalla umiliazione dell’Egitto verso il paese del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del Gebuseo, verso un paese dove scorre latte e miele. 18 Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani d’Israele andrete dal re di Egitto e gli riferirete: Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio. 19 Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. 20 Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare. 21 Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22 Ogni donna domanderà alla sua vicina e all’inquilina della sua casa oggetti di argento e oggetti d’oro e vesti; ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e spoglierete l’Egitto».
 
“Di Te nessuno sa nulla…” (dal Tiqquney Ha-Zohar)
Benché in presenza di un Dio rivelato, la considerazione dell’impossibilità di conoscere Lui e i suoi disegni è molto presente nella riflessione ebraica che, su questo tema, ha prodotto nel medioevo un testo fondamentale, lo Zohar (metà del XIII secolo d.C.), capolavoro della Qabbalàh, la corrente mistico esoterica dell’ebraismo medioevale.
Il testo qui riprodotto è tratto da “I complementi dello Zohar” (Tiqquney Ha-Zohar), redatti poco dopo la parte principale dell’opera. In essi si mette in bocca al profeta Elia una serie di affermazioni teologiche, espresse secondo il linguaggio cabalista. Elia proclama l’unità assoluta di Dio; unità che oltrepassa il senso aritmetico. Tuttavia egli dichiara anche l’assoluta trascendenza e inconoscibilità di Dio; infine Elia precisa il rapporto esistente tra questo Dio sconosciuto e le sue dieci “sefirot”, gli “attributi” con cui Dio regge il mondo. Le sefirot non coincidono con Dio, ma è in esse che risiede il divino.
Elìa prese la parola e disse: «Signore di tutti i mondi, Tu sei Uno, ma non in relazione al numero. Tu sei innalzato al di sopra di tutto ciò che è elevato, Misterioso più di tutto ciò che è misterioso. Il pensiero non ti afferra in nessun modo. Tu sei Colui che fa sorgere dieci strutture, che noi chiamiamo sefirot, per dirigere, attraverso di esse il mondo nascosto e invisibile, così come quello visibile. Tu ti sottrai agli uomini. Tu sei colui che le lega e le unisce e poiché tu sei al loro interno, chiunque separasse queste dieci sefirot l’una dall’altra è come se Ti dividesse. […] Esse sono così denominate: Grazia (Hesed), Potenza (Geburàh), Bellezza (Tiferet), Vittoria (Netzàh), Maestà (Hod), Fondamento (Yesod), Regno (Malkhut), Sapienza (Hokhmàh), Intelligenza (Binàh), Corona suprema (Keter). […] Ma di Te non c’è né immagine né rappresentazione fra tutte le cose interiori ed esteriori. Tu hai creato il cielo e la terra. Tu ne hai fatto emergere il sole, la luna, le stelle e le costellazioni. E sulla terra, gli alberi, i vegetali, il Giardino dell’Eden, l’erba, gli animali, gli uccelli, i pesci e gli uomini […]. Ma di Te nessuno sa nulla, e fuori di Te gli esseri superiori e inferiori non hanno unità, Tu ti fai conoscere come il Signore che è al di sopra di tutto.

Torna su

CRISTIANESIMO
 
“La Parola si è fatta carne…” (Vangelo di Giovanni 1,1-18)
L’incarnazione di Dio in Cristo Gesù è il cuore della rivelazione cristiana. Il Prologo del vangelo di Giovanni è esemplare nel collegamento del Maestro di Nazareth con il Creatore, risalendo, implicitamente, alla prima pagina della Bibbia, la creazione: «In principio Dio creò il cielo e la terra…». La Parola attraverso la quale Dio crea il mondo è, nella mente di Giovanni, Cristo stesso: «In principio era la Parola…». Il termine “Parola” (in latino “Verbum”, in greco “Logos”) utilizzato da Giovanni per designare Cristo, aveva assunto, nell’Antico Testamento, un ruolo fondamentale al momento della creazione («Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera…» Sal. 132,6) e in ogni azione di Dio nella storia (Is. 55,11). Al centro dell’inno si pone il senso dell’incarnazione di Dio e quindi della rivelazione cristiana: il progetto di salvezza per tutti gli uomini, chiamati a divenire “figli di Dio”. L’accoglienza della Parola attraverso la comunità dei credenti non può far dimenticare a Giovanni che essa è stata ampiamente rifiutata dal “mondo” e da una larga parte dei “suoi”, cioè del popolo di Israele. Se nella persona di Gesù il mondo non ha saputo riconoscere il suo Creatore, è più che paradossale che il popolo dell’alleanza non abbia accolto in lui questa parola che l’aveva chiamato all’esistenza.
1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio. 2 Egli era in principio presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. 4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini; 5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta. 6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce. 9 Veniva nel mondo
la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe. 11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto. 12 A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati. 14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità. 15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me». 16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia. 17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18 Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.
 
“Pur essendo di natura divina… spogliò se stesso… divenendo simile agli uomini…” (Lettera ai Filippesi 2,6-11)
Nella Lettera di san Paolo ai Filippesi, nel capitolo secondo, è presente un inno (forse non di Paolo) in cui vengono segnate le diverse tappe del mistero del Cristo: la sua preesistenza come Dio, l’abbassamento dell’incarnazione, l’abbassamento ulteriore nella morte, la glorificazione celeste, l’adorazione da parte dell’universo, il titolo nuovo di “Cristo”. Si tratta del Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua persona concreta.
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
 
“Questa fontana eterna è nascosta” (Giovanni della Croce, Poema IX)
La rivelazione cristiana non implica che Dio possa essere afferrato dall’uomo; anzi le Sue vie permangono a lui oscure. Giovanni della Croce, teologo e mistico spagnolo del XVI secolo, ha sottolineato nelle sue riflessioni il carattere infinito di Dio e contemporaneamente la non somiglianza con alcuna realtà creata. Incomprensibile nel suo essere e sconcertante nel suo agire, Dio si comunica tuttavia all’uomo con una tale profondità che ricolma in modo totale e definitivo ogni umano desiderio.
Io la conosco la fonte che scorre e si diffonde,
anche se è notte!
Questa fontana eterna è nascosta
ma quanto so bene dov’è!
Anche se è notte!
Nella notte che è questa vita
quanto bene conosco, grazie alla fede, la fontana
anche se è notte!
La sua origine, io l’ignoro: essa non ne ha
ma so che ogni essere ha in essa la sua origine
anche se è notte!
So che non può esserci cosa più bella
che la terra e il cielo vi si abbeverano
anche se è notte!
Io so bene che è un abisso senza fondo
e che nessuno può passarvi al guado
anche se è notte!
La sua trasparenza non è mai oscurata
e so che ogni luce viene da essa
anche se è notte!
So che le sue acque sgorgano così abbondanti
che irrigano inferni, cieli e popoli,
anche se è notte!
Questa fontana eterna è nascosta
in questo pane vivente per donarci la vita
anche se è notte!
Essa è là che chiama tutte le creature
ed esse vanno ad abbeverarsi nelle tenebre
perché è notte.
Questa fonte viva, verso cui io bramo,
la vedo in questo pane di vita
anche se è notte!

Torna su

ISLAM
 
“Egli è l’Altissimo, l’Immenso” (Sura II,255)
Il versetto del Corano qui riportato (II,255), chiamato “versetto del Trono”, è uno dei più celebri; è recitato sovente dai musulmani, sia durante la preghiera rituale, sia staccata da essa. Ciò che viene tradotto per “Trono” è una parola araba (Kursi) che significa “Sede”. In questo versetto Dio appare come l’Assoluto, totalmente separato dagli uomini. La sua sovranità è espressa in un isolamento dominatore, sebbene in altri passaggi del Corano si parli della sua Misericordia. L’immutabile maestà di Dio contrasta con l’evanescenza degli uomini che il giudizio inappellabile di Dio deve lasciare senza soccorso.
Allah! Non c’è altro dio che Lui, il Vivente, l’Assoluto. Non Lo prendon mai sopore né sonno. A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e sulla terra. Chi può intercedere presso di Lui senza il Suo permesso? Egli conosce quello che è davanti a loro e quello che è dietro di loro e, della Sua scienza, essi apprendono solo ciò che Egli vuole. Il Suo Trono è più vasto dei cieli e della terra, e custodirli non Gli costa sforzo alcuno. Egli è l’Altissimo, l’Immenso.

Torna su

TAOISMO
 
“La Via che si può enunciare non è già più la Via” (Dal Daodejing I)
L’insondabilità del divino è un’idea portante del taoismo. Il termine “Dao”, nel senso proprio di Via, Cammino, è interno al titolo stesso del libro attribuito al saggio taoista Laotzi, “Daodejing” e designa essenzialmente l’assoluto e quel senso nuovo che gli conferiscono i maestri antichi come Laotzi e Zhuangzi darà il nome alla corrente che li unisce, la scuola del Dao, da cui il nostro “taoismo”. Il primo versetto del “Libro della Via” si apre sull’esistenza di una realtà infinita, permanente, aldilà dei mutamenti che animano il mondo. Due sentenze parallele si confrontano: «le vie che possono essere seguite non sono la Via costante; i nomi che si possono dare non sono il Nome costante». Così il vero Dao si distingue dalle altre vie insegnate, dalle dottrine insegnate dalle altre scuole dell’epoca. “Dao” non è il Nome del Principio supremo, perché nessun nome per definizione può identificarsi con l’assoluto. Dao è l’entità primordiale, anteriore alle cose, origine del cielo e della terra e principio immutabile; di fatto non ha nome, è invisibile, rappresenta il non-essere, il non esistente. Ma, nello stesso tempo, è principio di creazione e di ri-creazione; è la «Madre dei diecimila esseri»; rappresenta l’ambito in cui si conciliano i contrari, svaniscono le apparenze, e si riassorbe ogni individualità; la sua influenza si esercita dappertutto e in ogni tempo.
La Via che si può enunciare
non è già più la Via
e i nomi che si possono nominare
non sono già più il Nome.
Senza Nome cominciano il Cielo e la Terra
i nomi danno loro Madre ai diecimila esseri.
Così, ogni ora senza attrattiva
invita a contemplare il mistero
e ogni ora piena di attrattive
invita a considerare i suoi aspetti manifesti.
Questi sono nati insieme
sotto nomi differenti
sono infatti insieme l’Origine
e di origini in Origine
la porta del mistero meraviglioso.

Torna su

INDUISMO
“Io contemplo il tuo Volto di fuoco” (Bhagavad-Gita cap. XI, 1-33)
 
Nell’XI canto della Bhagavad-Gita, qui in parte riportato, Krishna, manifestazione visibile del Dio Vishnù, si presenta nella sua forma cosmica ad Arjuna, eroe del poema Mahabharata e discepolo favorito di Krishna.
Lungo i primi nove canti del poema Bhagavad-Gita, Krishna ha sviluppato una dottrina morale che si può tradurre in questi termini: bisogna percepire se stessi come semplici strumenti della volontà divina e impegnarsi a compiere il proprio dovere in relazione allo stato sociale, senza occuparsi dell’interesse personale. Nel canto X, Krishna si è poi presentato come origine degli esseri e abisso per il loro riassorbimento. Ora, nel cap. XI, Arjuna chiede di “vedere” l’immanenza-trascendenza di Krishna nell’universo. In questa visione grandiosa Krishna appare molto simile a quell’Uomo primordiale (Purusha) dei miti vedici, dal cui smembramento sacrificale si è prodotto l’universo con le sue parti costituenti. Ma ciò che domina in questa visione è la funzione del Tempo divoratore rappresentato come un abisso di fuoco che aspira i mondi e gli esseri. Il motivo dell’incendio della fine del mondo è presente in molti racconti hindù in cui si mette in risalto la condizione di coloro che si ribellano all’ordine universale, come i guerrieri del clan Kauravas, malvagi cugini di Arjuna e usurpatori del trono. Al contrario, coloro che si inchinano alla sua suprema e incomprensibile sapienza come i divini Rishis e Siddhas, saranno assorbiti nell’abisso con canti e inni per la gloria di Krishna-Vishnù.
Arjuna dice: «O Dio, nel tuo corpo io percepisco tutti gli dèi, così come le molteplici specie degli esseri. Ci vedo il Signore Brahma, insediato su un trono di loto con tutti i Rishis e i serpenti divini. Con le tue innumerevoli braccia, seni, volti e occhi tu ti espandi in ogni parte all’infinito. O Maestro dell’universo che assume la forma di ogni cosa, non distinguo in te né inizio, né mezzo, né fine. Te, di solito invisibile, io contemplo con il tuo diadema, la tua clava e il tuo disco come una massa ardente raggiante da ogni parte, come brace scintillante di un immenso braciere.
Io ti vedo senza inizio, né mezzo, né fine, padrone di un’energia senza limiti, mentre agiti un’infinità di braccia, con il sole e la luna per occhi. Contemplo il tuo volto di fuoco la cui incandescenza infiamma l’universo intero. (…)
Ecco che penetrano in Te le schiere degli dèi, di cui alcuni, vinti dalla paura, cantano la tua lode e s’inchinano. Le schiere dei Siddhas e dei grandi Rishis ti salutano intonando inni alla tua gloria. Alla vista della tua forma immensa con la sua moltitudine di occhi e di volti, di braccia e gambe, innumerevoli piedi, molteplici seni, denti temibili, i mondi sono presi dal terrore, ed io con loro. Solo vedendo le tue fauci ricoperte di denti temibili, simili all’incendio della fine del mondo, mi sento perduto e privo di rifugio. Fammi Grazia, o Maestro degli dèi, Tu che hai l’universo per residenza.
Con le tue lingue di fuoco, tu lecchi da ogni parte e divori l’insieme dei mondi. Tu consumi l’universo intero, o Vishnù, riempiendolo dei tuoi fuochi.
Rivelami chi tu sei, sotto la tua forma terribile. Ti saluto e imploro la tua Grazia, o Tu il migliore degli dèi! Desidero conoscerti, Tu l’Originale, ma non comprendo la tua azione».
Il Benedetto dice: «Io sono il Tempo che stritolerà i mondi impegnato ora nel riassorbimento degli esseri. Anche senza il tuo intervento, questi guerrieri disposti uno dietro l’altro in ordine di battaglia, presto non saranno più.
Riprenditi, dunque e parti alla conquista della gloria. Dopo aver vinto i tuoi nemici, il tuo regno sarà prospero. Tutti questi guerrieri io li ho abbattuti prima. Tu sarai uno strumento nelle mie mani, o Arjuna!».

Torna su

BUDDHISMO
 
“Egli potrà morire senza che quelle domande ricevano risposta” (Dal Cula Malunkuja sutta, il Buddha)
L’apologo dell’uomo ferito da una freccia è celebre nella letteratura buddista per il tema di fondo concernente il destino dell’uomo, la sofferenza, la sua origine e le vie per superarla. Nella corrente Mahayana (Grande Veicolo) le questioni cosmologiche, come il rapporto tra l’anima individuale e quella universale, non sono solo trascurate in quanto non pertinenti la salvezza, ma scartate del tutto perché prive di un vero referente.
Supponi che un uomo sia ferito da una freccia molto velenosa. I suoi amici e i suoi parenti portano un chirurgo. Ora, l’uomo dice: «non mi lascerò togliere questa freccia prima di sapere chi mi ha ferito: se è un guerriero, o un sacerdote, un mercante o uno schiavo; qual è il suo nome e quale la sua famiglia; se è alto, piccolo o di media grandezza (…)». Quest’uomo morirebbe senza sapere queste cose. Allo stesso modo se qualcuno dicesse: «Non condurrò il santo cammino sotto la direzione del Buddha prima che egli dia una risposta a quelle domande, quali se l’universo è eterno o no», egli morirà con quelle domande lasciate senza risposta dal Buddha. Il Buddha spiega che il santo cammino non dipende da questi problemi. Qualunque sia l’opinione su questi problemi, rimangono la nascita, l’anzianità, la vecchiaia, la morte, l’infelicità, i lamenti, il dolore, di cui dichiaro la cessazione in questa vita stessa. Di conseguenza, conserva nel tuo spirito ciò che ho spiegato come spiegato, ciò che non lo è come non spiegato. Quali sono le cose che non ho spiegato? Se l’universo è eterno o se non lo è. Quelle dieci opinioni non le ho spiegate. Perché? Perché non è utile. Perché non è necessariamente legato alla via santa e a quella spirituale.

Torna su

SPUNTI OPERATIVI
1. In quali tradizioni religiose è meglio espressa, secondo te, la rivelazione di Dio?
2. Il tema dell’ineffabilità di Dio è del tutto assente nella tradizione cristiana?
3. Fai una breve ricerca sulla figura del mistico cristiano San Giovanni della Croce.