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Gesù nel cinema

di Mariachiara Giorda
 
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“Perché ho così paura di finire
ciò che ho cominciato.
Ciò che tu hai cominciato:
non sono stato io a iniziarlo.”
Jesus Christ Superstar

 Indice

Gli esordi

Il 28 dicembre 1895 i fratelli Lumière mostrano la loro invenzione, il cinématographe, al pubblico riunito nella sala del Gran Cafè del Bulevard des Capucines a Parigi. Neanche due anni dopo, Léar realizza La Passion du Christ: per la prima volta la vita di Gesù viene rappresentata attraverso immagini in movimento. È il 1897, e da allora Gesù è stato protagonista di quasi duecento pellicole, diventando il soggetto maggiormente sfruttato dalla settima arte. 
Il film di Léar oggi è andato perduto, ma sembra narrasse la passione del titolo attraverso dodici tableaux vivants ispirati alle stazioni della via Crucis. Léar, il cui vero nome era Albert Kirchner, girò il suo film a Parigi, utilizzando attori che realmente mettevano in scena una via Crucis in tableaux vivants. La Passion du Christ fece scandalo: molti non erano d’accordo nel vedere la figura di Gesù proiettata su un lenzuolo. Eppure furono tantissimi i film, prodotti nei primi dieci anni di storia del cinema, a narrare episodi evangelici.
All’inizio le pellicole di argomento religioso venivano spesso mostrate davanti a luoghi di culto, in occasioni legate a festività religiose, ponendo così il cinema in diretta continuità con le sacre rappresentazioni. Ma ben presto la Chiesa si oppose a questa tendenza, giudicata rischiosa in quanto avrebbe potuto trasformare luoghi sacri in ambienti di spettacolo. 
Alla figura di Gesù ci sono stati, fin dal principio, approcci radicalmente differenti: basti pensare che sia Georges Méliès che i fratelli Lumière hanno realizzato pellicole di argomento cristologico, ma ognuno a modo suo. Mentre, infatti, i Lumière, producono Vues répresentant la vie et la Passion de Jésus-Christ, nel 1897, tredici tableaux, tredici tappe della vita di Gesù, Méliès realizza, un anno dopo, Le Christ marchant sur les eaux, utilizzando i “trucchi” e le “illusioni” di cui è maestro per ricostruire uno dei più spettacolari miracoli. 
Negli anni successivi, però, i cineasti sembrano preferire una narrazione di tipo più realistico, quasi documentaristico, nel trasporre in immagini la vita e la passione di Gesù. Per citarne alcuni: Passione di Gesù (1900) di Luigi Topi e Ezio Cristofari, La Vie et la Passion de Jésus-Christ (1902) di Ferdinand Zecca e Lucien Nonguet, Le Christ en Croix (1910) di Louis Feuillade, The Star of Bethlehem (1912) di Lawrence Marston.

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Verso Hollywood

Con il passare del tempo, con l’affinamento della tecnica e la crescita degli investimenti, cominciano ad essere realizzati veri e propri kolossal: La Vie et la Passion de Notre Seigneur Jésus-Christ (1906) di Alice Guy, che filma 25 quadri sulla Passione ispirati agli acquerelli di James Tissot, oppure Christus (1916) di Giulio Antamoro, che ripercorre le principali vicende della vita e della passione di Cristo con chiari rimandi alle principali opere della storia dell’arte italiana. 
Il 1916 è l’anno di Intolerance, di D.W. Griffith. Dopo l’uscita di Nascita di una nazione (Birth of a Nation), Griffith fu accusato da più parti di razzismo e xenofobia; per scagionarsi decise di realizzare Intolerance, un kolossal di circa 180 minuti (ne esistono quattro versioni, due di 197’ e due di 176’) diviso in quattro episodi, legati dal tema dell’intolleranza: il primo episodio racconta la caduta di Babilonia come risultato delle lotte tra devoti di differenti divinità, il secondo episodio narra di come l’intolleranza portò alla crocifissione di Gesù, il terzo ricostruisce il massacro di San Bartolomeo, il quarto tenta di dimostrare come il crimine, il moralismo e i conflitti tra la classe operaia e il capitalismo sfrenato portino alla mortificazione della vita degli americani. Intolerance fu un successo: ancora oggi è considerato uno dei film più importanti della storia del cinema. 
Simile a Intolerance nella struttura è Pagine dal libro di Satana (Blade af Satans Bog), film che C.T. Dryer realizza nel 1921. Tratta da un libro di Marie Corelli, anche questa pellicola è divisa in quattro episodi, legati tra loro dalla tematica delle tentazioni che Satana infligge agli uomini perché essi infrangano gli insegnamenti divini. Il primo episodio è ambientato nel 30 d.C., e racconta di come il demonio assuma le fattezze di un fariseo per tentare Gesù.
Con l’arrivo del sonoro prima, e della pellicola a colori poi, il cinema di argomento cristologico aumenta la produzione, ma soprattutto gli investimenti e i mezzi impiegati. Sono gli anni dei grandi film hollywoodiani, pellicole di grande presa sul pubblico, con grandi divi a interpretare i ruoli principali. Il Re dei Re (The King of Kings, 1927) di Cecil B. De Mille, è il primo di questi, e ripercorre le ultime settimane di vita di Gesù. Il film ebbe una lunghissima lavorazione, quasi cinque anni, durante i quali il regista, per preservare la spiritualità del tema trattato, proibì ai membri della troupe di assumere comportamenti “non biblici”: fu vietato loro di giocare a palla, di giocare a carte, di frequentare locali notturni, di nuotare e di viaggiare in auto decappottabili. Una curiosità legata al film: uno dei giganteschi cancelli utilizzati all’interno della scenografia fu poi “prestato” al film King Kong (1933) e venne ancora usato nella scena dell’incendio di Atlanta di Via col vento. Il Re dei Re si conclude con la prima scena girata in Technicolor della storia del cinema, la scena della Resurrezione. 
La Tunica (The Robe, 1953) di Henry Koster, è invece la prima pellicola a utilizzare il Cinemascope: lo slogan pubblicitario recitava: “Un miracolo moderno che potrete guardare senza occhiali”, riferimento ai film in 3D che all’epoca erano molto apprezzati. Richard Burton è Gallio, tribuno romano a capo dell’unità che deve crocifiggere Gesù. La Tunica è l’unica pellicola biblica ad avere un seguito: nel 1954 Delmer Daves realizzò Demetrius and the Gladiators
Da citare anche La più grande storia mai raccontata (The greatest story ever told, 1965) di George Stevens, un film costosissimo e lunghissimo (vennero spesi oltre 20 milioni di dollari, e la prima versione durava 260’) che segue la vita di Gesù dalla nascita alla Resurrezione. Furono ingaggiate star come Max von Sydow, Charlton Heston, Terry Savalas, Angela Lansbury, Donald Pleasance, Sidney Poitier. Le riprese vennero effettuate in Colorado, e non in area mediterranea, come ci si sarebbe aspettato da un film con tale budget. Il regista motivò questa scelta dicendo di voler ottenere un effetto di imponenza, di maestosità tali che solo i paesaggi americani riescono a procurare. È questa la principale caratteristica di tali tipi di film: una spettacolarizzazione della vita e della figura di Gesù, intrappolata all’interno di stereotipizzazioni dettate dalla tradizione, circondata da immense scenografie colorate ma anche posticce.

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Gli anni del new cinema

Per assistere a qualcosa di diverso bisognerà attendere gli anni ‘60. Nicholas Ray, nel 1961, realizza Il Re dei Re: per la prima la figura di Gesù è affrontata quasi esclusivamente da un punto di vista politico. Il film fu un clamoroso fiasco, all’epoca, sebbene oggi sia considerato uno dei più accorti ritratti della vita di Cristo. Dall’invenzione del sonoro molti film americani preferivano non ritrarre il volto di Gesù, ma solo le mani (come in Ben-Hur) o le spalle: Il Re dei Re di Ray ruppe questa tradizione, essendo il primo film prodotto da un grande studio americano (la MGM) a mostrare direttamente il suo protagonista. La voce narrante nella versione originale era scritta da Ray Bradbury, e interpretata da Orson Welles, doppiato in italiano da Gino Cervi.
E Orson Welles compare anche ne La Ricotta, l’episodio del film Ro.Go.Pa.G.diretto da Pier Paolo Pasolini. Durante le riprese di un film sulla Passione, Stracci, un proletario che interpreta il ruolo del ladrone, tenta in ogni modo di sopravvivere alla fame da cui è perennemente attanagliato. Riesce infine a mangiare, con l’aiuto dei suoi compagni, ma poco prima di girare l’ultima scena muore, colpito da indigestione. Il film fu pesantemente attaccato, accusato di blasfemia per il modo parodistico con cui affronta il tema della concezione del sacro. Ne vennero sequestrate tutte le copie, e contro Pasolini si organizzò un processo per vilipendio alla religione. Particolarmente presa di mira fu la frase finale pronunciata dal personaggio del regista, intepretato da Welles: “Crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione”, e che infine fu cambiata in: “Crepare… non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo.”
Luis Buñuel realizza, nel 1969, La via lattea, un duro atto d’accusa contro i dogmi e le eresie nate in seno al cattolicesimo. Il film si conclude con un cartello: “Tutto ciò che nel film riguarda la religione cattolica e le eresie cui essa ha dato luogo, in specie dal punto di vista dei dogmi, è rigorosamente esatto.”  Un giovane ateo e un vecchio credente incontrano, lungo il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, una serie di personaggi che ripercorrono la storia della vita di Gesù, del cristianesimo e dei movimenti eretici. Un film complesso, pieno di riferimenti teologici incomprensibili ai più, e nonostante questo una bellissima carrellata di duemila anni di storia.

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Nuove interpretazioni

Gli anni ‘70 sono gli anni delle contestazioni, e di ricerca di libertà. Libertà espressiva, che si traduce in libera interpretazione di tutto ciò che fino ad allora era giudicato inviolabile. È in quest’ottica che va letto Giuda uccide il venerdì, un curioso filmetto italiano del 1972, esordio alla regia di Stelvio Massi, il quale poi dirigerà numerosi film poliziotteschi. Angelo Infanti (il Manuel Fantoni di Borotalco) interpreta un Gesù-chitarrista hippy, ucciso al fianco della Maddalena dal racket della prostituzione. 
Restando in tema di libere interpretazioni, il 1979 è l’anno in cui i Monty Python, celebre gruppo di comici inglesi, realizzano Brian di Nazareth (Life of Brian). Brian è un giovane giudeo, “gemello” di Gesù: sono nati nella stessa notte, in due capanne vicine, e infatti i Re Magi sbagliano, appena arrivati, e portano i doni a Brian. Figlio illegittimo di una giudea e di un romano, Minchius Maximus, Brian, per amore di Judith, entra a far parte del Fronte Popolare di Giudea, un’organizzazione terroristica che ha come obiettivo lo smantellamento, entro 48 ore, dell’intero stato imperialista romano. In seguito a una serie di assurde vicende, tra cui la fuga su una nave stellare aliena, Brian viene scambiato per il Messia, per uno dei tanti Messia che affollano la regione in quel periodo (uno dei suoi seguaci esclama “Lui è il Messia, io ne ho seguiti tanti, li so riconoscere, quando li vedo”). Per questo motivo viene arrestato e condannato alla crocifissione, pratica talmente abusata dai Romani, che c’è chi si fa crocifiggere ogni settimana per ammazzare la noia, tanto poi in un modo o nell’altro qualcuno viene a salvarlo. Brian invece non viene salvato da nessuno, e muore cantando la canzone “Always look on the bright side of life”. Al termine, un dialogo fuori campo tra i Monty Python: “E ora? Lo facciamo resuscitare così giriamo Brian 2?” “No, chi vuoi che ci creda!”.
Tratto dal romanzo di Nikos Kazantzakis, L’ultima tentazione di Cristo, che Martin Scorsese dirige nel 1988, è la storia di un Gesù più umano, che si sente perseguitato dal Padre, e vorrebbe sfuggirgli. Tormentato dai dubbi, è lui l’artefice della propria storia: inizia la predicazione, entra in Gerusalemme, convince Giuda a tradirlo. Sulla croce, un istante prima di morire, riceve la visita di un angelo che lo libera: Gesù può quindi sposarsi con Maddalena e avere dei figli. Un giorno assiste per caso a una predica: è San Paolo, che sta parlando della resurrezione. Gesù tenta di difendersi, di dire che non è mai avvenuto ciò che viene detto, ma Paolo risponde che non ha importanza, che è quello che la gente vuole sentire. Infine, sul letto di morte, riceve la visita degli apostoli, che gli rivelano che tutto questo, questa parte della sua vita, è opera del demonio. Pentito, Gesù si risveglia sulla croce, potendo così spirare per la salvezza degli uomini. Il film suscitò profonde polemiche, in alcuni paesi come il Messico e il Cile fu vietato per diversi anni, nelle Filippine, a Singapore e in Sud Africa è vietato tuttora. Addirittura, durante una proiezione a Parigi, un gruppo fondamentalista cristiano attaccò il cinema con lanci di molotov, ferendo tredici persone. 
Il cattivo tenente (The bad lieutenant, 1992), di Abel Ferrara, è la storia di un poliziotto duro e corrotto, Harvey Keitel, che deve indagare sullo stupro subito da una suora all’interno di una chiesa. La suora, però, perdona i criminali, e il poliziotto non riesce a spiegarsene il motivo. Lo capirà nella scena finale, quando gli apparirà un Gesù muto, e il tenente, comprendendo il significato del perdono, deciderà di lasciare vivere i due stupratori. 
Ferrara tornerà sull’argomento nel 2005, girando in Italia il film Mary, con Juliette Binoche, Forest Whitaker e Mattew Modine. Modine è un regista/attore, in Palestina per realizzare un film sulla Passione, This is my blood. La Binoche, un’attrice francese ingaggiata per interpretare la Maddalena, decide di non partire con il resto della troupe alla fine delle riprese. Comincia così un viaggio spirituale in Terra Santa, ripercorrendo i luoghi del Vangelo. 
The Garden (1990), di Derek Jarman, è, come tutti i film del regista inglese scomparso nel 1994, un’opera a metà tra il film e la videoarte. Quando lo realizzò, Jarman sapeva già di essere malato di AIDS, e quindi di dover fronteggiare la morte molto presto. Il film non ha quasi completamente dialogo. È la storia di una giovane coppia omosessuale arrestata, umiliata, torturata e quindi uccisa. A fare da contraltare a questa vicenda, immagini dell’iconografia religiosa reinterpretate in chiave moderna: una Madonna assediata dai paparazzi, un Gesù sofferente che osserva il mondo scorrergli accanto, un Giuda utilizzato come spot pubblicitario. Il Garden del titolo è il giardino dell’Eden, che nel film è rappresentato da una località della campagna inglese, su cui domina una centrale nucleare. 
Grande successo ebbe nel 2004 The Passion, di Mel Gibson. Interamente girato in Italia (gli esterni in Basilicata, a Matera, location già usata da Pasolini per il suo Vangelo, e gli interni negli studi di Cinecittà), questa pellicola tenta di ricostruire le ultime ore di vita di Gesù, soprattutto attraverso la descrizione che ne fa una mistica tedesca vissuta nel XIX secolo, Anna Emmerich. Il regista dice di aver cercato soprattutto il realismo: ecco spiegata la scelta di far parlare i personaggi in aramaico e in latino. Ed ecco spiegata, in teoria, la massiccia dose di violenza cui il corpo di Gesù (o meglio dell’attore James Caviezel) viene sottoposto. Il film, stroncato dalla critica, scatenò feroci dibattiti, soprattutto per l’uso eccessivo di violenza e le accuse di antisemitismo mosse a Mel Gibson.

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Gesù nel cinema italiano

Dagli anni ‘80 in avanti il cinema italiano si è occupato molto della figura di Gesù, producendo pellicole con evidenti intenti didascalici, ma anche film più leggeri. Non fa parte di queste categorie L’inchiesta (1986) di Damiano Damiani, una riflessione sul potere eversivo del messaggio cristiano. Keith Carradine è Tauro, inviato da Tiberio a Gerusalemme per indagare sulla misteriosa scomparsa del corpo di un giovane falegname, Gesù. Qui Tauro si scontra contro il potere di Ponzio Pilato (Harvey Keitel), che fa di tutto per mantenere nascosta la vicenda. L’incontro con Maria Maddalena farà comprendere a Tauro ciò che veramente è successo, e lo farà scappare via dalla Palestina, terrorizzato. 
Già nel 1976 ci fu un film di grande successo, molto citato ancora oggi, Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, con Robert Powell a coprire il ruolo di Cristo. Un film per certi versi barocco, figlio di una visione cristologica assolutamente tradizionale, di cui comunque si è già detto e scritto molto. 
Nel 1993 Giovanni Veronesi dirige Per amore solo per amore, un film sulla Sacra Famiglia, dal punto di vista di Giuseppe (Diego Abatantuono). Il falegname Giuseppe si innamora di Maria, e la sposa, nonostante la differenza d’età e nonostante che la giovane sia già incinta, non si sa di chi. Film leggero nei contenuti e nella realizzazione è anche I giardini dell’Eden (1998) di Alessandro D’Alatri, che tenta di investigare gli anni dell’apprendistato di Gesù, dai dodici ai trenta. 
Forse più interessante è Jesus, un film per la televisione prodotto dalla RAI nel 1999 per la regia di Roger Young, che si avvale di un cast d’eccezione: Jeremy Sisto, Jacqueline Bisset, Armin Mueller-Stahl, Luca Zingaretti. Interessante per la scelta di “traslare” le tentazioni: il Satana che appare a Gesù, gli mostra gli orrori che il cristianesimo compirà nel suo nome:  le crociate, l’Inquisizione, la caccia alle streghe, i genocidi degli indigeni americani. Nonostante ciò, Gesù deve seguire il volere del Padre. 
Va infine citata una pellicola che, quando uscì, fece scoppiare accesissime polemiche, venne inizialmente sequestrata ma poi, con una rapida modifica alla legge sulla censura, fu proiettata, sebbene per poco tempo. Si tratta di Totò che visse due volte (1998) di Daniele Ciprì e Franco Maresco, due registi noti per le incursioni televisive di Cinico Tv. Ambientato in una Palermo apocalittica e deserta, un mondo senza donne (i ruoli femminili sono interpretati da uomini travestiti) e senza Dio, è diviso in tre episodi, all’interno dei quali viene ritratta un’umanità impegnata a soddisfare esclusivamente i bisogni primari e i propri istinti animaleschi. Del primo episodio è protagonista Paletta, lo scemo del villaggio, mosso esclusivamente da un fortissimo impulso sessuale, e che proprio per soddisfare questo impulso ruba le offerte da una edicola votiva. Nel secondo episodio Fefè va alla veglia funebre di Petrinu, di cui era amante, ma nemmeno davanti alla salma riesce a trattenersi, e ruba al morto un anello che rivende per comprare del formaggio. Infine, il terzo episodio racconta di un vecchio e burbero Messia, Totò (abbreviazione di Salvatore) che resuscita Lazzaro, e per questo viene punito e sciolto nell’acido da Don Totò, un boss della mafia. Il corpo del Messia non può quindi essere crocifisso, e al suo posto viene condannato, insieme a Paletta e a Fefè, un handicappato che poco prima aveva violentato un angelo e una statua della Madonna. È facile capire, da una trama riassunta così brevemente, cosa abbia profondamente scandalizzato. Eppure il film non è affatto leggero, ma frutto di una accorta e sofferta riflessione su una umanità senza morale.

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Scheda: Il Vangelo secondo Matteo

Il Vangelo secondo Matteo deluse le aspettative di quanti, dopo le polemiche e il processo scatenati dall’uscita de La ricotta, probabilmente si aspettavano un nuovo film scandaloso e iconoclasta. Invece la nuova opera di Pasolini, pur suscitando accesi dibattiti, piacque, soprattutto agli ambienti cattolici più progressisti, che la interpretarono nello spirito del Concilio Vaticano II, a partire dalla dedica “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”.
Nel 1972 Pasolini, dopo aver vagliato alcuni personaggi dalla forte valenza simbolica (Kerouac, Ginsberg, Evetushenko), decise di far interpretare Gesù a Enrique Irazoqui, giovane sindacalista spagnolo, in Italia per cercare rifugio dalla dittatura franchista. Doppiato da Enrico Maria Salerno, Gesù/Irazoqui è una figura assolutamente rivoluzionaria: un Cristo giovane, insicuro eppure mosso da forze superiori (le inquadrature dal basso durante i miracoli hanno proprio lo scopo di sottolineare la sua potenza, quasi involontaria), in aperto contrasto con la tradizione iconografica. Una figura carismatica, divina sì ma allo stesso tempo dotata di una umana imperfezione. 
Il film è interamente girato tra i Sassi di Matera, utilizzando un linguaggio da cinéma-vérité che affianca la scelta di spogliare il messaggio evangelico da ogni interpretazione cristiana. L’Osservatore Romano, infatti, definì il film “fedele al racconto, non all’ispirazione del Vangelo”. Dice Pasolini: “La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo.”
Ruolo importante ha la musica: Mozart, Bach, ma anche canti gospel e cori russi, a sottolineare come il sacro sia un linguaggio universale, proprio come la musica, che trascende ogni differenza di culto e tradizione.

 

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Scheda: Jesus Christ Superstar
 

Jesus Christ Superstar (1973), trasposizione cinematografica del musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, per la regia di Norman Jewison, è probabilmente l’opera rock più famosa di tutti i tempi. Narra gli ultimi giorni della vita di Gesù, attraverso la messa in scena che un gruppo di hippy ne fa, in mezzo al deserto. Non c’è alcuna ricostruzione storica (i soldati romani sono armati di mitra e nel cielo passano aerei da guerra), solo profonde interpretazioni psicologiche. È l’unica opera a narrare la Passione di Gesù, in cui però il protagonista è Giuda (tra l’altro un Giuda di colore, interpretato dal portentoso Carl Anderson). 
Dopo una ouverture in cui si vede un gruppo di attori arrivare nel deserto, il film inizia con Giuda, appollaiato su una roccia, quasi un corvo, solitario, che rimprovera Gesù di aver messo “troppo Paradiso” nelle teste degli apostoli; all’inizio era diverso, quando lo chiamavano “uomo”, ma ora “tu hai iniziato a credere alle cose che si dicono di te”. D’altra parte, i dodici sono rappresentati come poco ricettivi, rimproverano Giuda per le sue continue critiche e cantano “quando saremo vecchi, andremo in pensione e scriveremo i Vangeli, così tutti parleranno di noi”. Momento bellissimo del film è quello della notte nei Getsemani: poco prima dell’arresto, Gesù ammette di non avere il coraggio di bere l’amaro calice, di essersi spinto troppo oltre, chiede al Padre di fermare tutto: “se muoio, quale sarà la mia ricompensa?… voglio sapere perché devo morire. Lascia che mi odino, mi colpiscano, mi facciano male, mi inchiodino alla croce, ma guardami morire”, e dopo una serie di quadri sulla Passione e sulla Crocifissione: “Va bene, uccidimi, ma prendimi ora, prima che io cambi idea.” Inizialmente attaccato dal Vaticano per la lettura troppo umana di Gesù, il film venne successivamente riabilitato. Riscosse però uno straordinario successo di pubblico, e il musical di Lloyd Webber è tuttora rappresentato in tutto il mondo.
 

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Scheda: Il Codice Da Vinci
 

Costosissima pellicola hollywoodiana tratta da un best-seller di successo, Il codice Da Vinci (2006) racconta l’indagine di Robert Langdon, un professore di Harvard, e di Sophie Neveu, all’inseguimento di uno dei misteri più affascinanti dell’era cristiana: il Santo Graal, la coppa usata nell’ultima cena, nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue del Cristo morto (coppa alla quale era già stato dedicato Indiana Jones e l’ultima crociata). 
Nonostante il suo contenuto chiaramente di finzione, il film ha scatenato un dibattito globale, sia per il ritratto che emerge dell’Opus Dei, sia per i contenuti cristologici. In realtà si tratta di teorie in circolazione già da diversi anni, quelle secondo cui Maria Maddalena, incinta di Gesù, sarebbe fuggita dalla Palestina, per approdare in Francia, dove avrebbe dato origine alla discendenza del Figlio di Dio. Custode del terribile segreto è il Priorato di Sion, una società che da secoli governa i principali avvenimenti storici, con uno scopo: riportare sul trono di Francia la dinastia dei Merovingi, eredi diretti di Gesù. Tutto ciò nasce dalle misteriose scoperte che un abate, Saunière (nel film il nonno di Audrey Tatou), avrebbe fatto nel XIX secolo, ristrutturando l’altare della sua chiesa: non si sa cosa abbia scoperto, né tanto meno se abbia scoperto qualcosa, ma la leggenda vuole che, nascoste sotto l’altare fossero alcune pergamene contenenti la discendenza di Gesù. 
Di sicuro le polemiche hanno giovato al film, che ha avuto notevoli incassi e ha permesso al regista, Ron Howard, di continuare questo filone di “mystic-thriller” realizzando, nel 2009, Angeli e demoni, seguito di Il codice Da Vinci