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Novembre

Il divino come molteplice, come Uno, come Padre
di Alberto Pisci
 
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Indice

La percezione del divino

Il percorso che sta al centro delle grandi correnti spirituali dell’umanità individua un tracciato che, a partire dalla percezione del divino nella molteplicità dei fenomeni naturali, ha condotto lo spirito umano a concepire Dio in quanto Unità, per giungere quindi a individuarlo nella Sua dimensione paterna e provvidenziale.

Il tema di Dio, del rapporto tra l’Unità e la molteplicità del mondo fenomenico, è centrale nelle religioni. La letteratura hindù offre molti testi su questo tema: soprattutto le prime Upanishad e la riflessione che esse sviluppano sull’unità del Sé nella molteplicità cosmica.

Questo tema è centrale anche all’inizio dell’idea monoteista che sta alla base della civiltà occidentale a partire dalle fonti egiziane, bibliche e greche. Attribuito al re Akhenaton, il grande Inno a Aton è una preghiera al “Dio unico che non ha pari”. Successivamente alla rivelazione abramitica e mosaica, i Profeti di Israele non hanno cessato di lottare contro il culto degli idoli e di ricordare che Yawèh è il solo Dio dell’universo.

Sulla stessa scia si pone l’insegnamento cristiano della rivelazione, nel mondo, dell’unico Dio attraverso la persona di Cristo Gesù.

In una forma che è più il frutto di un ragionamento che di una rivelazione, l’idea di un Dio unico si è ugualmente sviluppata nella maggior parte delle scuole filosofiche greche, da Socrate in poi. Essa è al centro anche della riflessione del filosofo neo-platonico Plotino che cerca di mostrare nelle sue Enneadi come “di unità in unità si risale fino all’Uno Assoluto”. L’idea dell’unità di Dio nella molteplicità del mondo rimane presente nella filosofia occidentale fino alle soglie dell’Illuminismo: il filosofo Spinoza, ad esempio, nella sua Etica, considera Dio come “la Sostanza unica”.

Lo sforzo degli uomini di concepire l’unicità del divino è superato dalla riflessione sulle Sue manifestazioni: in questo senso bisogna comprendere la dottrina dei “tre corpi del Buddha” sviluppata dai Tibetani; o quella indiana dei Veda che vedono Brahman come Essere (Sat), Intelligenza (Cit), Beatitudine (Ananda); oppure ancora il mistero della Trinità cristiana (un solo Dio in tre persone) che alcuni mistici come Ildegarda di BingenMaestro Eckhart hanno tentato di spiegare a partire dalla loro esperienza spirituale.

Sia che si tratti di una rivelazione, di una esperienza o di un ragionamento filosofico, la fede nel Dio unico ha condotto, quasi sempre, all’idea di “Provvidenza” che nella tradizione ebraico-cristiana ha assunto la forma della “Paternità” divina. Si tratta di una benevola attenzione di Dio verso il mondo e verso l’uomo che Egli ama particolarmente e che cerca di condurre a Sé.

Questa idea era già presente in India in testi molto antichi, come il primo Inno del Rig-Veda dove si implora Agni, “il pastore che veglia sull’ordine del mondo”, affinché accompagni l’uomo “sulla via del Bene”. Così pure in Grecia il concetto filosofico di Provvidenza appare per la prima volta con Socrate che stabilisce una relazione diretta dell’uomo con un Dio assolutamente buono e organizzatore del mondo. L’idea della provvidenza socratica la ritroveremo successivamente nello stoicismo.

Ma è soprattutto nella tradizione biblica che è presente la convinzione della presenza Provvidente di Dio che agisce nella storia. I Salmi attribuiti al re Davide non cessano di ricordare la bontà e la misericordia di Yahwè, Dio onnipotente, invocato come “scudo e soccorso”; il fedele ebreo esclama ancora oggi nella liturgia quotidiana “Il Signore è con me, non temo nulla”. La concezione biblica del Dio della storia convergerà quindi nella visione del “Dio amore” e “Padre nostro”  che sta a fondamento della fede cristiana.

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Egizi

Il Grande inno ad Aton

Il passo che segue è tratto dall’Inno a Aton che proviene dalla tomba di Ay, capo delle guardie del re Akhenaton. L’inno, scritto sulla parete ovest della tomba, è attribuito allo stesso re. La lode piena di meraviglia di fronte all’azione vitale del Creatore ha avvicinato questo inno allo spirito di alcuni Salmi biblici, come il Salmo 104 che esalta le opere di Dio. Aton appare qui come Unità che crea la molteplicità e che provvede all’uomo.

 

(…) Quanto sono numerose le cose che hai creato,

sebbene nascoste ai nostri occhi,

o Dio unico che non ha niente di simile!

Tu hai creato l’universo secondo i tuoi desideri,

mentre vivevi solo:

uomini, eserciti, bestie selvatiche…

tutto ciò che è sulla terra e cammina con le proprie gambe…

ciò che vi è nei cieli e vola ad ali spiegate…

i paesi di montagna: Siria e Sudan

e la piana d’Egitto.

Tu hai posto ogni uomo al suo posto

e hai provveduto al suo necessario.

Ciascuno possiede da mangiare

e i suoi giorni sono contati. (…)

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Induismo

“Bisogna seguire come un’orma il Sé, l’essenza di tutte le cose” (dall’Aranyaka Upanishad)

 

L’Aranyaka Upanishad, composto tra il 900 e l’800 a.C., è considerato come il più antico dei testi Upanishad. Alla base di questi testi vi è il principio che esiste un’omologia tra il microcosmo e il macrocosmo. La coscienza di un “Io” universale (il Sé), anteriore all’io individuale è sempre presente in noi, anche se sconosciuto o dimenticato; essendo all’origine di tutto l’universo bisogna seguirlo come un’orma, al fine di poter trascendere la molteplicità delle cose e i suoi condizionamenti che impediscono la liberazione dell’anima (Atman) e il suo ricongiungimento con l’Io universale. L’Entità divina è quindi celata dietro le cose nelle quali è presente una traccia che rimanda all’Universale.

 

Lui stesso [il Sé universale] si è infiltrato nel corpo dell’universo fino all’apice delle unghie. Come il rasoio nascosto nella sua custodia (…) Egli è presente ma invisibile. Non si offre mai nella sua integralità, ma solo come soffio quando si respira, come voce quando si parla, come occhio quando si guarda, come orecchio quando si ascolta, come spirito quando si pensa. Sono solo nomi delle sue operazioni. Colui che Lo avvicina attraverso uno qualunque di questi aspetti parziali, non Lo conosce, perché Egli non si manifesta in nessuno di essi integralmente.  È in quanto Sé che bisogna avvicinarlo perché in Lui si unificano tutti i suoi aspetti. Bisogna seguirlo come un’orma questo Sé che è l’essenza di tutte le cose, perché attraverso di Lui si conosceranno tutte le cose. E così come si trova Colui che si cerca risalendo attraverso le sue orme, ogni uomo che conosce in questo modo troverà gloria e fama. (Inno X, 90, SENART E., "Brihadaranyaka-Upanishad", Paris, Ed. Les Belles Lettres, 1934)

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Ebraismo   

“Niente è come te, Signore” (Ger 10,1-11; 16; 23-25)

 

Il capitolo 10 del Libro di Geremia afferma che Yahwè, il Dio di Israele, è il solo Dio dell’universo. Questa affermazione si accompagna a una polemica contro le statue e le rappresentazioni delle altre divinità. Il nocciolo del capitolo si trova nelle esortazioni dei versetti 2 e 3 che mettono in guardia contro i culti astrali che erano popolari in Giudea durante il VI secolo a.C. Geremia denuncia in modo quasi razionalistico le divinità degli altri popoli, descrivendo i materiali di cui sono fatte le loro statue. Esse non sono di nessun aiuto e sono simili agli “spaventapasseri in un campo di angurie”… Ma la polemica di Geremia va oltre e investe ogni rappresentazione della divinità, Yahwè compreso. Dio non può essere materializzato con immagini o rappresentazioni. Questa proibizione di ogni immagine ha segnato profondamente le tre religioni monoteiste: la sua applicazione è stata soggetta a polemiche e controversie lungo tutta la storia dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islamismo. Tuttavia il capitolo termina con l’affermazione che il solo Dio dell’universo ha una relazione speciale con Israele. Proclamando l’elezione di Israele Geremia iscrive il particolare nell’universale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Ascoltate la parola che il Signore vi rivolge, casa di Israele. 2 Così dice il Signore: «Non imitate la condotta delle genti e non abbiate paura dei segni del cielo, perché le genti hanno paura di essi. 3 Poiché ciò che è il terrore dei popoli è un nulla, non è che un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora con l’ascia. 4 È ornato di argento e di oro, è fissato con chiodi e con martelli, perché non si muova. 5 Gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocòmeri, non sanno parlare, bisogna portarli, perché non camminano. Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene». 6 Non sono come te, Signore; tu sei grande e grande la potenza del tuo nome. 7 Chi non ti temerà, re delle nazioni? Questo ti conviene, poiché fra tutti i saggi delle nazioni e in tutti i loro regni nessuno è simile a te. 8 Sono allo stesso tempo stolti e testardi; vana la loro dottrina, come un legno. 9 Argento battuto e laminato portato da Tarsìs e oro di Ofir, lavoro di artista e di mano di orafo, di porpora e di scarlatto è la loro veste: tutti lavori di abili artisti. 10 Il Signore, invece, è il vero Dio, egli è Dio vivente e re eterno; al suo sdegno trema la terra, i popoli non resistono al suo furore. 11 Direte loro: «Gli dèi che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo». 16 Non è tale l’eredità di Giacobbe, perché egli ha formato ogni cosa. Israele è la tribù della sua eredità, Signore degli eserciti è il suo nome. 23 «Lo so, Signore, che l’uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi. 24 Correggimi, Signore, ma con giusta misura, non secondo la tua ira, per non farmi vacillare». 25 Riversa la tua collera sui popoli che non ti conoscono e sulle stirpi che non invocano il tuo nome, poiché hanno divorato Giacobbe l’hanno divorato e consumato, e hanno distrutto la sua dimora.

 

“L’occhio del Signore veglia su chi lo teme” (Salmo 32)

  Il Salmo 32 è stato probabilmente inserito tardi nel Salterio ed è fatto risalire intorno al terzo secolo a.C. Vi si elabora una riflessione teologica sulla forza della Parola di Dio e della Sua Provvidenza: l’idea sapienziale dell’ordine del mondo che implica una visione positiva dell’universo e una fiducia nella Provvidenza divina. La lode è rivolta alla Parola creatrice di Dio e si esorta al timore di Yahwè. Non si tratta di un semplice sentimento di paura ma di reverenza richiesta all’uomo di fronte all’ordine dell’universo così come è stato voluto da Dio. Nonostante l’allusione all’elezione di Israele, il salmo è universalistico: nessuno sfugge all’occhio di Dio e tutti gli esseri dipendono da lui, ma tale attenzione costante è compresa non come una sorveglianza implacabile, ma come un segno del Suo amore (in ebraico “Hesed”) per coloro che lo temono. Essere sotto l’occhio di Yahwè significa quindi trovarsi al fianco della vita ed essere preservati dalle forze di morte.

 1 Esultate, giusti, nel Signore; ai retti si addice la lode. 2 Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate. 3 Cantate al Signore un canto nuovo, suonate la cetra con arte e acclamate. 4 Poiché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. 5 Egli ama il diritto e la giustizia, della sua grazia è piena la terra. 6 Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera. 7 Come in un otre raccoglie le acque del mare, chiude in riserve gli abissi. 8 Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo, 9 perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste. 10 Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. 11 Ma il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni. 12 Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede. 13 Il Signore guarda dal cielo, egli vede tutti gli uomini. 14 Dal luogo della sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, 15 lui che, solo, ha plasmato il loro cuore e comprende tutte le loro opere. 16 Il re non si salva per un forte esercito né il prode per il suo grande vigore. 17 Il cavallo non giova per la vittoria, con tutta la sua forza non potrà salvare. 18 Ecco, l’occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia, 19 per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame. 20 L’anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. 21 In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. 22 Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo.

 

“Il Signore è con me non temo nulla” (Adon Olam, liturgia ebraica quotidiana)

  L’inno seguente è chiamato Adon Olam, “Maestro del mondo”, dalle parole iniziali e fa parte della liturgia quotidiana ebraica sia sefardita che askenazita. Il suo autore è anonimo, sebbene passi per opera del grande poeta spagnolo Salomon Ibn Gabirol (XII secolo d.C.). In questo inno si esalta l’unità divina che non si lascia comparare con nessuna altra cosa e che preesiste a tutto il creato. E’ un Dio al quale ci si può avvicinare nel momento del dolore. Al momento di dormire e del risveglio l’essere umano si abbandona a Lui, nella speranza di risvegliarsi anche nel giorno della risurrezione.

Maestro del mondo che regnò prima che l’esistente fosse creato,

al momento fissato, secondo la Sua volontà, tutto fu realizzato.

Allora Egli fu proclamato Re, e quando tutto sarà annientato,

Lui solo, terribile, regnerà.

Lui fu, Lui è, Lui sarà nella sua bellezza.

Egli è Unico, e nulla può essergli comparato o associato.

Senza inizio e senza fine, a Lui la forza e la potenza.

Egli è il mio Dio, il Vivente e il mio Redentore.

Roccia della mia sofferenza, al tempo dell’afflizione,

Egli è la mia bandiera e il mio rifugio,

un Calice che mi protegge quando Lo invoco.

Gli affido il mio spirito, quando mi addormento e quando mi sveglio,

con il mio spirito e con il mio corpo.

Il Signore è con me, non temo nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cristianesimo

“Perché vi affannate” (Mt 6,25-34)

 

Il primo dei cinque grandi discorsi di Gesù nel Vangelo di Matteo (capitoli 5, 6, 7) è tradizionalmente chiamato “Discorso della Montagna”. Per redigere questo discorso, intorno agli 80 della nostra era, l’autore ha attinto a una fonte comune a quella dell’evangelista Luca, una fonte in greco degli anni 60 che presentava solo, o quasi, parole di Gesù. Più esteso del testo di Luca, il testo di Matteo ha segnato più nettamente la tradizione cristiana. Visto il parallelo stabilito dallo stesso Matteo tra Gesù e Mosè all’inizio del suo vangelo, possiamo comprendere il Discorso della Montagna come la Toràh degli ultimi tempi, interpretata da Gesù.

I discepoli sono invitati a liberarsi dagli affanni e ad affidarsi alla Provvidenza divina. Il credente deve fare affidamento in Colui che dona il necessario per vivere e non deve affannarsi per il nutrimento e per il vestiario. Ma non è tutto: la sua preoccupazione fondamentale, la ricerca del “Regno di Dio” indica il valore supremo per il quale il discepolo deve riservare i suoi sforzi.

 

25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?   26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un`ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l`erba del campo, che oggi c`è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

 

 

 

“Noi siamo amati nel Figlio dal Padre, con l’Amore che è lo Spirito Santo” (Sermone 75)

 

In questo sermone di Maestro Eckhart, mistico e teologo cristiano vissuto in Germania nel XIII secolo, si presenta la dimensione trinitaria dell’unico Dio cristiano: si afferma che “Dio Padre ha eternamente generato il suo unico Figlio e che lo genera adesso e per l’eternità”. Si tratta di una efficace sintesi teologica che introduce il celebre tema della nascita di Dio nell’anima: Eckhart esorta all’introduzione nella vita trinitaria, grazie al “Figlio che ha eternamente brillato nel cuore del Padre” e che viene a noi. Egli sottolinea che la vita trinitaria potrebbe rimanerci estranea se non fosse attualizzata: “A cosa mi servirebbe che il Padre genera suo Figlio se anch’io non lo generassi in me?”. Al di là di qualche eccesso, Eckhart non arriva mai al panteismo, ma a suo modo parla dell’Incarnazione continua, della sua attualità nella divinizzazione dell’essere umano, che è di fatto un tema caro a san Paolo. Maestro Eckhart non dimentica di sottolineare il ruolo dello Spirito Santo che è l’artigiano stesso di questa divinizzazione e che realizza l’unità.

 

Noi dobbiamo imparare come Dio ha eternamente generato suo Figlio unico e continua a generarlo per l’eternità (…). Egli pone tutta la sua Grazia nel Figlio, e non ama che il Figlio e tutto ciò che trova in Lui; perché il Figlio è una luce che ha eternamente brillato nel cuore paterno. Per giungervi bisogna che noi risaliamo dalla luce naturale nella luce della Grazia e che in essa noi cresciamo verso la Luce che è il Figlio stesso. Lì noi siamo amati nel Figlio dal Padre, con l’amore che è lo Spirito Santo. (…) A volte penso alle parole che l’angelo rivolse a Maria: “Ti saluto, piena di Grazia!”. A cosa mi servirebbe che Maria fosse piena di Grazia se anch’io non fossi riempito di Grazia? E a cosa mi servirebbe che il Padre generi il Figlio se non lo generassi anch’io? Perché Dio genera suo Figlio in un’anima perfetta ed Egli lo genera affinché ogni anima continui a farlo nascere in ogni opera (…). Così dobbiamo essere uniti  attraverso l’amore dello Spirito Santo nel Figlio, e attraverso il Figlio conoscere il Padre, e amarci in Lui e Lui in noi con il loro reciproco amore.

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Buddismo

I tre corpi del Buddha (Kalu Rinpoche, La via del Buddha)

 

L’autore del testo seguente è uno dei più grandi maestri contemporanei del buddismo tibetano, Kalu Rinpoche, fondatore in Europa di oltre 70 centri di pratica e studio del buddismo. La nozione dei tre corpi distinti del Buddha appare già nel canone pali del Theravada (Piccolo Veicolo) del I secolo a.C. ma fu sviluppata solo nel Mahayana (Grande Veicolo) per acquisire la massima importanza nel Vajrayana (Veicolo di Diamante) del buddismo tantrico tibetano. I tre corpi del Buddha (Trikaya) non sono tre entità, ma tre manifestazioni del Risveglio che, in sostanza, è uno solo. Per questo motivo si è avvicinato il concetto di Trikaya a quello della Trinità cristiana. Il primo corpo è il “dharmakaya”, la vera natura del Buddha, la Vacuità dell’universo: è nello stesso tempo Sapienza suprema e perfetta compassione. Da questo corpo provengono i due corpi formali: – il “sambhogakaya”, corpo di godimento e felicità; – il “nirmanakaya”, il corpo della apparizione e manifestazione dei vari Buddha che, attraverso la compassione, vengono in questo mondo per portare aiuto agli altri esseri. Così come aveva fatto il Buddha storico, il Shakyamuni, che prese forma umana per insegnare agli uomini la Via della liberazione. Dalla nozione di “nirmanakaya” è derivata quella di “tulku”, il corpo di trasformazione, proprio del buddismo tibetano. Un “tulku” non è la reincarnazione di una persona (contrario alla dottrina buddista) ma della saggezza e della compassione di un Bodhisattva, colui che ha fatto il voto di ritornare in questo mondo per guidare gli esseri sulla Via della liberazione. I Dalai Lama sono “tulku” e preferiscono parlare dei loro predecessori piuttosto che delle loro incarnazioni precedenti.

 

Per il raggiungimento dello stato di Buddha, il risveglio si produce su tre piani per i quali ci si riferisce come ai tre corpi del Buddha. Sono il corpo assoluto o dharmayana, il corpo dell’esperienza perfetta, o sambhogakaya, e il corpo di emanazione, o nirmanakaya. C’è corrispondenza tra questi tre piani e tre piani dell’esperienza ordinaria: lo spirito risvegliato, la parola purificata, il corpo puro. (…) Il primo corpo è ottenuto da un Buddha “per il suo bene proprio”; gli altri due corpi si manifestano per il bene degli esseri. Il dharmanakaya si rivela quando il velo “che ricopre ciò che si deve conoscere” si è dissolto. Il “sambhogakaya” quando il velo delle passioni è dissolto. Il “nirmanakaya” quando il velo del karma è stato purificato.

(…) Il nirmanakaya è il corpo attraverso il quale un Buddha si manifesta nel mondo abituale.

 

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SPUNTI OPERATIVI

1. Diverse tradizioni testimoniano l’azione paterna e provvidente di Dio. Esamina nei testi proposti gli elementi comuni e individua in cosa consiste la peculiarità della concezione cristiana.

2. Sai spiegarti perché nelle tradizioni in cui la divinità si confonde con la molteplicità l’idea di Provvidenza è meno evidente? 3. Fai una ricerca sulla concezione di Dio che ha il filosofo Spinoza e mettilo in relazione con le concezioni religiose qui presentate.