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La rappresentazione del paradiso

Dalla scala di Giacobbe alla Gerusalemme celeste
di Enrico Badellino |
 

Dalla scala di Giacobbe alla Gerusalemme celeste

La parola paradiso deriva dal latino paradisus, a sua volta derivato dal greco paràdeisos che significa «giardino, parco», voce di origine iranica (pairidaeza, «recinto circolare») passata anche, con analogo significato, nell’ebraico pardes. Pairidaeza, infine, non è che l’occidentalizzazione dell’originario sanscrito paradesha, «paese supremo». Dunque, nella sua accezione più ampia, paradiso si riferisce a un «luogo», o meglio a una «condizione» felice, in cui i giusti godranno, dopo la morte, di una vita eterna e beata.

Se il Paradiso cristiano allude, più che a un luogo, all’incontro beatificante con Dio, in altre religioni, come quella islamica, la visione di Dio si accompagna a una concezione del paradiso come vero e proprio giardino dell’Eden. Per contro, nelle religioni dell’India la nozione di paradiso è relativamente rara e comunque non decisiva, in quanto il destino ultimo è la dissoluzione dell’individualità nell’armonia universale.