Apocalisse e apocalittica
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Che cosa è l’Apocalisse? Un libro, difficile e poco conosciuto
La data di composizione sarebbe il 94-96; l’autore dichiara di aver ricevuto la visione mentre si trovava nell’isola di Patmos «a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù» (1,9) e questa dichiarazione viene interpretata nel senso che Giovanni fosse stato relegato là dai persecutori in quanto cristiano. Si identifica dunque questa persecuzione con quella di Domiziano, che regnò fino al 96 (nello stesso anno sarebbe stata composta la Lettera ai Corinzi di Clemente Romano, che accenna pure a una persecuzione in atto e ne conosce una più antica, quella in cui sarebbero morti martiri Pietro e Paolo, dunque quella di Nerone). Ireneo di Lione, che attribuiva lo scritto all’apostolo Giovanni, indica appunto come data di composizione il 96 o poco prima: «La visione [dell’Apocalisse] ha avuto luogo non molto tempo fa, quasi nella nostra generazione, verso la fine del regno di Domiziano»1. L’espressione “quasi nella nostra generazione” (sub nostro saeculo) male s’adatta a Ireneo, che scriveva 90 anni dopo Domiziano; risulta invece precisa se la si considera come una citazione attinta da una fonte più antica, verosimilmente Papia di Gerapoli, che scriveva intorno al 130, al quale spesso Ireneo si rifà nel suo scritto. Eusebio di Cesarea richiamando il passo di Ireneo specifica anche l’anno, il quattordicesimo di Domiziano, ovvero il 94-952, e così Girolamo3. Nondimeno, sappiamo da altri autori meno importanti che esisteva una tradizione secondaria secondo cui la visione dell’Apocalisse avvenne non sotto Domiziano, ma prima o dopo; così Epifanio di Salamina4 (regno di Claudio, 41-54), Teofilatte5 (Traiano, 98-117) i titoli delle due versioni siriache dell’Apocalisse e Tertulliano6 (Nerone, 54-68). Tra i commentatori moderni, M. E. Boismard ha ipotizzato l’esistenza di una duplice recensione del testo dell’Apocalisse, la prima redatta sotto Nerone, la seconda sotto Domiziano; intorno al 96 il testo sarebbe stato edito in forma definitiva, con la fusione delle due parti7. La proposta, però, è stata ritenuta poco probabile, in quanto solleva diverse difficoltà. Recentemente, sulla base di considerazioni interne, si è proposto anche il 698.
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1 Adversus Haereses V,30,3.
2 Historia Ecclesiastica III,18,1.
3 De Viris Illustribus 9.
4 Adversus Haereses LI,12,32.
5 In Matthaeum 20,22.
6 Scorpiace 15.
7 L’Apocalypse ou les Apocalypses de saint Jean, in «Revue Biblique» LVI (1949) pp. 507-541.
8 Cfr. T. B. Slater, Dating the Apocalypse to John, in Biblical Studies on the Web.
(Da Christianismus.it, Studi sul cristianesimo)
Apocalisse: il libro della Rivelazione
In collaborazione con il Centro Interfacoltà e Interdipartimentale di Scienze Religiose e con il patrocinio del Dipartimento di Storia dell’Università di Torino
L’Apocalisse affonda profonde radici nella tradizione veterotestamentaria, soprattutto nella corrente profetica inaugurata dal profeta Daniele che va sotto il nome di apocalittica. Arcari chiedendosi in che modo l’Apocalisse di Giovanni sia apocalittica, ha illustrato il lungo dibattito che ha visto impegnati autorevoli studiosi riguardo ai generi veterotestamentari (sapienziali e/o profetici) che hanno influenzato il testo del veggente di Patmos.
L’autore dell’Apocalisse, dice Tripaldi, contempla una comunità di ebrei e non, guidati da profeti e apostoli, più che da vescovi e presbiteri, in un’area geografica in cui la radicazione dei seguaci di Gesù aveva preso piede prima della predicazione di Paolo.
Norelli, tra i primi ad utilizzare l’Apocalisse di Giovanni come testo storico, ossia come fonte per lo studio delle dinamiche delle comunità del primo cristianesimo, ha ampiamente trattato la ricezione di questo testo negli autori cristiani del II secolo. Il dato saliente che emerge è il cambio di prospettiva nei confronti dell’impero romano: mentre nel testo del veggente di Patmos un linguaggio forte e deciso descrive Roma come diabolica in sé, riscontriamo in Giustino toni marcatamente più moderati. Ancor di più, Melitone, vescovo di Sardi, rivolgendosi a Marco Aurelio, è il primo a celebrare come provvidenziale il sincronismo tra la nascita del cristianesimo e quella dell’impero inaugurando la cosiddetta teologia della storia. Tra i numerosi esempi esposti, anche Ireneo di Lione può essere annoverato tra gli autori che evitano la contrapposizione diretta tra l’Impero romano e il Messia.
La lettura dell’Apocalisse che neutralizza la violenza del potere politico dell’Impero supera la forza politicamente sovversiva propria dello stesso testo e i primi autori cristiani che la utilizzarono ne depotenziarono la forza, arrivando quasi a snaturarlo.
(Da Torino Spiritualità – LUCA ARCARI, ENRICO NORELLI, DANIELE TRIPALDI, Il Libro della Rivelazione)
Con apocalittica si intende un genere letterario che fa dichiarazioni religiose sul futuro, che concernono il destino del singolo e del mondo (il termine deriva dal greco apokalypto, che significa tolgo il velo, manifesto cose nascoste, svelo). Le dichiarazioni apocalittiche, hanno per oggetto un futuro che in Dio è già realizzato e determinato nei suoi particolari e che si avvererà per mezzo della sapienza infallibile di Dio. Il messaggio apocalittico, per lo più simbolico e allegoricizzante da rendersi comprensibile solo agli iniziati, si rivolge ai credenti soprattutto quando sono messi alla prova o perseguitati. L’apocalittica entra dunque nei dettagli, a differenza dell’escatologia e nei suoi enunciati si richiede un’attesa ferma di ciò che sicuramente accadrà. Il genere letterario apocalittico nasce al tempo dei Maccabei, verso il II secolo a.C, con il Libro di Daniele e il Libro di Enoch. Le Apocalissi ebraiche, come quelle cristiane (non soltanto dunque l’Apocalisse di Giovanni entrata a buon diritto nel canone neotestamentario, ma anche le Apocalissi apocrife), sono caratterizzate da un linguaggio esoterico, dal simbolismo, la mistica dei numeri e altri artifici letterari che li rendono non sempre comprensibili o meglio non a tutti comprensibili. L’apocalittica sfocia spesso in una decantazione del tempo congiunta con la previsione a breve termine di una fine tragica della storia e dell’impossibilità o possibilità di salvezza concessa in extremis a certe condizioni e in nome di una conversione radicale. L’apocalittica non permette più alternative e la sua forza sta nel creare una tensione che tende a scaricarsi sul domani in maniera totale e senza pentimento. La periodizzazione serrata ha come sua funzione la fine del tempo e il determinismo degli eventi futuri. Tra le forme più recenti dell’apocalittica, verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, soffiarono venti apocalittici in varie parti del mondo, che prevedevano la venuta di una specie di redenzione in una dimensione religioso-millenaristica che incanalava desideri di libertà, riscatto sociale, benessere, redenzione. Tra questi si ricordano i movimenti dei nativi della Ghost Dance e il Peyotismo degli indiani del Nord America che tra il 1870 e il 1890 furono formati da tribù delle praterie del Nord America, nel nome di un’attesa di una situazione di benessere rinnovato; i movimenti furono percorsi da ondate di entusiasmo, fatte di danze e stati di trance. Il ritorno dei morti era dato per imminente come l’annientamento dei bianchi.
Ai giorni nostri la New Age rappresenta una forma apocalittica che è una forma di contro-apocalisse perché non è legata a eventi traumatici ma è frutto di una espansione e maturazione dello Spirito. La New Age vede il sorgere di una coscienza nuova, più grande, più matura e più universale capace di “ripulire” questo mondo. L’apocalittica della New Age è tutta rivolta all’interno dell’uomo ed è un appello alla sua coscienza: il processo che rende Dio immanente recupera un concetto unitario di storia ed evoluzione in cui non vi è più spazio per lotte e nemici da combattere.
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