Da ‘Torino Spiritualità’ – GENESI E APOCALISSE (Enzo Bianchi)

<< Torna all’indice
<< Inaugurazione

 

29 Settembre 2011 – 18.00 – Chiesa di San Filippo Neri
Inaugurazione VII edizione di Torino Spiritualità

GENESI E APOCALISSE
Enzo Bianchi

letture di Lucilla Giagnoni

Enzo Bianchi ha inaugurato la settima edizione di Torino Spiritualità con il commento sull’Apocalisse di Giovanni, accompagnato dalla recitazione di Lucilla Giagnoni. Il tema rappresenta un aspetto importante sia all’interno della tradizione cristiana sia per ciò che riguarda l’intima dimensione della fine, comune ad ogni uomo e alla sua spiritualità. L’Apocalittica, ci ricorda Bianchi, definisce una letteratura che non si può considerare né narrazione storica né un discorso teologico ma si nutre di significati simbolici, spesso non facilmente comprensibili al comune lettore. Il linguaggio apocalittico è riservato a coloro che posseggono una padronanza dei contenuti dell’Antico Testamento e dunque, in qualità di “iniziati”, estraggono il significato dei simboli dalle ricorrenze della tradizione. Il genere letterario dell’Apocalisse appartiene infatti alla letteratura giudaica, oltre che alla scrittura sacra in genere. In particolare, l’Apocalisse cristiana coincide con la rivelazione di un cambiamento tanto drammatico quanto salvifico per la storia dell’umanità. L’ordine celeste s’innesta in quello terrestre per manifestare il compimento dei tempi. Un “evento di linguaggio”, sottolinea Bianchi, che procede per visioni, le quali, a differenza delle apparizioni, tentano di immaginare l’indicibile. La rivelazione svela il senso ultimo delle cose. Tale forma di conoscenza non rappresenta tuttavia una pratica divinatoria capace di presagire il futuro; essa favorisce, piuttosto, una visione personale di un riscatto: un sovvertimento del presente. A conferma di ciò, il periodo in cui fu scritto il testo dell’Apocalisse, fine del primo secolo, segna un momento di forte transizione per i primi cristiani, le cui pratiche erano considerate “sospette”, in quanto poco affini al culto divino dell’imperatore romano. La condizione di precario riconoscimento implica la volontà di affrancarsi dalla storia attraverso l’imminente giudizio divino che segnerà la linea di confine tra la “bestia” e l’umano, il potere e la persona, la propaganda e la verità. Tutto appare contenuto nel segreto dell’interpretazione: i sette sigilli dimostrano la netta chiusura del significato agli occhi di uno sguardo superficiale. L’agnello sgozzato è l’unico che può far capire il senso della storia dell’uomo. Simboli cristologici che, legandosi alla letteratura dell’Antico Testamento, descrivono dannazione e salvezza secondo forme e gesti interamente umani, per non dire sensibilmente vicini. Il libro sacro ha un sapore dolce al palato ma sgradevole nelle viscere. Tale immagine dimostra il dramma della fine del tempo ordinario che si disperde in base alla “tangibilità” della storia, contemporanea all’autore del testo. Allo stesso modo, conferma Bianchi, “quello che sarà deciso nel giudizio lo decidiamo oggi”: l’attualità delle questioni ultime, bensì venga compromessa dal linguaggio ostico della rivelazione, non coincide con la cronaca visionaria della fine. Essa esercita tuttavia un’influenza sulla coscienza che si pone la domanda sul presente per delinearne i possibili programmi di rinnovamento. Tale assunto interviene a determinare l’importanza della condivisione di una giustizia comune che, al di là della fede, identifica nell’individuo sociale un principio indissolubile di responsabilità e partecipazione alla storia. Francesco Crudo, Marina Guerrisi, Maria Bombardieri

 

Tra divino e umano: profeti di tutti i tempi>>