Da ‘Torino Spiritualità’ – QUATTRO VOCI PER LA GENESI
<< Torna all’indice
<< Un futuro per l’oggi
1 Ottobre 2011 - ore 10.00-17.30
Cavallerizza Reale - Maneggio
CICLO “QUATTRO VOCI PER LA GENESI”
Gustavo Zagrebelsky, Duccio Demetrio, Maurizio Maggiani, Salvatore Natoli
Quattro autorevoli studiosi si confrontano con uno dei testi più conosciuti della Bibbia: la Genesi diviene attraverso la pluralità delle loro voci spunto di interpretazione della contemporaneità e chiave di lettura di quella misteriosa relazione io-tu che si instaura tra l’uomo e l’Enigma.
Il professor Duccio Demetrio propone un’ermeneutica ‘laica’ delle vicende della Genesi, applicandole all’esperienza personale dell’uomo contemporaneo e alle sue quotidiane apocalissi.
In Gen 3,9, Dio passeggia nel giardino alla brezza del giorno e garbatamente, quasi come un padre che sa, dice “Adamo dove sei?”. La domanda è retorica perché il peccato-apocalisse è già avvenuto. Dio non inveisce come, invece, farà con Giobbe: il Dio personale del libro della Genesi fonda una relazione indissolubile con l’uomo che si romperà quando Dio si stancherà di questi e manderà il diluvio, pur continuando, anche in questo caso, a dialogare con Noè. Adamà, in ebraico, vuol dire terra: lavorare la terra significa lavorare sul corpo, sul proprio corpo. Adamo è come se fosse obbligato a lavorare su di sé: questo è messaggio importante relativamente all’idea dell’origine dell’interiorità, intesa come occasione della coscienza. La domanda “Adamo dove sei?” fa germinare la coscienza. In particolare Adamo rappresenta un modello per decodificare la condizione umana di tutti i tempi. Nella dimensione relazionale e dinamica del suo dialogo con Dio e nella sua condizione tragica e decaduta, ma anche consapevole e autocosciente, Adamo può divenire lo stimolo per una riflessione e un lavoro di sviluppo di sé e della propria interiorità. Adamo rappresenta l’uomo che sbaglia, attraversato dal senso di tragicità conseguente alla caduta.
In seguito al peccato si compie una frattura: si sviluppa un’amartologia, una continua tensione tra peccato e misericordia, tra promessa e redenzione. Adamo nasce dalla terra che è il luogo della generazione, della forza, della vita, ma anche della consunzione, della debolezza, della morte. La stirpe umana non nasce nel quadro della benedizione, ma sotto il segno della corruzione. Con il peccato il genere umano scopre la morte, diventa consapevole della propria finitezza: “Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”. Il lavoro, nella Bibbia, è dapprima inteso come “capacità dell’uomo di liberare la bontà presente nelle cose”, poi, in seguito al peccato, assume un altro senso: non più apprezzamento della “bontà del Bene” ma brama di possederla. Il professor Natoli, richiamandosi alla radice ebraica di “lavoro” (che significa “mandare qualcuno a fare qualcosa”) immagina una società in cui tutti possano fare ciò per cui siamo fatti, in modo da poter essere felici: ciò vuol dire che nel lavoro disimpegniamo un servizio e troveremo “soddisfazione” perché quel mestiere diviene un bene per qualcun altro.
Lo scrittore Maurizio Maggiani, invece, si è soffermato sulle figure di Caino ed Abele, interpretando il fratricidio come necessario per il divenire dell’umanità e della Storia. La Storia che l’umanità scrive deriva da quell’assassinio, la Redenzione, dunque, dipenderà dalla capacità di trasformare l’elemento “cainesco” in fecondità. “Dio richiede all’uomo di essere altro sé, sono millenni che lo fa, e se continua è perché sa che l’uomo prima o poi risponderà di sì”.
Il professore Zagrebelsky ha, poi, preso in esame nel suo intervento i miti della genesi d’origine greca, islamica e cristiana. Il mito biblico della torre di Babele, presente in Gen. 11 e nel Libro dei Giubilei (testo entrato nel canone cristiano copto), spiega l’origine delle nazioni, del loro linguaggio, oltre che della città di Babilonia. L’unità della lingua, l’uniformità culturale, successiva alla pluralità linguistica post-diluviana, appaiono come i presupposti per la capacità progettuale potenzialmente illimitata dell’uomo e Gustavo Zagrebelsky si domanda se la virtuale onnipotenza dell’uomo, punita nei miti citati, sia una virtù o una perversione del carattere umano. Perché, piuttosto, non interpretare l’intervento divino come la correzione del peggiore difetto umano, ossia quello di soccombere sotto la propria potenza, come nel caso dei totalitarismi politici? L’intervento di Dio, dunque, deve essere inteso come un dono prezioso: occasione propizia per spezzare la potenza autoritaria del Monos, dell’unica lingua parlata a Babele – dove non trova spazio né l’alterità, né l’alternativa ma solo l’efficienza – offrendo esistenza alla pluralità, unico dispositivo di disinnesco alla blasfema auto-affermazione umana.
In questo pullulare di racconti e immagini susseguitesi durante gli incontri, è stato quasi impossibile non pensare a “Il blasfemo” di De Andrè. “Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male. Quando vide che l’uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita per paura che ormai non avesse padroni lo fermò con la morte, inventò le stagioni”.
Quante sfaccettature diverse e quanti significati versatili può assumere un testo come la Genesi?
Ilaria Biano, Maria Bombardieri, Federica Candido, Lara Cuocina, Beatrice Nuti, Paolo Pascucci, Valentina Savelli
Essere goccia e corrente>>
