Da ‘Torino Spiritualità’ – Tra divino e umano: profeti di tutti i tempi

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30 settembre 2011 – ore 10.00 –
Biblioteca di Scienze Religiose Erik Peterson

TRA DIVINO E UMANO: PROFETI DI TUTTI I TEMPI

a cura di Enrico Comba, Claudio Gianotto, Corrado Martone, Alberto Pelissero, Roberto Tottoli

“In Fine. Vivere sul limite dei tempi”. Il tema della settima edizione di Torino Spiritualità chiama in causa in modo dirompente la tematica della Profezia. Tale evocazione sembra avere la medesima intensità dei versetti Ap. 14, 2 “Udii una voce dal cielo simile a un fragore di grandi acque e al rumore di un forte tuono; e la voce che udii era come il suono prodotto dal suono di arpisti che suonano le loro arpe”. Ecco lo sfondo su cui declinare le interessanti riflessioni emerse dall’incontro dal titolo Tra divino e umano: Profeti di tutti i tempi.
Gli interventi si sono susseguiti accompagnando l’uditorio in un viaggio attraverso molteplici tempi e luoghi, come stiamo per scoprire.
Ma prima di entrare nel merito delle alterità culturali prese in esame, soffermiamoci brevemente sull’etimologia della parola. “Profezia” deriva dal greco pro-phemi che significa letteralmente “dire prima” e il termine assume sfumature differenti nei contesti proposti. Dall’incontro sono emerse tre differenti concezioni della profezia: nelle tradizioni abramitiche riscontriamo un medesimo nucleo di profeti che dall’Ebraismo, attraverso il Cristianesimo, giunge all’Islam. All’interno di questa visione, il profeta è un uomo che viene scelto e legittimato da Dio per veicolare un messaggio divino nel mondo e richiamare all’attenzione l’umanità. Una caratteristica della profezia è risultata il manifestarsi nella storia in momenti critici, questo aspetto costituisce una costante trasversale nelle diverse tradizioni.
Il termine con cui la figura del profeta ricorre maggiormente nella Bibbia è navi. Il navi è strumento attraverso cui Dio parla all’umanità. In particolare, in base alle sollecitazioni del pubblico, il professor Martone si è soffermato su Mosè, il quale non solo è veicolo della Parola di Dio ma anche apportatore di una Legge. Nell’excursus della storia d’Israele proposto all’uditorio gli aspetti escatologici presenti propri della profezia vengono sempre più arginati a partire dalla costruzione del Secondo Tempio, in seguito all’istituzionalizzazione della dimensione sacerdotale. La Profezia diviene così codice di lettura del passato per dare senso alla storia.
Nel Cristianesimo la concezione della profezia è inizialmente erede dell’Ebraismo classico. Gesù dapprima si caratterizza come profeta veterotestamentario: infatti col Battesimo riceve una sorta di investitura profetica; inoltre l’azione taumaturgica sancisce la veridicità dell’annuncio divino secondo il modello di Elia e di Eliseo. Un ulteriore elemento che sigilla la profeticità di Gesù è l’“Annuncio del Regno”, tema profetico classico in cui viene enfatizzata la dimensione escatologica apocalittica. Se, come abbiamo visto, Gesù si connota come profeta biblico è anche vero che questi è apportatore di radicali novità che modificano il ruolo classico del profeta. Gesù parla in prima persona, non è più mediatore del messaggio di Dio ma fonte della profezia, autolegittimandosi con l’espressione “in verità, in verità vi dico”, grazie al rapporto di intimità privilegiato con Dio. In questa nuova fase l’accento non è più messo sulle problematiche escatologiche ma l’azione profetica diviene realizzazione del piano divino nella Storia.
Nell’Islam la profezia diventa centrale: Muhammad si pone come il “Sigillo della Profezia”. Nel Corano ricorrono due termini quasi come sinonimi che si riferiscono al Profeta: nabi e rasul. Tuttavia la critica ha distinto le due figure: il nabi è colui che veicola il messaggio di Dio, il rasul (dalla radice araba \RSL\ che significa inviare) è l’Inviato, apportatore di una nuova Legge. Il professor Tottoli evidenzia come nel corso dei secoli l’Islam Sunnita (maggioritario) abbia arginato ulteriori letture profetiche, attribuendo agli ‘ulama la possibilità di interpretare la Profezia. Tuttavia nell’Islam Sciita gli aspetti messianici sono ancora viventi nell’attesa del mahdi.
Tale accezione di “profezia” e “profeta” non esiste, invece, nelle realtà amerindiane prima dell’Ottocento, quando la figura carismatica, convenzionalmente assimilata allo sciamano, si carica di valenze profetiche per affrontare la crisi scaturita dal confronto con l’Occidente e propiziare il nuovo ciclo cosmico.
Quest’affascinante viaggio ci ha anche condotto nel sub-continente indiano laddove è possibile utilizzare la categoria di “profezia” con ampie sfumature. Per estensione, intendiamo per profezia “tecniche divinatorie” che traggono origine da conoscenze yogiche. Il professor Pelissero ha messo in luce come in base al rapporto macrocosmo-microcosmo il corpo diventa strumento per influenzare il corso degli eventi: sommo veicolo è il respiro. Infatti, in una particolare categoria di scritti induista (manuali di divinazione) è possibile prevedere l’esito di un evento, attraverso il controllo del respiro, e, se nefasto, modificarlo.

Maria Rizzuto, Federica Candido

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