Economia e religione: dono e religione cattolica: la reciprocità come virtù

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L’essere umano si scopre nel rapporto interpersonale e dunque il suo bisogno fondamentale è quello di reciprocità. Ma cosa genera e alimenta la reciprocità? Due sono le fonti principali: il dono gratuito e lo scambio di equivalenti, cioè il contratto. Nella reciprocità che nasce dal dono, l’apertura all’altro – un’apertura che può assumere le forme più varie, dall’aiuto materiale a quello spirituale – determina una modificazione dell’io che, nel suo rientro verso la propria interiorità, si trova più ricco per l’incontro avvenuto. Non così invece nella reciprocità che nasce dal contratto, il cui principio fondativo è piuttosto la perfetta simmetria tra ciò che si dà e ciò che si può pretendere di ottenere un cambio. Tanto è vero che è a causa di tale proprietà che la forza della legge può sempre intervenire per dare esecutorietà alle obbligazioni nate per via contrattuale. La differenza tra dono gratuito e scambio di equivalenti sta proprio nell’assenza del contratto, cioè nell’assenza di garanzia a favore di chi attiva l’atto donativo. È questa assenza che, presupponendo un’apertura di credito verso l’altro, è capace di generare legami di fiducia tra le persone. Ebbene, l’identità propria del volontariato è nel dono gratuito che genera reciprocità. L’uscita dell’io verso un tu di cui sempre si ha bisogno è allora ciò che definisce la gratuità dell’azione volontaria. Infatti, se contrariamente alla concezione individualistica, oggi dominante nella nostra cultura, costruisco la mia identità in relazione con l’altro, allora il mio io si produce solo attraverso un processo di relazione con l’altro. Non riesco a definirmi se non sentendomi responsabile nei confronti del diverso da me. In questo senso, ho sempre bisogno dell’altro. Come suggerisce Vigna (2002), donare gratuitamente a un altro è sempre donare se stessi ad altri, quale che sia l’oggetto che si dona. Perché è importante questa definizione di dono gratuito? Perché come la scuola francese del MAUSS ha chiarito a tutto tondo, c’è una concezione del dono tipica della premodernità, che però continua ancora oggi a sussistere, secondo cui il dono andrebbe ricondotto sempre a una soggiacente struttura di scambio. È questa la concezione del dono come munus, come strumento per impegnare l’altro, fino ad asservirlo. Per una concezione del genere, si ha che il dono diventa, paradossalmente, un obbligo per preservare il legame sociale: la vita in società postula di necessità la pratica del dono, la quale diventa per ciò stesso una norma sociale di comportamento, vincolante al pari di tutte le norme di tale tipo (si pensi a pratiche sociali come il Potlach e il Kula così bene descritte da M. Mauss a C. Levi Strauss: chi restituisce il dono cerca di vincere in magnificenza il dono ricevuto, obbligando, di fatto, il primo donatore a fare ancora meglio e di più). Non ci vuol molto a comprendere come una tale concezione del dono non salvi né la spontaneità né la vera gratuità dell’azione donativa. Eppure, per strano che ciò possa apparire, è un fatto che ancora molto radicata è l’idea in base alla quale il volontariato genuino è quello che si appoggia sulla nozione di dono come munus. Invece, sappiamo che può esserci dono senza gratuità – come appunto accade nello scambio cerimoniale di doni – e viceversa gratuità senza dono. Ebbene, autenticamente volontaria è l’azione che riesce a far stare insieme, in modo armonico, dono e gratuità, che riesce cioè a coniugare l’aiuto all’altro con il riconoscimento delle sue capacità personali. Questo significa ammettere che la categoria del dono gratuito ricomprende al suo interno la dimensione dell’interesse. Eppure, la concezione oggi corrente di interesse si è talmente allontanata dal suo significato originario (inter-esse, essere in mezzo) che quando questo termine viene usato esso viene quasi sempre inteso con connotazioni negative sotto il profilo morale. La verità è che il dono non è affatto incompatibile con l’interesse del donante, se questo viene inteso come interesse a stare nella relazione con l’altro. Il dono gratuito non è un atto finito in se stesso, ma rappresenta l’inizio di una relazione, di una catena di atti reciproci. Come dire che il dono gratuito viene fatto a ragion veduta, in vista dello stabilimento di un legame. Il filantropo puro, invece, non ha questo interesse, tanto è vero che neppure vuol conoscere l’identità di coloro ai quali la sua beneficenza si indirizza. La persona coinvolta semplicemente “non viene vista”. In altro modo, il fatto che sul piano di superficie i termini contrapposti di interesse e di gratuità appaiano inevitabilmente intrecciati tra loro non cancella affatto la specificità del dono gratuito come tale. Vi è infatti una dimensione più radicale del dono gratuito che si presenta come quella dimensione di profondità nella quale una persona viene “costituita” oppure viene messa al mondo solo se e quando un’altra persona la riconosce oppure ne soddisfa i bisogni. Qui la gratuità eccede il calcolo di interesse per il semplice fatto che non vi è simmetria tra i soggetti in causa. Il povero estremo non è certo nella situazione di simmetria con il volontario che va a lui. Lo stesso dicasi dell’infante nel suo rapporto col genitore o del moribondo nel suo rapporto con chi lo assiste. In un contesto in cui sono prevalenti le istituzioni economiche basate sul principio dello scambio di equivalenti, chi può rendere manifesta la possibilità di un agire virtuoso – nel senso delle virtù civiche – capace di generare risultati positivi tali da far scattare quel meccanismo di scelta delle disposizioni di cui abbiamo appena detto? La mia risposta è: il volontariato. Questo è il vero e grande ruolo di soggetti che, fondando il proprio agire sul principio del dono come reciprocità, finiscono con il contagiare gli altri. Si tratta di una sorta di legge di Gresham all’incontrario: la moneta buona attira a sé la cattiva! Ad una condizione, però, ciò può attuarsi: che si comprenda che la fraternità non si esaurisce nella prossimità (letteralmente, prossimo è il “filos”, cioè il mio eguale, il mio vicino per cultura o per etnia). Ha scritto Ricoeur (1994): “Se io fossi solo con l’Altro, gli dovrei tutto. Ma c’è il Terzo… Il Terzo è altro rispetto al prossimo, ma anche un prossimo dell’Altro e non unicamente il mio simile” (p. 21). È solo con il Terzo che nasce la società – come ci ricorda Baumann – e quindi anche l’economia. Ebbene, il senso del volontariato oggi è quello di aprire la fraternità, di andare oltre la prossimità che si fonda sul rigetto immunologico dell’estraneo e del diverso. Mai si dimentichi, infatti, che ciò che “erode” il legame sociale non è il mercato di per sé, ma un mercato ridotto a solo scambio di equivalenti; non dunque il mercato civile ma quello “incivile” perché non edificato – come ben sapevano gli umanisti civili del XV secolo – sulla virtù della fraternità. Quest’ultima annotazione mi porta ad affrontare la questione del rapporto tra volontariato e etica del bene comune. Come Adam Smith, sulla scia della linea di pensiero inaugurata dagli umanisti civili aveva indicato, l’assetto istituzionale della società deve essere forgiato in modo tale da favorire la diffusione tra i cittadini delle virtù civiche. Se gli agenti economici non accolgono già nella loro struttura di preferenze quei valori che si vuole vengano affermati nella società non ci sarà molto da fare. Per l’etica delle virtù, infatti, l’esecutorietà delle norme dipende, in primo luogo, dalla costituzione morale delle persone; cioè dalla loro struttura motivazionale interna, prima ancora che da sistemi di enforcement esogeno. Si consideri – per fare un esempio oggi di grande rilevanza – il tema della responsabilità sociale dell’impresa. È perché vi sono soggetti che hanno preferenze etiche – che attribuiscono cioè valore al fatto che l’impresa persegua l’equità indipendentemente dal vantaggio materiale che ad essi può derivarne – che il codice etico che l’impresa si dà sarà rispettato anche qualora risultasse non conveniente farlo.
Tratto da: S. Zamagni, Gratuità e agire economico: il senso del volontariato
www.aiccon.it/

Il disinteresse paga
Lo studioso, che partecipa al summit in Vaticano sul bene comune: «Ormai è chiaro che i gesti gratuiti sono un dato decisivo nello sviluppo delle società. Bisogna uscire dall’utilitarismo esasperato»
di Luigi dell’Aglio (Avvenire/Agorà, 03.05.2008)

Contro la logica dello sfrenato utilitarismo che oggi sembra trionfare in molti campi prende forma una forte opposizione da parte della filosofia e dell’antropologia.
Ad alzare il vessillo della rivolta è stato, nel 1992, il sociologo francese Alain Caillé con il suo Lo spirito del dono – scritto a quattro mani con il collega canadese Jacques T. Godbout – un libro tradotto in cinque lingue che gli ha assicurato fama internazionale.
Ma Caillé aveva già dato fuoco alla santabarbara con la Critica della ragione utilitaristica del 1989, che assestava un primo colpo all’assioma dell’egoismo, secondo il quale in ogni azione e relazione sociale non si può che mirare al soddisfacimento del proprio interesse. Ora, in un’epoca ancora dominata dal consumismo, il messaggio di Alain Caillé si rivolge ai sudditi dell’impero neoliberistico: «Quanta parte delle attività dell’uomo, sia personali che sociali, deve essere impiegata per soddisfare il puro e semplice utilitarismo, e quanta invece dovrebbe essere dedicata a produrre significati, pensieri, a dare un senso alla vita, cioè al simbolico, al rituale, al politico, insomma al non utilitario?».
L’individuo obbedisce automaticamente al sempre più pervasivo modello dell’homo oeconomicus, imposto da certa pubblicità: massimizzare utilità e piacere, respingere senza indugio non solo ciò che fa soffrire ma anche, e soprattutto, ciò che non è utile. Eppure – obietta Caillé – uomini e donne non sono venuti sulla terra per agire da «animali interessati», che desiderano soltanto avere sempre più cose; anche se non lo sanno, l’oggetto principale della loro brama non è comunque la ricchezza quanto «l’essere riconosciuti».
Alla 14° sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la nuova filosofia e sociologia, incardinata sul paradigma del dono e dell’altruismo, è stata illustrata dai suoi massimi rappresentanti: Alain Caillé, professore all’Università di Parigi Nanterre e Jacques T. Godbout, professore emerito al National Institut of Scientific Research dell’università di Montreal.

Professor Caillé, in un mondo soggiogato dall’etica dell’utilitarismo, la rivendicazione di una nuova economia, fondata sul dono e sull’altruismo, non sembra velleitaria?
«La gente crede che il dono e la generosità siano inutili fronzoli, sentimenti polverosi gettati in soffitta. Questa idea viene fatta valere con un bombardamento quotidiano dal modello economico dominante, secondo il quale non solo il mercato e gli scambi monetari ma anche l’apprendimento, il matrimonio, la fede religiosa, l’amore e l’odio, la giustizia e il delitto, sono regolati dalla logica egoistica. E invece il dono ha un ruolo oggi come lo aveva nel passato delle società umane. La grande scoperta è merito dell’antropologo Marcel Mauss, nipote ed erede intellettuale di Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia.
Nel 1923-1924, Mauss pubblica i risultati della sua indagine sulla pratica del dono cerimoniale. Però lui non si riferiva soltanto alle società arcaiche e primitive. La pratica di dare, prendere e ricambiare, cioè il principio della reciprocità, è stata posta da Claude Lévi-Strauss alla base della ricerca antropologica».

Sarà duro il lavoro di persuasione per la nuova sociologia.
«Dal 1982 c’è un Movimento AntiUtilitaristico nelle Scienze Sociali, che prende nome da Mauss. È nata una scuola di pensiero la quale ha prodotto una rivista (che ho diretto); la tesi del movimento è stata illustrata in oltre mille articoli e più di trenta libri. L’idea che ne scaturisce è che bisogna dare meno importanza all’homo oeconomicus e più spazio all’homo politicus, all’homo ethicus e all’homo religiosus».

Che cosa ha scoperto, in pratica, l’inchiesta di Marcel Mauss?
«Ha dimostrato che i doni, nelle società primitive, non avevano alcun valore materiale. Contavano come simboli della relazione sociale, e comunque non avevano nulla a che vedere con la carità. Talvolta esprimevano anche spirito aggressivo e agonismo. Il dono è un simbolo e rispetta la legge della reciprocità. È la circolazione di un debito che può essere invertita ma non fermata».

Che cosa resta del dono arcaico nella società di oggi?
«Prendiamo il caso dei donatori di sangue o di organi. Fanno un dono che potenzialmente è destinato a tutti, alla famiglia, ai vicini, ai concittadini come agli stranieri. L’obbligo di dare rimane una regola della socialità primaria. Esprime amore o amicizia? Secondo me esprime simpatia o meglio quella che io chiamo aimance, cioè più esattamente ‘l’interesse per gli altri’. Si tenga conto che la teoria dell’estremo utilitarismo era stata già emendata dalla corrente anglosassone della filosofia morale. L’individuo persegue la duratura soddisfazione del suo interesse personale se riesce anche a massimizzare la soddisfazione degli interessi del maggior numero di persone. Un egoismo altruistico».

Come convertire l’egoista in altruista?
«C’entra la costruzione dell’identità, individuale e collettiva. L’egoista non vuole tanto possedere, quanto ‘essere riconosciuto’. Intendiamoci: anche il dono può essere interessato ma le indagini sociologiche mostrano che ‘è interessante essere disinteressati’. Il disinteresse paga».

Tratto da: http://www.lavocedifiore.org

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