Economia e religione: le religioni

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È ormai noto che l’economia non possa essere descritta con sicurezza come “la più scientifica delle scienze sociali”; l’economia è forse per certi versi più vicina al campo religioso (o filosofico) che a un campo scientifico autonomo. In realtà, basterebbe riattivare un certo numero di “dubbi esistenziali”, che sono abbastanza vecchi come l’economia stessa e che sono stati formulati da economisti tra i più prestigiosi proprio riguardo l’economia: essa non fa scoperte, dice Malinvaud; essa si appoggia su fatti non osservati, dice Leontief; essa è essenzialmente normativa, dice Sen; essa è il luogo di mode intellettuali tra le più contraddittorie e di una ipersofisticazione matematica, dice Allais. Tante caratteristiche che, se le si unisce, portano ad annoverare l’economia accanto a certe teorie filosofiche piuttosto che vicino alle scienze fisiche o biologiche, senza parlare poi di quelle matematiche. In questo senso, si è detto, l’economia è una religione: parafrasando Durkheim e Weber, è in ogni caso una forma complessa della vita religiosa, una forma moderna e altamente razionalizzata.
Il terreno delle pratiche economiche è senza dubbio una delle migliori occasioni per dimostrare che quanto noi chiamiamo individuo, con i suoi bisogni, le sue propensioni, le sue disposizioni, le sue attitudini, è un prodotto della storia, individuale e soprattutto collettiva. È stato Bergson, seppure sospettato di sociologismo, a dire “Si ha bisogno di molti secoli per produrre un utilitarista come Stuart Mill”. Ciò che chiamiamo l’habitus economico è questo collettivo incorporato in ognuno di noi che ci rende grosso modo adatti al mondo economico di cui siamo i prodotti.
Non esiste una definizione univoca di economia, né tenterò di ridurre il termine e il concetto ad unicum, ma mi interessa un punto di vista, che proviene da una storia delle religioni per cui l’economia è una forma organizzativa delle relazioni, cui però sottostanno le relazioni, è un modo di dare valore alle cose, operazione per la quale dobbiamo dare per scontato l’esistenza di valori, parametri di giudizio, criteri di attribuzione dei valori. Lo snodo è il binomio: “economia e religioni”: ovvero, come l’economia è sottesa alle religioni e, viceversa, le religioni producono effetti economici.

Le religioni hanno logiche economiche
È lecito parlare di Dio con le categorie della scienza economica? Secondo Adam Smith, il primo teorico del capitalismo moderno, sì. Nella Ricchezza delle nazioni (1776), il filosofo scozzese applica la teoria del mercato alla Chiesa, spingendosi a ritenere che questa si trovi in condizione di «monopolista». Ne Il mercato di Dio – La matrice economica di ebraismo, cristianesimo ed islam (Fazi Editore, euro 18,50, pp. 338) Philippe Simonnot sostiene che il valore che un consumatore attribuisce a un bene – nel nostro caso un credo religioso – dipende anche dal numero di utenti di questo bene: una religione ha tanto più «valore» per il credente, è cioè tanto più credibile, quanto più grande è il numero dei suoi fedeli. Abramo è il primo ebreo: la sua storia testimonia la necessità di controllare il bene più prezioso, la terra. La circoncisione, suggello del patto tra Dio e Abramo, serve esattamente allo scopo: la proprietà fondiaria è limitata e l’accesso va dunque riservato a un gruppo ben definito di persone, il popolo eletto, così come la gran quantità di matrimoni tra membri della stessa famiglia riduce le contese territoriali. L’ebraismo ha bisogno di accreditarsi di una tradizione precedente, e per questa ragione s’impadronisce dei santuari delle più antiche divinità cananee. Quando il «prodotto» ebraico mostra segnali evidenti di crisi, ecco la comparsa del cristianesimo, che si avvale dello stesso meccanismo. Esso fa propria la figura di Abramo, mostrandosi contemporaneamente molto antico e molto nuovo. Inoltre i seguaci di Gesù – con una differenza enorme dall’ebraismo – mirano alla conquista di Roma, e per ottenerla rinunciano alla circoncisione e alle rigide normative alimentari ebraiche. Se il Tempio di Gerusalemme era stato il centro religioso, statale ed economico della nazione ebraica, i cristiani impiegheranno tre secoli per conquistare la capitale dell’Impero. Grazie all’esaltazione della castità, del tutto inedita, la Chiesa si arricchisce di una gran quantità di patrimoni che perdono i loro eredi naturali. L’islam, infine, si richiama anch’esso ad Abramo, dichiarandosi discendente di Ismaele anziché di Isacco.
L’identificazione tra la umma, la comunità dei fedeli, e lo Stato è assolutamente immediata, e a tutti coloro che non vogliono convertirsi viene imposto un tributo di protezione. Pur non elaborando un sistema fiscale paragonabile alla decima ebraica poi mutuata dal cristianesimo, l’islam considera l’elemosina – essenziale per il suo sostentamento – una componente fondamentale della vita del fedele. Se la conquista di Gerusalemme, con l’edificazione della Moschea, fu la vittoria principale riportata dall’Islam nei confronti dei due contendenti, la mancata conquista di Costantinopoli prima del quindicesimo secolo costituì a lungo un punto di debolezza.
Un’analisi di questo tipo ha il merito di proporre una visione innovativa con un tono mai provocatorio, soffermandosi su aspetti in gran parte poco conosciuti. Le tradizioni religiose seguono delle logiche economiche che è utile conoscere e interpretare per apprendere il senso stesso di tali religioni.

Le religioni producono visioni e pratiche economiche
L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber hanno esaminato l’incidenza della religione sull’economia o la dottrina economica implicitamente o esplicitamente sottesa a una credenza. Le domande sorgono spontanee a un lettore mediamente attento della nostra contemporaneità. Perché religioni diverse impongono o sanzionano comportamenti diversi? Se una religione vieta alcuni cibi mentre un’altra impone ai genitori di insegnare a leggere ai propri figli, che conseguenze economiche ne derivano? Perché l’India di oggi abolisce un’istituzione – la dote dalla sposa allo sposo – che è esistita per millenni in tante civiltà? Perché tante civiltà dall’antichità a oggi hanno leggi o norme religiose anti-usura, e che effetti creano queste restrizioni?
Negli ultimi anni si è incominciato a studiare il legame tra norme sociali e valori religiosi, e come questi possono interagire con la vita di tutti i giorni, in termini di valori culturali, norme religiose, norme sociali, scelte economiche, performance economica, libertà economica.
Tenteremo alcuni esempi provenienti da tradizioni religiose differenti.
L’islam non è solo una religione. È anche una “civilizzazione”, è insieme, legge, morale, stile di vita, cultura. È, dunque, una concezione integrale della vita e del destino umano. Un codice generale di condotta che regola non solo le relazioni tra uomo e Dio ma anche quelle con la natura e tra gli uomini. In questa ottica, anche il comportamento economico non può essere separato dalla sua dimensione morale. L’islam incoraggia il lavoro, il guadagno, l’investimento ma raccomanda che l’uomo d’affari, oltre che dall’aspettativa di profitto, sia motivato anche dal desiderio di servire la sua comunità. Biasima i comportamenti iniqui e disonesti mentre considera virtù importanti l’indulgenza, la fratellanza, l’amicizia sul lavoro. Ribadisce l’uguaglianza tra gli uomini così come un cardine importante è considerato l’aiutare quanti hanno bisogno senza aspettarsi nulla in cambio. Così, sulla scia di principi fondanti quali la solidarietà, l’equità, la trasparenza, il primato del lavoro e dello spirito d’impresa, l’islam prescrive o proibisce alcune pratiche. Tra di esse, di rilevante portata è il divieto del riba, ovvero di qualsiasi forma di interesse rubricato come un caso speciale di arricchimento ingiustificato. Ora, siccome i valori economici e le dettagliate prescrizioni in materia contenuti nel Corano sono considerati da tutte le famiglie dell’islam come immutabili e indiscutibili, quella proibizione è divenuta il fondamento dell’architettura del sistema finanziario islamico.
La finanza islamica, nata a partire dagli anni settanta del secolo scorso a seguito della riflessione sui precetti del Corano in tema di economia, in coincidenza con il boom petrolifero e il risveglio dell’“orgoglio” islamico, è in costante evoluzione. Aumenta il suo peso e la sua diffusione territoriale. Comincia a essere presente anche in paesi occidentali a forte presenza di cittadini musulmani mentre si registrano pioneristici esempi di banche “convenzionali” che offrono prodotti bancari “islamici” nei loro paesi di origine o aprono filiali a vocazione islamica nei paesi musulmani. È, sostanzialmente, una finanza “giovane” e piuttosto “sconosciuta”, i cui contorni “teorici” e operativi sembrano abbastanza definiti per quel che riguarda il settore bancario.
La finanza islamica si differenzia da quella “convenzionale” perché il suo principio fondatore è la rinuncia alla pratica dell’interesse, condannato come iniquo dal Corano.
La banca islamica, in particolare, si configura come un gestore-distributore di fondi, di attività, progetti. Non concede, infatti, prestiti investendo, piuttosto, in operazioni che hanno come attività sottostante un bene reale sulla base di contratti di scambio o mediante contratti di tipo partecipativo (mudaraba e muskaraka).

Come ha spiegato la professoressa Maristella Botticini, l’abolizione nel 1961 in India della tradizione della dote non ha portato allo sradicamento di questa usanza che continua a fiorire; e vi sono effetti sull’economia dei divieti imposti dalle religioni. Gli esempi arrivano dalla religione hindu e dall’ebraismo.
Gli studi scientifici sulla dote si dividono in due: da una parte, gli antropologi che spiegano la dote come una sorte di eredità pre-mortem alle figlie; dall’altra, gli economisti per i quali prevale il mercato e che definiscono la dote come il prezzo che rende competitiva la donna agli occhi del marito.
Nella storia cogliamo una costante, ovvero la figlia lascia il nucleo familiare e va a vivere in un altro luogo, in un’altra famiglia. Il padre la lascia partire a 15-16 anni e finanzia il suo futuro, si prende cura della figlia, che grazie alla dote trova il miglior marito su piazza, pur mantenendone la proprietà. Al contempo, il padre motiva i figli che, attratti dall’eredità, hanno tutto l’interesse a lavorare bene per la famiglia. Questa tradizione è trasversale a tutte le religioni.

- Babilonia (550 a.C.): Judah ben Gamliel sta per sposarsi con Esther, che ha un fratello e una sorella
- Atene (345 a.C.): Aristotele sta per sposare Pythias, che ha un fratello
- Roma (85 d.C.): Cesare sposa Cornelia, che ha due fratelli
- Fustat, Egitto (845 d.C.): Mohamed sposa Nasir
- Sung China (1100 d.C.): Qiu sta per sposare Qiao, che ha un fratello e due sorelle
- Firenze (1348): Niccolò sposa Ginevra, che ha tre sorelle

Le spose lasciano la famiglia materna al momento del matrimonio e vanno a vivere con la famiglia dello sposo.
- I figli maschi, anche da sposati, continuano a vivere con, e a lavorare per, i loro genitori
- I genitori danno le doti alle figlie e lasciano l’eredità ai figli maschi
- Lo sposo amministra la dote ma la sposa mantiene il diritto di proprietà sulla propria dote
Che cosa è la dote? Un trasferimento dai genitori alle figlie, per lasciare l’eredità ai figli maschi (che sono quelli che lavorano per la famiglia); un prezzo, per trovare un marito
- Con la modernizzazione, è meno probabile che i figli vivano e lavorino per i genitori: il valore dell’investimento nel capitale umano dei figli aumenta
- Anziché dare la dote alla figlia, i genitori preferiscono investire nel suo capitale umano e lasciare anche a lei l’eredità, come ai figli maschi. Le doti muoiono di morte naturale con il passaggio dalla società agraria a una società più evoluta, dove i maschi non lavorano solo per la famiglia. Maschi e femmine sono uguali e il genitore preferisce investire in istruzione. In prospettiva, maschi e femmine si divideranno l’eredità.
In India la tradizione della dote resiste perché il patrimonio familiare non resta di proprietà della figlia ma passa al marito. In caso di morte, la donna resta senza nulla e spesso la famiglia non accetta il suo ritorno perché significherebbe la prospettiva di recuperare una seconda dote.

Gli ebrei sono un popolo a cui va ascritto il 50% dei Premi Nobel, un alto numero di scienziati, con un’alta percentuale di professioni nobili, quali notai e banchieri mentre quasi nessuno fa il contadino. Rappresentano lo 0,2% della popolazione mondiale e il 54% dei campioni mondiali di scacchi, il 27% dei premi Nobel in fisica, il 31% dei premi Nobel in medicina. Gli ebrei rappresentano il 2% della popolazione negli U.S.A. e il 21% degli studenti nelle università della Ivy League, il 37% dei registi che hanno vinto il premio Oscar, il 38% dei principali filantropi secondo Business Week, il 51% dei vincitori del premio Pulitzer Prize per non-fiction.
Nella storia, gli ebrei sono diminuiti dal 60 d.C. al 600, passando da 5,5 milioni a 1,2 milioni, per diminuire ancora tra il 1250 e il 1500 da 1,2 milioni a 800 mila persone. I due trend si spiegano perché all’inizio gli ebrei erano contadini, per poi passare, a partire dal X secolo durante l’impero Ottomano, a essere commercianti e mercanti del credito. In seguito si specializzeranno in professioni e si sparpaglieranno per il mondo.
Per gli ebrei cambia l’impostazione religiosa con l’introduzione della norma secondo cui, per essere un buon ebreo, il padre deve mandare il figlio maschio a leggere i leggi sacri. Dai sacrifici di animali nel tempio si passa agli studi della Bibbia: questo dettame religioso causa all’inizio una conversione di ebrei contadini verso altre religioni, quali il cristianesimo, che abolisce l’obbligo dello studio delle sacre scritture. Con l’arrivo della religione islamica, gli ebrei lasciano l’agricoltura, smettono di convertirsi in massa, e si dedicano al commercio. Si spostano dalla Mesopotamia e si spingono in Siria, Egitto e nelle terre affacciate sul Mediterraneo. Alcuni governanti li invitano perché sono istruiti e hanno conoscenze che la gente del posto non possiede. Allo stesso modo, l’ingresso degli ebrei nella finanza è dovuto alla loro situazione iniziale, ovvero sono ricchi, istruiti, hanno contatti in tutto il mondo e le leggi consentono loro di tutelare i loro contratti. A distanza di secoli, un’imposizione religiosa, apparentemente assurda, quasi folle e controproducente, si rivela una leva per lo sviluppo dello stesso popolo.

Tratto da: archivio.festivaleconomia.it

Infine, l’ambiente religioso cristiano evangelico ci permette una riflessione ancora più vicina sull’intreccio tra religione e economia:

«Che ne è dell’etica protestante che, secondo la celebre analisi di Max Weber, avrebbe animato lo spirito del capitalismo e aperto le porte a un moderno pensiero politico ed economico? Ha ancora senso affermare la centralità di quella “ascesi intramondana” tipica del calvinismo che già alla metà del Seicento seppe fondare quel “possente cosmo dell’economia moderna legata ai presupposti tecnici ed economici della produzione meccanica che oggi determina una forza coattiva invincibile … e forse continuerà a farlo finché non sia bruciato l’ultimo quintale di carbonfossile”? Si potrebbe facilmente obiettare che il carbonfossile ha fatto spazio al petrolio e all’atomo e che il capitalismo del XXI secolo ha una dimensione finanziaria sconosciuta nel tempo della materialità produttiva delle prime rivoluzioni industriali. Se così fosse il paradigma weberiano che stabilisce un legame di necessità tra il capitalismo nascente e l’etica religiosa del calvinismo – in particolare della sua espressione puritana in Olanda, Inghilterra e quindi nelle prime colonie americane – andrebbe definitivamente in frantumi. E con esso buona parte della sociologia religiosa che guarda a Weber ancora con il rispetto che si deve a uno dei padri fondatori della disciplina. Insomma: è davvero esaurita la forza propulsiva della cosiddetta “rivoluzione protestante”? Ben consapevoli dei cento e passa anni che ci separano dall’analisi weberiana, in queste righe proveremo a verificare empiricamente il suo paradigma guardando agli attuali fondamentali economici di alcuni paesi nei quali la tradizione protestante ha avuto particolare fortuna culturale e sociale. Come noto, un tema tipicamente weberiano è quello del Beruf, mestiere ma anche vocazione che Dio rivolge a ciascun uomo e che dovrebbe costituire la stella polare del cammino di ogni sincero credente. In questo senso Beruf non è la fede né la Chiesa né lo spazio sacro; nella sua accezione più ampia è piuttosto il senso profondo dell’agire del cristiano, ciò che lo impegna a compiere alcune scelte e a evitarne delle altre. In opposizione alla tensione extramondana tipica della teologia medioevale e persino del luteranesimo, il Beruf produce un’ascesi intramondana e sposta l’ambito della vita di fede dal convento alla piazza o, seguendo il nostro filo di riflessione, al mercato. È questa la drammatica frattura che libera il lavoro materiale da un’antica condanna teologica legata al peccato originale e gli apre nuovi orizzonti di senso. Non a caso Weber cita il più grande poeta della tradizione puritana, John Milton, che vede Adamo abbandonare il paradiso “perduto” senza alcuna nostalgia. L’umanità esce dall’Eden forte di un nuovo “sapere” profano che le apre nuovi orizzonti e che darà senso al suo lavoro: “Meno allor ti dorrai del tuo perduto/Paradiso, ché un altro assai più bello, più felice di questo in te medesimo/ne sorgerà”. “Dio vuole che il cristiano operi nella società, poiché vuole che la forma sociale della vita sia ordinata secondo i suoi comandamenti… Il lavoro sociale del calvinista nel mondo è esclusivamente “ad maiorem gloriam Dei”. In questa prospettiva il concetto di dovere professionale diventa concetto di “un’obbligazione morale” e “l’ascesi non è più inquadrata nei tre voti monastici. La disciplina del matrimonio e della vita domestica sostituisce il celibato; la povertà cede il posto alla sobrietà e a una gestione dei beni materiali e del denaro indirizzata al risparmio e all’investimento”. È facile comprendere come una teologia di questo genere abbia prodotto un’etica coerente, costruita su un’idea positiva del lavoro e quindi del guadagno come “ritorno” della propria azione e come quest’etica abbia modellato una particolare figura di imprenditore rigoroso, sobrio, determinato. Con una forzatura potremmo affermare che in lui l’impegno per il profitto e la ricerca della salvezza si intrecciavano indissolubilmente così che gli altri potessero dire di lui “God blessed his trade”. Non è un caso che uno dei personaggi ai quali Weber dedica più pagine sia Benjamin Franklin, del quale non sappiamo dire se brillassero di più le doti di homo puritanus – per tradizione culturale più che per fede personale dal momento che egli si definiva un teista – o quelle di homo americanus, tanto è forte l’intreccio tra la sua cultura religiosa e la sua celebrata virtù civile. L’impegno patriottico, il successo negli affari, l’intelligenza messa a servizio di invenzioni utili a tutti – dal parafulmine alle lenti bifocali – sono gli elementi essenziali di una personalità che descrive meglio di tante parole che cosa Weber all’inizio del secolo scorso intendesse per intreccio tra ethos protestante e spirito del capitalismo. E lo stesso valga per grandi capitalisti come Henry Ford o John D. Rockfeller che potrebbero aver fatto propria la parola d’ordine di John Wesley, il fondatore del metodismo, “guadagna tutto quello che puoi, risparmia tutto quello che puoi, dona tutto quello che puoi”. Non solo di fronte alla crisi in atto ma più in generale rispetto a questo ciclo dell’economia capitalistica, la “cassetta degli attrezzi” della tradizione protestante non sembra offrire risorse particolarmente efficienti. Il volano culturale delle economie più dinamiche è altrove. E allora, è giunto il tempo di rottamare Max Weber? E se così fosse, che cosa si è rotto del suo paradigma di relazione tra etica protestante e spirito capitalistico? Guardando alla crisi finanziaria che sta piegando le economie occidentali viene da dire lo spirito capitalistico, sempre meno determinato dalle virtù individuali, dal lavoro e dalla dedizione di individui – poco importa se imprenditori o operai – animati da un forte senso del proprio Beruf. In un capitalismo ormai finanziario e non più industriale, l’etica calvinista del lavoro può poco o nulla. Steve Jobs, icona del capitalismo postmoderno che riesce ancora a inventare e produrre ricchezza oggettiva e non virtuale, era cresciuto in ambito protestante ma è morto buddhista: un fatto forse causale ma eloquente del declino di un paradigma. C’è però un dato in controtendenza che potrebbe aprire un altro filone di analisi, meno centrato sull’economia e più sulla società e la politica: è l’indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite, che vuole offrire un parametro di sviluppo meno economicistico di quelli tradizionali, e che si basa su dati di qualità di vita e di tutela di diritti fondamentali che le statistiche del PIL non possono cogliere. In questa particolare classifica, primeggia un paese protestante come la Norvegia e si piazzano bene anche gli Stati Uniti (quarto posto), la Germania e la Svezia (nono e decimo). L’etica calvinista non sembra poter fare molto per le economie in crisi del capitalismo occidentale ma forse ha ancora qualcosa da dire sul piano della coesione civile e della vita democratica».

Tratto da: P. Naso, L’etica protestante e la crisi del capitalismo, in Limes, n. 6, 2011

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