Le minoranze religiose: le minoranze in Italia

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<< Che cosa è una minoranza religiosa?

Lo status delle minoranze religiose in Italia, di Marco Ventura
Come in altri Paesi europei, anche in Italia per secoli si è ritenuto che l’unità politica esigesse l’unità religiosa, che una società e uno Stato non potessero stare in piedi se non tenuti insieme da una religione di Stato. Tuttavia, a differenza di altri paesi europei come la Germania o la Gran Bretagna, l’Italia non sperimentò mai il conflitto tra forti chiese in competizione, ma conobbe solo il dominio di un cattolicesimo che perseguitò individui e piccole comunità dissidenti (i protestanti) o diversi (gli ebrei). Nell’età liberale, i paesi europei che avevano conosciuto vere e proprie guerre di religione fecero tesoro dell’esperienza e, con l’aiuto degli stessi credenti, forgiarono Stati impegnati a organizzare la coesistenza pacifica tra grandi e piccole chiese. In Italia si trattò invece di trovare uno spazio per piccole comunità religiose ai margini geografici (come i protestanti valdesi in Piemonte) o sociali (come gli ebrei) di un paese cattolico. Il Regno di Sardegna fece il primo passo nel 1848, riconoscendo eguali diritti civili e politici a valdesi ed ebrei e più in generale prevedendo, con la “legge Sineo”, che la differenza di credo religioso non comportasse differenze nei diritti riconosciuti alla persona o nell’accesso a cariche civili e militari.

Dallo Statuto Albertino alla Costituzione
Con l’Unità italiana del 1861, la questione delle comunità non cattoliche si pose in due modi. Da un lato, le minoranze religiose erano ancora gravemente discriminate nel loro diritto di esistere e di operare liberamente. I progressi registrati nel Regno di Sardegna e in altri stati pre-unitari, andavano estesi al resto d’Italia. Molto ancora restava da fare per una piena libertà religiosa di tutti. Dall’altro lato, si poneva il problema del rapporto tra le minoranze e la Chiesa cattolica, all’epoca ancora convinta che la libertà dei non cattolici fosse un male e determinata a condizionare la società e lo Stato affinché non vi fosse parità di trattamento tra italiani cattolici e non.
Con l’accordo della Chiesa cattolica, sotto il fascismo vennero adottate misure per inculcare nella popolazione, nei giovani in particolare, l’idea che un buon italiano dovesse essere un buon fascista e un buon cattolico. La legge sui “culti ammessi” del 1929 permise alle comunità religiose non cattoliche di essere riconosciute dallo Stato, ma le sottopose a un rigido controllo di polizia. I protestanti vennero ritenuti portatori di una fede straniera alla tradizione italiana e come tali oppressi. Sugli ebrei calò sempre più scura l’ombra del sospetto, fino alle leggi razziali del 1938 e all’olocausto.
La guerra civile e la fine del fascismo disegnarono una nuova Italia, grazie anche ai molti cattolici che combatterono il fascismo, aiutarono le sue vittime e contribuirono a scrivere una costituzione democratica fondata sui diritti e le libertà di tutti. L’articolo 3 della Costituzione del 1948 sancì che nessuno poteva essere discriminato a causa del suo credo. L’articolo 19 consacrò una piena libertà religiosa. L’articolo 8 proclamò tutte le confessioni religiose “egualmente libere davanti alla legge” e previde che anche le comunità diverse dalla Chiesa cattolica potessero, come questa, stringere accordi (detti “intese”) con lo Stato.

Lo Stato laico
Con l’entrata in vigore della Costituzione, protestanti ed ebrei si trovarono di fronte ad un dilemma. Molti di loro avrebbero preferito che fosse cancellato il concordato con la Chiesa cattolica del 1929 che riconosceva al cattolicesimo una posizione dominante, e che si instaurasse un sistema separatista tra Stato e chiese alla americana o alla francese. Ma quando nei primi anni ottanta ci si incamminò verso la stipula di un nuovo concordato con la Santa Sede, valdesi e metodisti accettarono di stipulare anch’essi un’intesa con la quale, come i cattolici attraverso il concordato, ottenere soldi e spazio. Il 18 febbraio 1984, nel nuovo Concordato, la Santa Sede riconobbe che l’Italia repubblicana e democratica nata con la Costituzione del 1948 non poteva più essere considerata uno Stato cattolico. Tre giorni dopo, il 21 febbraio 1984, fu stipulata la prima intesa con valdesi e metodisti. Seguirono tra il 1986 e il 1993 altre intese con le Assemblee di Dio in Italia, le chiese cristiane avventiste, le comunità ebraiche, i luterani e i battisti. La religione cattolica non era più la religione dello Stato. Le minoranze religiose godevano di riconoscimento e libertà come mai prima nella storia italiana. Nel 1989, la Corte costituzionale riconobbe la laicità come principio supremo di uno Stato italiano favorevole al pluralismo confessionale e culturale. La stessa Corte proclamò nel 1997 l’equidistanza e l’imparzialità della legge verso tutte le confessioni religiose.

I quesiti del III millennio
Nuovi problemi erano intanto emersi all’orizzonte con la caduta del Muro di Berlino. E dopo poco, l’11 Settembre aumentò tensioni e paure. Cambiò la faccia sociale e religiosa dell’Italia. Mutò il cattolicesimo, si affacciarono chiese e comunità religiose nuove, l’immigrazione portò religioni lontane a casa degli italiani. In poco tempo, l’Islam si impose come grande minoranza religiosa temuta dagli italiani, per le tensioni della politica internazionale e per lo stile di vita degli islamici. Nel 2000 il governo firmò due nuove intese con testimoni di Geova e buddisti, ma il Parlamento non trasformò le intese in legge e gli accordi rimasero lettera morta. Accadde lo stesso nel 2007, con mormoni, ortodossi, hindu e apostolici. Cattolici e credenti di religioni con l’intesa restavano più in alto (e con più soldi, grazie all’otto per mille) di tutti gli altri. Il progetto di riformare la legge sui “culti ammessi” del 1929, dando al paese una grande legge sulla libertà religiosa per tutti, naufragò per il timore che una maggiore eguaglianza tra fedi indebolisse il cattolicesimo e favorisse religioni, come l’Islam, guardate con sospetto da settori crescenti dell’opinione pubblica. Eccoci arrivati ai grandi interrogativi cui gli italiani devono oggi una risposta. Il pluralismo religioso è ancora un valore per lo Stato italiano? È giusto trattare diversamente le diverse religioni? È giusto che il cattolicesimo occupi una posizione privilegiata? Le grandi e piccole minoranze religiose sono un ostacolo o una risorsa per lo Stato e per la nazione? Sono domande complesse e delicate, cui è più comodo non rispondere. Sappiamo però che solo facendosi carico di una risposta, una nazione cresce e diventa migliore. Hanno saputo rispondere il Cavour del “libera Chiesa in libero Stato”, i credenti antifascisti, i comunisti che non hanno fatto la guerra ai cattolici e i cattolici che hanno condiviso il Parlamento coi comunisti. E, più vicino nel tempo, hanno saputo rispondere, i leader religiosi che hanno fatto le intese e il nuovo Concordato. Oggi la risposta tocca a noi.

Marco Ventura è professore ordinario di Diritto canonico ed ecclesiastico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Siena. È anche membro del Centro di ricerca “Droit, Société et Religion” dell’Università di Strasburgo, ateneo presso il quale ha conseguito il dottorato. Il suo ultimo libro è “La laicità dell’Unione europea” (Giappichelli). Nel 2007 è intervenuto quale esperto presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati nel dibattito sulla riforma della legislazione italiana sulla libertà religiosa.

http://www.treccani.it/

Analisi delle minoranze italiane
In Italia le minoranze religiose storiche, come gli ebrei e i valdesi, nonostante la parte importante avuta nella storia culturale dell’Italia, non erano, per il loro stesso numero (oscillante tra 30.000 e 35.000), comunità in grado di incidere sulla situazione religiosa generale; esse rimanevano entità distinte, impegnate nella conservazione del proprio patrimonio identitario, in genere prive di spinta proselitistica. L’attuale situazione di pluralismo religioso ha mutato profondamente le cose. In ambito cristiano sono oggi attivi anche in Italia gruppi e minoranze, dai Testimoni di Geova alle Chiese pentecostali, che svolgono una significativa propaganda religiosa.
Una recente ricerca del Cesnur (www.cesnur.it), saluta e congeda anche il dato – molte volte ripetuto, ma che almeno dagli anni 1980 non è mai stato vero – secondo cui le minoranze religiose in Italia rappresentano globalmente l’uno per cento della popolazione. Anche se in molti casi le statistiche sono difficili, i totali di questa ricerca relativi a quanti chiaramente manifestano un’identità religiosa diversa dalla cattolica in Italia sono di circa 1.178.000 unità se si prendono in esame i cittadini italiani – dato che comprende circa 100.000 dei circa 160.000 stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel quinquennio 2002-2007 –, e di circa 3.499.900 unità se si aggiungono gli immigrati non cittadini, il che ha rilievo principalmente per un’immigrazione cristiano-ortodossa dall’Est europeo di proporzioni notevoli, secondariamente per il mondo islamico, ma anche – per esempio – per l’induismo, il buddhismo, le religioni sikh e radhasoami, un robusto protestantesimo pentecostale e battista di origine cinese, coreana, filippina e africana, o l’immigrazione copta proveniente da diversi Paesi dell’Africa.
Anche fra i cittadini, siamo come si vede a una percentuale sul totale della popolazione (fissata a 59.619.290 persone residenti, secondo i più recenti dati del bilancio demografico, resi noti nel 2008 dall’Istituto nazionale di statistica) del 2,12%, più del doppio del mitico uno per cento più volte infondatamente menzionato. Se si considerano i residenti sul territorio la percentuale di appartenenti a minoranze religiose sale intorno al 5,87%. Presentiamo queste conclusioni insieme senza trarne alcuna specifica conseguenza di carattere generale – il che andrebbe ben oltre i compiti di questo nostro lavoro – e consapevoli del fatto che documentare il pluralismo è un gesto a suo modo “politico”.
Nel dettaglio – e con le precisazioni che seguiranno – la composizione del 2,12% di cittadini italiani che appartengono a minoranze religiose è la seguente:

Tav. 1Minoranze religiose fra i cittadini italiani

Cattolici “di frangia” e dissidenti 20.000
Ortodossi 57.500
Protestanti  409.000
Ebrei 29.000
Testimoni di Geova (e assimilati)  400.000
Altri gruppi di origine cristiana 26.000
Musulmani 40.000
Bahá’í e altri gruppi di matrice islamica 3.000
Induisti e neo-induisti 18.000
Buddhisti 107.000
Gruppi di Osho e derivati 4.000
Sikh, radhasoami e derivazioni 2.500
Altri gruppi di origine orientale 1.000
Nuove religioni giapponesi 2.500
Area esoterica e della “antica sapienza” 13.500
Movimenti del potenziale umano 20.000
Movimenti organizzati New Age e Next Age 20.000
Altri 5.000
Totale 1.178.000

Molte di queste cifre necessitano di una spiegazione.
– Per cattolici “di frangia e dissidenti” intendiamo i membri di tutti quei movimenti non in piena comunione con la Chiesa cattolica o in situazione oggettivamente marginale, come meglio spiegato e definito nel testo, e non i soli gruppi dichiaratamente scismatici. Come si vedrà, si tratta di un mondo normalmente sommerso, ma tutt’altro che irrilevante, su cui questa ricerca ha l’ambizione di gettare una luce nuova, dove la stima di ventimila persone coinvolte (diecimila nella sola Associazione La Missione – Luigia Paparelli) deve essere intesa come conservatrice e tiene conto del fatto che molte di queste persone si considerano comunque soggettivamente cattoliche.
– Gli ortodossi in Italia sono quasi un milione (particolarmente per l’immigrazione dalla Romania, che nel 2008 ha raggiunto una quota variabile fra le 850.000 e 1.016.000 unità, ovvero circa un quarto dell’intera immigrazione in Italia) ma solo in minoranza cittadini italiani. – Quanto ai protestanti, ci si dovrà riferire alle ricostruzioni capitolo per capitolo, e si tratta di un terreno per molti versi controverso. Le nostre valutazioni si riflettono – sempre in tema di cittadini italiani, ovvero anche di quella fetta (particolarmente pentecostale) che ha acquisito la cittadinanza italiana – nella tabella seguente:

Tav. 2Distribuzione dei protestanti cittadini italiani

Protestanti “storici” 60.000
Movimento di Restaurazione 3.000
Fratelli e derivati 21.000
Chiese libere (non pentecostali), holiness 8.000
Pentecostali 290.000
Avventisti 25.000
Altri 2.000
Totale 409.000

Per le definizioni, ci si riferirà alle varie sezioni della ricerca. Il dato pentecostale – che emerge immediatamente come il più rilevante all’interno del protestantesimo italiano – è composto da 140.000 fedeli delle Assemblee di Dio in Italia e da 150.000 fedeli di altri gruppi (il dato leggermente inferiore spesso citato normalmente non comprende il mondo discreto e poco noto dei pentecostali “zaccardiani” e “petrelliani”, su cui si troveranno qui diversi dati inediti, e talora non considera pentecostali movimenti che sono nati nel mondo pentecostale latino-americano e che oggi hanno membri anche tra i cittadini italiani). Anche il dato delle Chiese “storiche” (valdesi, luterani, riformati, calvinisti, battisti, metodisti) deve essere a nostro avviso leggermente rivalutato rispetto a statistiche correnti, mentre per gli avventisti abbiamo indicato i membri definiti “attivi”.
– Per gli ebrei, il dato dei membri dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane è stato corretto aggiungendo i (non molti) membri di realtà di origine ebraica che non si identificano con tale Unione.
– Sulla difficoltà di calcolare il numero dei Testimoni di Geova – comunque certamente la maggiore realtà organizzata in modo unitario presente nel Paese dopo la Chiesa cattolica – si troveranno elementi nella scheda: in ogni caso, considerare “Testimoni di Geova” i soli “proclamatori” sarebbe gravemente riduttivo, e abbiamo scelto un dato leggermente inferiore a quello dei partecipanti annuali alla commemorazione della Cena del Signore (cui partecipano anche simpatizzanti), tenendo conto nel contempo della presenza in Italia anche di altri piccoli gruppi diversi dai Testimoni di Geova che derivano dallo stesso filone degli Studenti Biblici.
– Gli “altri gruppi di origine cristiana” comprendono 22.000 mormoni e quattromila membri di molti altri gruppi, tutti però di piccole o piccolissime dimensioni. 
– La stima dei musulmani cittadini italiani in 40.000 è soggetta a rapide variazioni future nel caso di più rapido accesso alla cittadinanza di musulmani immigrati: oggi appare ragionevole, forse persino generosa, sia perché i musulmani “etnici” che hanno acquisito la cittadinanza non sono molti (pure dovendosi tenere conto di musulmani venuti da ex-colonie italiane già in anni lontani), sia perché il dato dei convertiti (per ragioni meglio illustrate nel relativo capitolo) è normalmente sovrastimato. 
– Distinti dai musulmani – ancorché nati in ambiente islamico – vanno certamente tenuti i Bahá’í, cui si aggiungono altre formazioni più piccole.
– Agli induisti abbiamo aggiunto i seguaci dei numerosi movimenti neo-induisti presenti in Italia (senza che il confine fra le due categorie sia veramente suscettibile di essere tracciato): essi, come si vedrà, sono veramente molti, e non tutti piccolissimi (la più grande realtà, con circa quattromila membri, è l’Organizzazione Sathya Sai Baba, seguita dai meno conosciuti Amici di Amma che sono circa duemila). Nell’area induista non abbiamo, per scelta, incluso coloro che praticano la Meditazione Trascendentale (perché in genere hanno un’altra religione e non si considerano affatto induisti), né i seguaci di Osho Rajneesh, un maestro – comunque si giudichi il suo rapporto con il giainismo in cui era nato – certamente non “induista”.
– Il dato buddhista (107.000 praticanti) tiene conto di 47.000 fedeli dell’area concettualmente rappresentata dall’Unione Buddhista Italiana (theravada, zen e vajrayana: peraltro non tutti fanno parte di centri U.B.I.), 50.000 membri della Soka Gakkai, 10.000 buddhisti di altre tradizioni (la stessa area Nichiren non si riduce alla sola Soka Gakkai). L’incremento di quest’area, e in particolare della Soka Gakkai, è il dato più significativo di questo primo scorcio di XXI secolo se si escludono i fenomeni relativi agli immigrati.
– Tra i sikh, radhasoami “e derivazioni” abbiamo incluso i numerosi piccoli gruppi ispirati al maestro di origine sikh Baba Bedi XVI: il risultato finale in termini di cittadini italiani rimane modesto.
– Gli “altri gruppi di origine orientale” comprendono i pochi zoroastriani e quelli cinesi e indocinesi, quando in essi sia possibile scorgere una vera pratica religiosa e non semplicemente l’uso di tecniche orientali a fini terapeutici o di altra natura.
– Il dato delle nuove religioni giapponesi (2.500 fedeli) – intese come formazioni giapponesi di origine recente e non buddhista – deriva per quattro quinti (2.000 fedeli) da Sûkyô Mahikari, benché siano presenti come si vedrà altre quattro sigle e una quinta svolga in Italia attività dall’estero.
– Diversi capitoli trattano di movimenti che occupano la vasta area che specialisti americani chiamano dell’“antica sapienza” (ancient wisdom), sigla comoda per identificare realtà diverse nel mondo della ricerca delle tradizioni arcaiche, dell’esoterismo e talora dell’occultismo cui si aggiungono i movimenti ispirati allo spiritismo o ai dischi volanti. I 13.500 aderenti complessivi non sono moltissimi, a fronte del proliferare di sigle, di cui però poche – la Società Teosofica Italiana, l’Associazione Antroposofica, l’AMORC, il Lectorium Rosicrucianum, alcuni gruppi gnostici ispirati all’esoterista colombiano Samael Aun Weor, forse in futuro i Gruppi di Pratica di Tensegrità di Carlos Castaneda o la Religione Raeliana – superano, raggiungono o (considerati i tassi di crescita) possono aspirare a raggiungere i mille membri. Il dato complessivo risulta dalla somma seguente:

Tav. 3Area esoterica e “dell’antica sapienza”

Neo-pagani, neo-sciamanici, Wicca 3.000
Rosacroce 1.800
Martinisti, kremmerziani, magia cerimoniale 700
Neo-templari 700
Gruppi teosofici e derivati 3.000
Fraternità universali 500
Spiritismo organizzato 1.000
Movimenti dei dischi volanti 1.000
Chiese e movimenti gnostici 1.000
Satanismo organizzato 200
Altri 600
Totale  13.500

Si rileverà l’insistenza sulle nozioni di spiritismo e satanismo organizzati, a indicare che i dati comprendono i soli membri di associazioni o realtà formalmente costituite, certamente non tutti coloro (numerosi, specialmente fra i giovani) che si danno a pratiche spiritiche o a un satanismo “fai da te” o “selvaggio”, e questo – beninteso – senza confondere spiritismo e satanismo, realtà assolutamente non analoghe e qui accomunate solo dal fatto di avere praticanti giovanili “spontanei” accanto a quelli che fanno parte di organizzazioni.
Assai delicati sono i discorsi quantitativi in tema di movimenti del potenziale umano e di New Age e Next Age perché qui, quasi per definizione, non ci sono veramente “membri” in un senso paragonabile a quello in cui il termine è usato, per esempio, per una Chiesa ma solo partecipanti a varie attività, “clienti”, “fruitori”. Certamente coloro che partecipano occasionalmente a corsi, seminari, convegni di queste aree sono molti. Mentre in precedenti edizioni di questa ricerca avevamo proposto una cifra molto superiore, riferita ai partecipanti regolari e continuativi, ora – in armonia con le più recenti ricerche straniere – riteniamo di dovere circoscrivere la cifra soltanto a coloro che vivono la loro partecipazione a questi gruppi come una vera e propria identità religiosa, alternativa a ogni altra, stimando così i veri e propri “membri di minoranze religiose” (distinti dai semplici – e certamente assai più numerosi – simpatizzanti) in circa 20.000 nell’area del potenziale umano (molti dei quali frequentatori della Chiesa di Scientology, ancorché il successo di realtà di origine italiana, come il Paris Energy Method, non vada sottovalutato) e di 20.000 nell’area del New Age, Next Age e delle comunità “acquariane” o post-New Age, fra cui emerge Damanhur, anche se il New Age per sua natura vive soprattutto nell’accostamento fluido di partecipanti “occasionali” che quindi si sottraggono alle statistiche.
Molto più incerte – e fonte di dibattiti senza fine, politicamente condizionati – sono le statistiche sulle minoranze religiose presenti sul territorio se si considerano anche gli immigrati non cittadini e non solo i cittadini italiani. Il dato presupporrebbe inoltre la possibilità di avere dati certi sull’immigrazione clandestina – valutata da fonti diverse attorno al mezzo milione di unità –, il che è notoriamente assai difficile. Negli ultimi anni sono emersi come punto di riferimento del dibattito i dati del rapporto annuale Caritas/Migrantes. Questi dati sono basati su una metodologia che assume come punto di partenza i residenti stranieri accertati dall’Istat alla fine dell’anno precedente, la integra con i casi di “sofferenza anagrafica” che sono stati nel frattempo risolti, vi aggiunge gli stranieri che nel corso dell’anno sono venuti ex novo dall’estero o sono nati in Italia nonché altre categorie di migranti (nuovi lavoratori autonomi, ricongiungimenti, soggiornanti, ecc.), così che gli immigrati in Italia nel 2008 per Caritas/Migrantes sarebbero 3.987.112 (Immigrazione. Dossier Statistico 2008. XVIII Rapporto, Idos, Roma 2008, p. 95), con un’incidenza del 6,7%, superiore alla media dell’Unione Europea.
I dati Caritas/Migrantes sono certamente un punto di riferimento ineludibile per chiunque si interessi all’immigrazione in Italia, ma quanto alla religione sono fondati sull’ipotesi di partenza – se del caso corretta quando i flussi migratori da un Paese appaiono palesemente alimentati soprattutto dai seguaci di una specifica religione – che gli stranieri presenti in Italia abbiano la stessa ripartizione religiosa dei Paesi di origine. Questa ipotesi si basa su manuali e dati governativi che, soprattutto nel caso delle Chiese cristiane, spesso non chiariscono se si tratti di “membri” attivi ovvero soltanto “battezzati” o “nominali”, e in molti casi sottovalutano l’area del “credere senza appartenere”. Così, per esempio, se in ipotesi il Marocco dichiara che il 99% dei suoi cittadini sono musulmani, il rapporto Caritas/Migrantes conterà come musulmani il 99% degli immigrati marocchini, senza considerare la presenza modesta ma non irrilevante di marocchini che in Italia si sono convertiti al cristianesimo né quella più rilevante di coloro che non hanno mantenuto alcun rapporto con la religione. Se un Paese dell’Europa dell’Est dichiara che i suoi cittadini sono all’ottanta per cento cristiani ortodossi, così sarà contata la relativa immigrazione, anche qui senza tenere conto delle conversioni al cattolicesimo (rare e discrete ma non inesistenti) e soprattutto del fatto che queste stime governative nell’Europa Orientale sono piuttosto generose e non tengono conto dello scivolamento nell’irreligione di ampie fasce di cittadini nell’epoca comunista e post-comunista.
Sembra pertanto che il dato Caritas/Migrantes – come anche fonti interne a queste organizzazioni ormai ammettono – sia da rivedere in basso per gli ortodossi, i protestanti, e anche per gli appartenenti a religioni orientali (un certo numero di immigrati estremo-orientali in Italia dichiarandosi in effetti non appartenenti a nessuna religione, e molti cinesi essendo non seguaci di “religioni orientali” ma cristiani), mentre il dato sui musulmani dovrà tenere conto del fatto che i dati forniti dai Paesi di origine sottovalutano le minoranze non musulmane, che un certo numero di musulmani – a sua volta da non sopravvalutare – arrivato in Italia perde ogni contatto con la religione, e che d’altro canto si devono integrare gli effetti, qui per certo non irrilevanti, dell’immigrazione clandestina. Si aggiungerà che l’espressione “animisti” che il rapporto Caritas/Migrantes continua a usare è considerata da molti specialisti di religioni africane – se riferita a religioni organizzate e non a un substrato che percorre tutta la religiosità africana, comunque espressa – ambigua, eurocentrica e tale da identificare una realtà della cui stessa esistenza alcuni dubitano. La stima Caritas/Migrantes è riportata nella Tavola 4.

Tav. 4Appartenenza religiosa degli immigrati (stima Caritas/Migrantes – Dossier 2008)

Cattolici 775.626
Ortodossi 1.129.630
Protestanti 138.825
Altri cristiani 52.181
Musulmani 1.253.704
Ebrei 7.165
Induisti 90.931
Buddhisti 55.861
Animisti 44.674
Altri 435.013
Totale 3.983.610

Su una base di calcolo diversa – che parte anzitutto dal contatto diretto e dalla rilevazione delle forme organizzate della religione degli immigrati, e che peraltro tiene conto dell’esistenza di una miriade di piccole realtà, per esempio Chiese pentecostali africane che operano solo su scala locale, difficili da identificare una per una – riteniamo di potere ipotizzare questo schema alternativo, che non comprende i cattolici, vorrebbe – pure con tutte le difficoltà del caso – tenere conto dei clandestini e ha valore di semplice congettura:

Tav. 5 - Principali minoranze religiose di immigrati in Italia (stima CESNUR 2008)

Musulmani 1.153.400
Ortodossi 836.000
Protestanti 180.000
Buddhisti 37.000
Induisti 45.000
Sikh e radhasoami 15.000
Altri di origine orientale e africana 30.000
Ebrei 7.000
Testimoni di Geova 15.000
Altri 3.500
Totale 2.321.900

La discrepanza con il dato Caritas/Migrantes deriva, qui, anche dal fatto che stiamo in realtà cercando di contare cose diverse: per Caritas/Migrantes si tratta del retaggio religioso o della costellazione di credenze importata dal Paese di origine; per noi il criterio varia a seconda che si tratti di musulmani (considerato il carattere non decisivo del contatto con una moschea o associazione per essere musulmano, si darà rilievo alla pratica della preghiera o del digiuno), e così per alcune religioni orientali, e invece di un effettivo rapporto di qualche periodicità con una forma organizzata di religione (anche se talora embrionale o elastica, non necessariamente legata a edifici di culto) per gli altri. Per i protestanti, in particolare, si tratterà così di cercare di contare chi per davvero è in contatto con una Chiesa o comunità – pentecostali africani, latino-americani o filippini, battisti cinesi, metodisti coreani, luterani e riformati del Nord Europa che soggiornano in Italia – e non solo chi dovrebbe essere protestante sulla base di un dato riferito al Paese d’origine. Il totale di immigrati “in contatto” (il che, come si è visto, vuol dire cose diverse per religioni diverse) con una religione diversa dalla cattolica è da noi stimato a 2.321.900 unità.
Emerge, in ogni caso, insieme a una spettacolare avanzata dei cristiani ortodossi, una centralità dell’Islam come seconda religione presente sul territorio dopo la cattolica, ancorché non suscettibile di essere ricondotta a un’unica organizzazione o ente esponenziale (il che è vero anche per gli ortodossi); in questo secondo senso, la seconda realtà giuridicamente costituita in Italia è la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova (circa 400.000 fedeli), seguita dalle Assemblee di Dio in Italia (140.000 membri). Sofferto, tra l’altro, è il dato sugli immigrati sikh e radhasoami, in gran parte dispersi nelle campagne dove lavorano nel settore agricolo, che stime diverse valutano – come si vede, con discrepanze notevoli – dalle cinquemila alle cinquantamila unità. Abbiamo scelto un dato intermedio di tipo conservatore, quello più alto (talora riportato da fonti sikh nazionali e internazionali) non apparendo supportato dai dati relativi ai flussi di immigrazione dal subcontinente indiano.
http://www.cesnur.org/

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